Il falso mito della crescita

Siamo ormai abituati a dispacci, agenzie e comunicati stampa di aziende di primaria o secondaria importanza e dimensione che disegnano foschi scenari per il futuro: stagnazione, recessione, e conseguenti tagli di costi, primi fra tutti tagli al personale, dunque licenziamenti di massa o, alla meno peggio, ricorsi alla cassa integrazione.

Mi sono spesso interrogato sul significato di “crescita” economica, questo mito post-moderno tanto familiare da essere quasi tangibile, eppure così inafferrabile e vago. Gli economisti ci insegnano che c’è crescita quando il P.I.L. (Prodotto Interno Lordo) ovvero la sommatoria di tutti gli scambi economici effettuati in un determinato periodo di tempo su un certo territorio geografico (nel nostro caso l’Italia) aumenta, c’è stagnazione se non cresce, c’è recessione se diminuisce.

Orbene chiunque capisce che la recessione è da evitare con tutte le forze, perchè di fronte ad una diminuzione di fatturato le aziende reagirebbero contraendo i costi, primi fra tutti quelli legati alla manodopera (e quindi via a licenziamenti di massa) che tra i costi strutturali sono i più facilmente variabili (certo è più facile licenziare un operaio o un impegato che vendere un macchinario o un capannone).

Ma la stampa e il pensiero dominante di questi anni ci hanno abituato a  pensare che anche la stagnazione è un pericolo da evitare. Beh, io su questo non sono d’accordo. Certo la crescita sarebbe preferibile se si potesse scegliere. Ma stagnazione significa che in termini reali – perchè il P.I.L. è misurato a parametri reali ovvero tenendo conto del tasso d’inflazione registrato nello stesso periodo di tempo – un’impresa guadagna quest’anno esattamente quanto aveva guadagnato lo scorso anno. Ma se lo scorso anno aveva guadagnato e tutti ne erano soddisfatti, perchè quest’anno hanno tutti gli occhi sbarrati dal terrore? Di per sè non sarebbe una cattiva notizia: voglio dire, se lo scorso esercizio ho registrato un’entrata tale che mi permettesse di pagare tutti i costi e lasciare anche un margine di guadagno (da distribuire agli azionisti, o lasciare in azienda quale fonte di autofinanziamento, magari per ridurre l’indebitamento), perchè quest’anno lo stesso identico risultato deve destare preoccupazioni?

L’analisi semplicistica di cui sopra è effettuata a livello microeconomico, ovvero di singola impresa, ma a livello macroeconomico cambia nulla, dal momento che si tratta semplicemente di aggregare, cioè sommare, i singoli valori. E assumendo che quanto sopra valga per tutte le aziende, e per tutti gli operatori di mercato, il risultato a livello nazionale non cambierebbe. Crescita zero. Stagnazione. Pericolo. Perché?

La mia personale spiegazione è che non sia l’economia reale ad essere tradita dalla stagnazione (quella fatta di gente che si sveglia ogni giorno per andare a lavorare, di imprenditori che si smenano per cercare clienti vecchi e nuovi con i quali concludere affari, di banche che studiano i bilanci per decidere a chi poter concedere un prestito e a chi no) ma l’economia finanziaria, fatta cioè di gente che decide a chi prestare il loro ingente patrimonio sulla base appunto delle aspettative di crescita, che permette di ottenere non soltanto il giusto e meritato guadagno (sotto forma di interessi, dividendi, cedole ecc.) ma anche notevoli capital gain, ovvero rivalutazioni veloci e a progressione geometrica dei loro capitali.

E’ a questa gente che l’economia reale si è piegata, perchè forse è a loro che dobbiamo il nostro rapido sviluppo economico, ma è tempo di riconoscere che la loro funzione positiva e propositiva si è esaurita, o si va via via esaurendo. Ed è a questi soggetti, alla loro attività che i governi degli stati nazionali dovrebbero guardare, non solo per fare cassa, ma piuttosto per operare una politica che stabilizzi le aspettative, che normalizzi gli obiettivi micro e macroeconomici e che produca un secondario ma non meno importante effetto: dare fiducia ai consumatori, sul loro presente e sul loro futuro.

Perchè sono loro, e non altri, che determinano con le loro scelte di consumo, in modo tragicamente  inconsapevole, gli scenari di recessione, stagnazione o sviluppo.

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