Perché un accordo è tanto difficile

La democrazia liquida ha liquefatto il PD. L’unico vero partito rimasto in Parlamento con un base vera, delle regole interne trasparenti, una classe dirigente che si mette in discussione. Non potendo contare su una guida dispotica che detta la linea, alla Grillo o alla Berlusconi, insensibile quindi alle istanze della base, è imploso sotto i colpi dei social network e delle proteste di piazza, anche solo paventate.

Ma a liquefarsi è stata in realtà la democrazia rappresentativa.

La realtà è che questi tre colossi hanno modi d’agire diversi e incompatibili tra loro. Se un accordo ci sarà, e dovrà esserci, sarà perché uno dei tre si sarà mosso dalla propria posizione iniziale, per andare incontro all’altro. Logica vorrebbe che a farlo siano almeno in due: se fosse uno solo, infatti, sarebbe letto come una grave sconfitta e una subalternità all’avversario politico.

Il PDL è un partito con un padrone, e i dipendenti fan quel che il padrone dice. Ha come obiettivo di esercitare la propria influenza per arrivare ad un risultato politico insperato: determinare l’elezione di un Capo dello Stato amico, e provare a mettere il naso nel futuro governo. Per realizzarlo, chiede di scegliere il nome del primo da una rosa presentata dal PD, secondo le consuetudini della vecchia politica.

Il M5S è un partito con un padrone nascosto. E’ una creatura giovane, che può crescere bene o male, a seconda di quanto la base, gli eletti e gli elettori, prenderanno in mano i processi interni e li condizioneranno. Per il momento coniuga un timido tentativo di democrazia interna con la necessità che il padrone tenga le redini ben salde. Di qui una rigidità strutturale incompatibile con la possibilità di accordi con le altre forze politiche. Continueranno a votare il loro candidato perchè non hanno alternative e nessuno è deputato a trattare con l’avversario un nome diverso. Non ha quindi un obiettivo preimpostato, se non propagandare il proprio modo di essere “diverso” e il metodo per arrivare ad un accordo semplicemente non esiste.

Logico quindi che Bersani abbia scelto il PDL come controparte della trattativa: se pur molto più distante nelle posizioni, la strada per arrivare ad un accordo è a quattro corsie: il PDL parla un linguaggio che Bersani capisce, ha delle logiche che Bersani comprende, e paradossalmente, ci si può fidare di più.

Ma nel PD le istanze contraddittorie e talvolta isteriche della base lo hanno mandato in tilt. La voglia di rappresentare tutto e tutti mal si concilia con la necessità di trovare un accordo con un le altre forze politiche, che è necessariamente un accordo al ribasso: o perchè deve convergere su un metodo che non è il proprio, riconoscendo implicitamente all’avversario maggiore forza contrattuale, oppure convergendo su un candidato che non è il candidato idealizzato. Questo in aggiunta agli errori della ex leadership, smacchiatori, rottamatori e baffetti occulti insieme.

Ecco quindi che le tre diverse rigidità portano allo stallo: sul governo, sul presidente della Repubblica. 

Il partito Democratico ha avuto il coraggio di formattare tutto. Per arrivare ad un nome eleggibile, è necessario adesso che almeno un’altra formazione si muova. Vedo una possibile via d’uscita nel nome di Zagrebelsky, seconda scelta del Movimento 5 stelle, stimato anche a sinistra. E dare il via ad un governo di intesa sostenuto da PD e M5S, entrambi esternamente.

Un accordo con Berlusconi sarebbe sempre molto, molto più al ribasso, qualunque esso sia. In una trattativa, il venditore guadagna sempre. E Berlusconi è uno straordinario venditore.

 

 

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