La coerenza prima di tutto

Gli italiani sono un popolo strano. Puoi fargli bere qualunque cosa, l’importante è che dimostri coerenza. Che poi i presupposti e i supposti siano aberranti, poco importa. Quel che fa effetto è il percorso logico. Così nessuno può dire di essere stato fregato perchè troppo stupido. Noi siamo furbi e intelligenti, nessuno può fregare un italiano!

Testimonianza lampante ne è il fatto che nei reality show l’accusa più infamante che un concorrente può ricevere dal pubblico a casa o dai suoi simili è di essere falso.

La verità ci acceca.

Vittima recente ne sono i neocampioni pentastellati. Talmente ossessionati dalla coerenza da non esitare un attimo a cacciare a pedate un loro collega-cittadino vittima della propria ossessione da palcoscenico. Non di aver lavorato male, presentato disegni di legge contrari ai principi del movimento, inneggiato ad ideologie post-fasciste, rilasciato dichiarazioni mendaci. No. Reato: troppe interviste. Ma tanto basta per il massimo della pena, giacché il regolamento parla chiaro: non si rilasciano interviste, a meno che tu non sia portavoce, e prima o poi tanto ti tocca che si fa a turno un po’ per uno.

Sempre in nome della coerenza, in due mesi i neoeletti cittadini si sono fatti sfuggire due grosse occasioni: eleggere un governo amico, con il quale essere interlocutori privilegiati per l’esecuzione del programma (sì lo so, il PD in realtà non lo avrebbe permesso, ma volete mettere la soddisfazione di atomizzare la loro già pesante spaccatura?); eleggere un Capo dello Stato amico, il quale avrebbe garantito il rispetto delle regole Costituzionali ormai ridotte a puro esercizio di stile. Come si sa le due partite, costituzionalmente separate, sono invece state unificate per volere dell’ex leader Bersani, in nome di una non meglio identificata strategia politica, che in pochi hanno capito e seguito, e che ha infine partorito una soluzione che era la sola praticabile un’ora dopo la chiusura dei seggi. Come arrampicarsi sulla montagna e poi scapicollarsi a valle per attraversarla, invece che usare il più comodo tunnel a disposizione. Ma tant’è, ormai siamo dall’altra parte.

E sempre in nome della coerenza, i grillini vengono giudicati per quella che è la promessa elettorale insieme più eclatante, quindi vendibile, ma anche più facile da verificare: l’auto riduzione dello stipendio. Si badi, non una battaglia per ridurre lo stipendio dei politici, o i costi del funzionamento dell’arrugginita macchina decisionale; bensì un martirio autoimposto con il quale rivendicare la diversità, la distanza, e marcare in modo chiaro e netto, senza possibilità di equivoci, la vicinanza al popolo rispetto all’altolocata casta.

E su questo tema non c’è giorno che giornalai più o meno nemici si scaglino contro l’armata brancaleone attendendo solo che i nodi vengano al pettine. Troppo golosa la torta, troppo invitante e a portata di mano il peccato, troppo insomma perché anche i verginali politici grillini non cadano facilmente in tentazione. Dimostrando di essere, di fatto, uguali a tutti gli altri.

Beh, caro giornalaio di turno, te lo dico chiaro e tondo. Registro che gli stipendi dei parlamentari sono tutti uguali, e ugualmente esosi e sproporzionati rispetto alle responsabilità, alla preparazione dimostrata, alla quantità e qualità di lavoro prestato da molti di essi. Ma di questo problema, in soldoni, non me ne frega niente. Due miliardi di euro (eccediamo) spesi per il funzionamento della politica italiana sono lo 0,1% del reddito nazionale. Mi preoccupo di più per l’oltre 50% di spesa pubblica, all’interno della quale si annidano inefficienze, profitti gonfiati, tangenti, che la politica avrebbe il dovere e il diritto di combattere e stanare, ottenendo un risparmio cento volte maggiore rispetto a quello che collettivamente ci costa.

Ad obiettivo raggiunto, lo stipendio glielo raddoppierei pure, altroché.

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