Bersani il giaguaro

Non sarei voluto tornare su quest’argomento. Gli errori di Bersani nella conduzione del Partito e nella capitalizzazione del risicato vantaggio elettorale mi sono sembrati così evidenti da non lasciare margini per scrivere qualcosa di realmente interessante. Invece leggo sempre più numerosi commenti sui social network che reclamano il ritorno di Bersani, l’#iostoconBersani e lo dipingono come un brav’uomo che ha tentato con tutti i mezzi di tenere unito il partito, ma che 101 franchi (che letteralmente vorrebbe dire “onesti”, dov’è l’onestà?) tiratori hanno trafitto alle spalle.

Permettetemi di non essere d’accordo: il film che ho visto io era montato forse diversamente, eppure mi pare che il finale sia completamente diverso.

Facciamo un po’ di ordine: dopo le elezioni (non vinte ma neanche perse, come disse) le dichiarazioni furono chiarissime e la direzione politica cui Bersani diresse il Partito altrettanto chiara: mai con il pdl, e non c’è nessun piano B.

“Lo so che mentre noi non pensiamo a ipotesi B c’è mezzo mondo che ci pensa. Ma a questo mezzo mondo noi diciamo che non è che nelle vostre fantasie” (Direzione Nazionale, 6 marzo)

“No al governissimo altrimenti arriveranno giorni peggiori” (lettera a Repubblica, 8 aprile)

“No al governissimo perchè non è la risposta ai problemi” (Il corriere della sera, 13 aprile)

E così via, di intervista in intervista.

In sostanza Bersani preso atto del voto, che premiando il movimento 5 stelle e in certa parte anche il PD che si era espresso per un Cambiamento vero, raccoglie l’istanza dell’elettorato e pare operare per realizzare il Cambiamento. Cambiamento che, condizione necessaria anche se non sufficiente, passa inevitabilmente per il no a Berlusconi, che della seconda Repubblica è stato il Dominus indiscusso.

E infatti Bersani da subito impegnò la Direzione Nazionale del PD a chiedere che il futuro governo si sarebbe dovuto impegnare sui quei famosi 8 punti, i quali, si ricorderà, vedevano riforme fortemente osteggiate dal PDL (conflitto d’interessi, giustizia, corruzione). Se non lo si ricorda, ci si può sempre rinfrescare la memoria.

Quindi: impegno sugli 8 punti che escludono il PDL, dichiarazioni che escludono il PDL. Non vivo in un acquario e registro anche che a questi tentativi (piuttosto timidi in verità) il Movimento 5 Stelle ha sempre risposto picche. Ma a me è sembrato che il Movimento non fosse contrario pregiudizialmente ad un accordo con il PD; semmai pregiudizialmente contrario che questo accordo venisse portato avanti da Bersani e dalla classe dirigente da lui rappresentata, definita, a torto o a ragione, “non credibile” quando parla di cambiamento, dal momento che con quel sistema e con quel Berlusconi quei dirigenti erano stati conniventi. Quindi un accordo ci poteva stare, se Bersani avesse accettato di farsi da parte. Di fatti, altrettanto timidamente, il m5s propose in alternativa un governo di alto profilo appoggiato esternamente da PD e Movimento. Neanche preso in considerazione.

Primo errore, quindi: è rimasto in campo. Tornando a riferire a Napolitano, Bersani ha ribadito che avendo vinto le elezioni, non si sarebbe fatto da parte. Dato lo stallo (Bersani in campo, il m5s non ci sta, Berlusconi gli otto punti non li vuole) Napolitano pilatescamente se ne lava le mani, nomina 8 saggi con il compito di fare quattro chiacchiere tra loro sul più e sul meno, e prega che i fogli del calendario che porteranno la questione del governo sulla scrivania del suo successore si strappino in fretta.

Secondo errore: legare la partita del Quirinale a quella per il Governo. Così facendo, in pratica Napolitano e Bersani hanno intrecciato due partite costituzionalmente separate. Il governo necessita di una maggioranza non necessariamente coincidente con quella necessaria all’elezione del Presidente della Repubblica. Anzi, è auspicabile che la seconda sia ben più ampia della prima. Ma solo un ingenuo può pensare che un accordo tra PD, PDL e Monti per l’elezione del Capo dello Stato, tenendo fuori il Movimento, possa poi portare il giorno dopo ad un governo sostenuto da PD e grillini.

Terzo errore: la proposta Marini ha spaccato il PD. Perché è successo? Perché migliaia di militanti si sono rivoltati contro i loro dirigenti, migliaia di elettori contro i loro eletti? Non perché Marini non fosse persona degna (anche se forse non la scelta migliore in assoluto). Ma perché proporre Marini a questo punto significava una sola cosa: governissimo. Il no a Marini è stato in realtà il no al governissimo. E i grandi elettori del PD si sono spaccati proprio su questo: contro lo scenario che si sarebbe aperto dal giorno dopo con Marini al Quirinale, votato da Berlusconi e Bersani.

Quarto errore: rispaccare il PD con Prodi. A questo punto Bersani dimostra di aver completamente perso di mano il partito. La sua brusca, improvvisa, inaspettata sterzata a destra ha lasciato tutti frastornati e confusi, e lui tenta la controsterzata a sinistra proponendo Prodi. Berlusconi lascia l’aula urlando allo scandalo. Ovvio quindi che eleggere Prodi (le due partite sono legate, ricordate?) significa in pratica no al governissimo e unico accordo possibile con i pentastellati. E qui escono fuori i 101 famosi. Che invece il governissimo lo vogliono, eccome. “Molti di loro saranno ministri” sentenzia previdente Civati. E infatti.

Non posso dimostrare che si sia trattato di errori commessi per ingenuità, incapacità, o con dolo. Peraltro cambierebbe poco, anche perché Bersani a questo punto, onore all’unico merito, lascia; non perché accoltellato alle spalle, ma perché la sua condotta del dopo elezioni (e tanto si potrebbe dire anche sulla condotta della campagna elettorale, peraltro) si è rivelata confusionaria e inadatta. Lasciando un PD a pezzi dominato dai soci minoritari democristiani, un governo improbabile in sella, i problemi dell’Italia irrisolti, gli italiani senza la speranza di vederli risolti presto.

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