La ricetta del Dott. Keynes per guarire dalla crisi.

Ecco, ci risiamo.
Puntualmente con la durezza della crisi economica le teorie mercantiliste, liberiste,
monetariste, peraltro applicate male e solo nella misura che conviene, entrano in crisi nell’opinione pubblica e ci si ricorda che, in una piccola parte della nostra memoria storica, un piccolo grande uomo, J.M.Keynes, aveva studiato i nostri sistemi economici e fornito ricette pratiche ai governanti che, se attuate, permettono ai sistemi capitalistici avanzati di uscire dalle cicliche crisi di domanda e riprendere a camminare. Però, c’è un però.

Keynes non è un medico che fornisce la cura a sistemi malati. L’economista inglese, inviso alla finanza e alla grande industria multinazionale come un cacciatore di frodo ad un ermellino, fa molto, molto di più: promette di garantire uno sviluppo graduale e controllato del sistema economico, ridurre le differenze sociali, garantire la piena occupazione in ogni fase del ciclo economico. Ma le sue ricette vanno applicate sempre, e le sue amare pillole vanno ingoiate anche quando il sistema gode di ottima salute.

Spiego.
In termini semplicistici e molto pratici, l’economia di mercato, deregolamentata secondo i principi classici, tende naturalmente a progredire con sbalzi e scossoni: fasi di boom si alternano a fasi di depressione preannunciati rispettivamente da periodi di ripresa e di declino. È un andamento naturale contro il quale si può ben poco; le cause di una crisi posso infatti essere le più diverse: siccità, guerre, saturazione della domanda per determinati prodotti trainanti, e mille altre, compresa l’eccessiva finanziarizzazione dell’economia causa scatenante della crisi che stiamo vivendo attualmente. Quindi impossibile per qualsivoglia governo intervenire preventivamente per evitare che le crisi economiche abbiano pesanti risvolti sociali: disoccupazione, calo del reddito, diminuzione della capacità d’acquisto dei salari, minore gettito fiscale, in un avvitamento autoalimentato che è difficile arrestare e dalle conseguenze drammatiche.

L’analisi keynesiana non parte dalla ricerca di un sistema perfetto. Non cerca quindi di piegare la pratica alla teoria, fa esattamente il contrario, che poi è quello che ogni metodo che voglia definirsi scientifico deve fare: osservare, formulare ipotesi, verificare. Il grande limite delle teorie economiche cd. classiche è proprio quello di formulare i propri postulati sulla base di modelli talmente semplificati da essere lontanissimi dalla realtà, anche se, in definitiva, comunque utili per comprendere alcune dinamiche di fondo. Sempre volendo semplificare al massimo, gli assiomi keynesiani ritengono possibile, e anzi eticamente e politicamente doveroso, che i Governi entrino nell’economia per regolarne gli scompensi lì dove l’autonomia privata da sola non potrebbe, se non appunto a costo di lunghe crisi e gravi ingiustizie, inaccettabili in uno Stato Moderno (che dovrebbe trovare nella tutela di TUTTI i propri cittadini la sua ragion d’essere). In caso di crisi, come questa, banalmente Keynes suggerisce che la domanda globale (data dalla somma di quella pubblica e quella privata) venga sostenuta aumentando gli investimenti pubblici e la spesa pubblica: sostenendo i redditi con trasferimento di ricchezza verso le famiglie in difficoltà, ad esempio, oppure attuando programmi di infrastrutture (strade, ferrovie, ponti, scuole, ospedali…) che abbiano come effetto quello di stimolare la domanda privata. Si è calcolato infatti che ogni euro investito produce un effetto moltiplicatore in grado di contribuire fino a sette volte la sua entità iniziale: l’euro speso dallo Stato è reddito per l’impresa che costruisce il ponte. Una parte di quell’euro finirà nelle tasche dell’operaio sotto forma di salario, il quale a sua volta acquisterà beni per la propria famiglia, dando reddito ad altre imprese ed operai, e così via.

La domanda è: dove prende lo Stato i soldi per gli investimenti necessari a far uscire il sistema dallo stallo? La risposta è drammaticamente banale: stampando moneta (entro
certi limiti, perché stampare indiscriminatamente produce notevoli effetti collaterali), o prendendone a prestito. Ora è evidente a tutti come attualmente l’Italia non sia in grado di accedere né alla prima né alla seconda opzione, avendo perso da una parte la propria sovranità monetaria, ora in mano alla Banca Centrale Europea, e dall’altra soggetta a vincoli di bilancio che impediscono, nei fatti, un ulteriore ricorso all’indebitamento, se non a prezzo di asprissime sanzioni comminate a livello europeo.

Abbiamo in pratica neutralizzato Keynes.

Al di là quindi della facile conclusione per la quale il Governo italiano, da chiunque presieduto e sostenuto, avrebbe comunque le armi spuntate, rendendo necessaria un’azione europea per la revisione o l’alleggerimento degli assurdi vincoli di bilancio imposti (formulati ormai trent’anni fa e comunque privi di una qualunque logica fattuale), l’osservazione più importante è che la teoria Keynesiana non finisce qui. Keynes continuava osservando che dopo l’iniezione di liquidità il paziente (il sistema economico) comincia a star meglio e riprendersi. Sempre per motivi al di fuori del controllo, ad esempio una nuova invenzione che infiamma il mercato, una febbre di domanda per alcuni beni magari immotivata e/o speculativa, il sistema economico, autonomamente, arriva in una fase che ben conosciamo e sogniamo, e che chiamiamo “boom”. Fabbriche a pieno regime, prezzi che salgono per l’incapacità di soddisfare l’improvvisa domanda, profitti alle stelle e tutti felici.

Felici un corno. Perché è proprio fra le pieghe dei boom che si nascondono i prodromi della prossima, più o meno lontana, crisi economica. È necessario pertanto che lo Stato intervenga anche in questa fase: aumentando le tasse, tagliando la spesa pubblica. Cioè quelle manovre recessive che stupidamente sono state messe in campo adesso, nella fase sbagliata, producendo l’unico effetto che possono produrre: ulteriore recessione.

L’intervento recessivo dello Stato in fasi di espansione a cosa serve? Serve a calmierare il sistema, impedendo e punendo le facili speculazioni, e ottenendo un ulteriore beneficio: permettere allo Stato di aumentare le proprie entrate, con le quali rimborsare i prestiti precedentemente effettuati per stimolare la domanda e uscire dalla crisi.

Tutto perfetto, tutto facile, tutto bene.
Ma allora, se è così semplice, perché Keynes è diventato sinonimo di bestemmia, di ricette vecchie e inefficaci, bollato negativamente anche da buona parte della nostra sinistra? Per una ragione semplice e misconosciuta: nessun governo, in nessun Paese del mondo, si sognerebbe mai di attuare politiche recessive proprio mentre il mercato “tira” e si possono facilmente avocare a sé improbabili meriti e cavalcare il consenso. Magari anche distribuendo il surplus di entrate in spese improduttive con il solo fine di alimentare clientelismi e favoritismi, anziché rimborsare i debiti contratti come logica di buona amministrazione vorrebbe. Questa storia immagino suoni familiare a molti.

Ecco perché ritengo che i tempi siano maturi per inserire, magari in Costituzione, l’obbligo dei governi di agire secondo i postulati keynesiani.

Abbiamo invece inserito il pareggio di bilancio. Che per molti è una cosa buona, quasi di buon senso. In pratica invece significa mettere Keynes fuori legge, ed essere condannati a crisi dure e violente senza avere a disposizione le armi per poterne uscire.

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