Il campione indispensabile: il PD come il Real Madrid. E non vinceremo mai.

All’Assemblea Nazionale del PD uno dei migliori interventi, se non il migliore, mi è apparso quello di Rosy Bindi. Più sincero del coccodrilloso intervento di Fassino. Più ficcante del televisivo discorso di Renzi. Più solido e maturo del pur condivisibile Civati.

Eppure la premessa al suo discorso nasconde tutta la fragilità e i limiti di questa classe dirigente nel tradurre in azioni pratiche le loro pur buone, e mi auguro sincere, intenzioni.

Nella sostanza la Pasionaria ha esordito dicendo:

1) mi sono dimessa perchè non ero d’accordo e comunque non sono stata coinvolta nelle scelte di questi ultimi mesi.

2) parlo adesso perchè prima non potevo farlo dato il ruolo che rivestivo. Mi sono imposta il silenzio non partecipando ai dibattiti televisivi. Le responsabilità sono nei fatti una gabbia che impedisce di dire la verità.

Or bene, cara Rosy, sul punto 1 potrei obiettare soltanto che le dimissioni sono giunte con leggero ritardo, quando tutto ormai era stato compiuto, e hanno quindi perso la capacità di bloccare, o quanto meno ostacolare il disegno che ritenevi improprio; mi risponderesti comunque che senso di responsabilità ha voluto che si restasse tutti uniti fino alla fine. Ok, posso capire.

Ma sul punto 2 non ci siamo proprio. Ritengo infatti che il proprio modo di essere, le proprie idee e i propri valori debbano essere espressi con maggiore forza e convinzione proprio quando si ha la fortuna di rivestire cariche pubbliche. Svuotandosi, o autolimitandosi, si perde tutta la capacità e la potenza di incidere sul presente, per cambiare in meglio le cose secondo le proprie convinzioni; convinzioni in base alle quali, a regola, si è stati scelti per esercitare quella funzione.

Interpretare un ruolo, di partito o istituzionale, sentendosi schiacciati dalle responsabilità e affrontandolo in modo che qualcuno riterrebbe maturo, ma che io invece considero vigliacco, è segno della propria profonda inadeguatezza a ricoprirlo. L’essere impersonali e trasversali, rinunciare alla propria identità, avallare scelte che non si condividono, non ha nulla a che fare con la disciplina di partito: questa vale e deve valere solo dopo che la volontà collettiva si è formata, non mentre questa è in formazione.

Invece da quel palco, all’Assemblea Nazionale, tutta la dirigenza colpevole di aver ridotto il partito di massa ad un movimento di opinione, di aver inibito la partecipazione democratica della base in nome della sopravvivenza di una scuola manageriale preselezionata dall’alto, si è autoassolta.

Non ci sarà vero cambiamento fintanto che, direttamente o indirettamente, per mezzo delle loro correnti di riferimento, queste persone saranno in grado di influenzare il Partito Democratico. Non è una questione personale, come pure potrebbe sembrare, ma politica. Non è il Vaffa di Grillo, o la elettoralistica rottamazione di Renzi; è la necessità vera, democratica, di garantire il ricambio per evitare che i personalismi e i rispettivi pur leciti egoismi, paralizzano un Partito che non è cosa privata, ma è dei suoi elettori e sostenitori. Che di quel partito, appunto, fanno parte.

Dovrebbe quindi essere inserita a mio avviso nello Statuto una clausola che impedisca di essere contemporaneamente dirigenti di partito e ricoprire ruoli istituzionali. E che, in ogni caso, stabilisca un limite temporale per l’uno e per l’altro ruolo. Perchè il ruolo di un dirigente di partito, locale o nazionale, non dovrebbe essere quello di tifoso o difensore d’ufficio, ma al contrario di primo controllore della capacità del proprio eletto di applicare il programma elettorale, rispettare i valori del Partito, assumere una condotta trasparente nell’esericizio della funzione pubblica. Perchè il fallimento di un eletto coinvolge inevitabilmente tutto il partito, che deve essere salvaguardato e deve salvaguardarsi.

Chi vuol fare il politico di professione, Dio lo abbia in gloria, a ben vedere ha tutta una serie di uffici ai quali ambire, che lo terrebbero occupato tutta una vita: dirigente locale di partito, consigliere comunale, sindaco, consigliere regionale, governatore regionale, dirigente nazionale, deputato, ministro, presidente del Consiglio o della Repubblica… Basta dimostrare capacità a tutti i livelli. E la capacità si deve dimostrare facendo, non dicendo. La credibilità si deve costruire lavorando, non proclamando pensieri astratti nei comizi o slogan efficaci nelle tribune televisive. Condivido quindi appieno l’esigenza di costruire un partito-palestra al posto del partito-immagine odierno. Un partito nel quale, appunto, farsi i muscoli e maturare l’esperienza necessaria a gestire la cosa pubblica e risolvere i problemi della gente che si rappresenta.

Eppure ogni volta che ascolto i dirigenti del Pd, questi dirigenti attuali, che poi sono gli stessi di ieri e dell’altro ieri, pur nella differente modulazione di pensiero, quel che mi rimane impresso è l’atteggiamento di indispensabilità che ciascuno di loro adotta. Solo in Italia un politico si ritiene indispensabile, al partito o alla Nazione. Registro che in qualunque altra democrazia, prestato (bene o male) il proprio servizio, arrivati ai massimi livelli cui si può ambire, ci si ritira a vita privata con gli onori del caso, smettendo di influenzare il partito da cui si proviene, o le Istituzioni che si sono occupate. Lasciandoli, semplicemente, ad altri, più giovani, più freschi, più preparati a capire ed affrontare il mondo contemporaneo.

Ma questa è una questione culturale, ritengo. Quindi difficilissima da estirpare o cambiare in poco tempo. Ma un aiutino in questo senso, un indirizzo di principio e di valore da parte dello Statuto, non guasterebbe.

Non vedo campioni in campo. Ma tanti che ritengono di esserlo. E anche mentre tutto lo stadio mugugna, mentre i tuoi compagni ti ritengono ormai fuori dal gioco, anche quando l’allenatore ti ritiene spompato, e decide il cambio, tu, indefesso e instancabile campione del PD, invece di dare il cinque al tuo compagno deputato a sostituirti e accomodarti in panchina come il primo dei tifosi, mandi a quel paese l’allenatore, incosciente e presuntuoso, convinto che mai senza di te la squadra potrà vincere.

Ma lo sport insegna che non basta una squadra piena di campioni, o presunti tali, per vincere. Servono spirito di sacrificio, unità di obiettivi, voglia di lottare e mettersi a disposizione del gruppo, senza personalismi. E il coraggio di giocare fino in fondo il proprio ruolo, sfruttando il tuo talento e le tue capacità, fintanto che hai la fortuna di essere in campo.

E anche una squadra di medio livello può così arrivare a vincere la Champions League.

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