Se io fossi #Napolitano

Il Capo dello Stato ha parlato, ha comunicato le Sue decisioni. E le campane di giornali, televisioni e web hanno cominciato a suonare festanti. Non riesco bene a capire se per la Pasqua o per cosa.

Come in un film di Hollywood, se Rambo uccide 105 guerrieri nemici, il pubblico applaude. Se un cecchino avversario si permette di ferire l’Eroe, il pubblico atterrito grida “Assassino!”. Siamo tifosi, mentre l’analisi politica dovrebbe essere serena ed equidistante.

Io alle ultime elezioni ho votato PD. Dopo lunga e tormentata meditazione, durante la quale stavo per cedere alle sirene del M5S. Non mi sono fidato, ecco tutto. Dopo il partito di plastica berlusconiano, non mi sono fidato del partito di pixel grillino. Ho optato per quello in cemento armato, con tutti i pro e i contro del caso, e turandomi il naso non poco.

Ma se io fossi stato Napolitano, l’incarico al Movimento glielo avrei dato. Un incarico esplorativo, giusto per vedere cosa succede. Non mi fido, non ci fidiamo, va bene. Ma qui a nessuno è dato sindacare se ci piace o meno. Bisogna tener conto del risultato elettorale e delle circostanze contingenti, punto.

Il risultato elettorale vede il Movimento 5 Stelle secondo partito d’Italia. Quindi legittimato a governare, o almeno a provarci. Le circostanze, invece, dicono che il PD ha inseguito il consenso dei grillini per più di un mese, e che quelli hanno risposto picche, sindacando sulla credibilità dei personaggi che proponevano il Cambiamento (come dargli torto?).

Provo ad immaginare lo scenario. Inviterei il Movimento a fare un nome o una rosa di nomi per assegnare l’incarico (perchè l’incarico a formare un Governo lo si affida ad una persona, non ad un partito). Il M5S ha dichiarato che, nel caso, avrebbe nominato personalità di provate capacità e comunque esterne ai partiti. Non ho motivo di dubitarne, dal momento che la truppa di grillini è certamente armata di buona volontà, ma zero esperienza e capacità tutte da dimostrare. Mentre la credibilità gliela assegniamo di default.

A questo punto l’incaricato del Presidente avrebbe condotto le sue consultazioni per verificare la possibilità di avere una maggioranza in Parlamento sulla base di un governo di Cambiamento che affronti i temi urgenti del Paese e le possibili Riforme necessarie.

A parte che il PD ha ufficialmente dichiarato che avrebbe appoggiato qualunque decisione del Capo dello Stato (non escludendo l’incarico ad altri, quindi), posso solo immaginare l’imbarazzo del PD nel rifiutare pregiudizialmente nomi come Settis o Zagrebelsky, o l’attuazione di punti del programma coincidenti con quanto da loro stessi proposto; o addirittura rifiutare l’alleanza con il M5S, corteggiato per cinque settimane.

Se esiste un minimo di coerenza nell’attuale dirigenza del PD, sono pronto a scommettere che un siffatto Governo avrebbe tutte le chances di vedere la luce.

Da osservatore esterno, posso solo ipotizzare che il caso di ottuso rifiuto dello scenario sopra descritto, avrebbe portato come conseguenza un drammatico strappo nel Partito Democratico: l’anima realmente riformista avrebbe chiesto la testa della dirigenza, accelerando un processo di rinnovamento, solo rimandato con il risultato delle primarie.

E mi duole dover ritrovarmi a pensare che Napolitano abbia voluto evitare proprio questo risultato. Che abbia agito pensando a salvare il Partito, cui appartiene, e questa dirigenza, che al Quirinale l’ha proposto ed eletto.

Che una soluzione che permetta a Grillo di dire “ho vinto”, al PD “non abbiamo perso” e al PDL “potremmo ancora vincere”, con Monti sempre in sella, possa accontentare tutti, o perlomeno, non scontentare nessuno.

Ma io mi ritrovo qui, in questa stanza, a pensare che contento non lo sono affatto. Che il Cambiamento è ancora possibile, qualunque nome porti. Ma continuo a sentire le campane suonare a festa. Penso che, evidentemente, la Pasqua non è ancora finita. Sì dev’essere per questo, non c’è un altro motivo possibile.

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