#OccupyPD: ‘ndo state? che fate? ‘ndo annate?

Mentre Epifani comincia il suo ruolo di garante e traghettatore con un’infelice battuta sul numero di candidati alla segreteria (d’altronde c’è da capirlo, lui era candidato unico), la base pare invece unita nel chiedere che il prossimo Congresso sia vera occasione di rinnovamento. Anzi un vero e proprio atto di nascita, visto che questo PD, così come ciascuno di noi poteva averlo in mente, di fatto non è mai nato, giocando soltanto il ruolo di comitato elettorale a favore di questo o quello ma perdendo l’identità di “Partito” come lo si può immaginare solo a sinistra.

Il movimento #occupyPD è nato spontaneamente il 18 di aprile (anzi auguri, oggi è il suo complemese!) in reazione alla candidatura di Marini alla presidenza della Repubblica concertata dal PD, possessore della Golden Share parlamentare in virtù della maggioranza alla Camera, con la destra berlusconiana; scelta che ha preso in contropiede tutti gli elettori (e anche parecchi eletti, evidentemente) visto che fino a quel momento la strada indicata dalla dirigenza era di un accordo con chiunque meno che con Berlusconi, e che si doveva sfruttare l’occasione storica di far fuori concretamente il Caimano dalla vita politica di questo Paese; pur senza mai dirlo esplicitamente, il piano Bersani, recitato davanti a stampa e TV, guardava evidentemente al Movimento 5 Stelle.

Alcuni giovani militanti hanno quindi simbolicamente occupato le sedi PD locali in segno di protesta. Talmente veemente dev’essere stata la protesta che Marini è stato trombato, Prodi è stato ripescato (e segato a sua volta) e nella confusione generale di quei giorni ha trionfato lo status quo: stesso presidente, stessa maggioranza di governo. Un bel risultato davvero, del quale dobbiamo ringraziare nell’ordine: la (ex) dirigenza PD, i 101 traditori, e anche il buon Beppe Grillo che di politica dimostra di capirci quanto io di fisica nucleare.

Gli eventi quindi hanno cambiato il senso della protesta, ma non la sua necessità profonda. Occupy PD ha fallito nel suo tentativo di evitare l’accordo con Berlusconi, ma proprio in virtù di questo fallimento, ha ottenuto che il Congresso per il rinnovo dell’intera classe dirigente, la messa in discussione della linea politica fin qui tenuta e un dibattito costruttivo su una nuova struttura del partito, si celebri di qui a breve.

Ma la battaglia non è conclusa. Troppo facile immaginare (è accaduto anche alle ultime primarie, peraltro) che gli attuali dirigenti tenteranno di arginare la forza propulsiva che mai come adesso preme sul perimetro del partito per entrare e fare tabula rasa del passato, liberarsi della zavorra e lanciarsi quindi nel futuro con ali completamente nuove.

Per questo il movimento #occupyPD chiederà formalmente, a partire da domenica prossima nell’assemblea di Prato, insieme agli altri movimenti di protesta spontaneamente sorti in tutta Italia, di:
1) resettare completamente l’attuale dirigenza; il rischio di gettare il bambino con l’acqua sporca c’è, è chiaro; ma l’acqua è davvero troppo torbida per farsi scrupoli a questo punto. E solo con gli attuali dirigenti senza poteri di veto o di controllo, tentacolarmente esercitati, si può avere la garanzia di un Partito realmente nuovo;
2) Avere regole chiare che consentano un Congresso aperto non solo agli iscritti, ma anche agli elettori e al popolo delle primarie. Qualcuno storce il naso, rivendicando una maggiore centralità degli iscritti rispetto ai semplici elettori. Ha ragione, ma in questa fase, e a mio avviso anche nel futuro con le opportune forme organizzative, il partito ha bisogno di aprirsi al massimo, anche per scongiurare il pericolo di annacquamento correntizio del regolare processo di tesseramento, e quindi di abilitazione a partecipar. Come è avvenuto finora, specie in alcune Regioni d’Italia, nell’indifferenza o nella rassegnazione generale;
3) Avviare la discussione su una nuova forma-partito, che consenta ai suoi iscritti la partecipazione reale alla sua vita, alla formazione delle sue decisioni, alla nomina dei candidati, alla redazione dei programmi di governo locale e nazionale. Da troppo tempo il partito soffre della sindrome da squadra di calcio. Il Presidente nomina allenatore e giocatori. Gli elettori sono i tifosi. Possiamo guardare la partita, pagando il biglietto d’ingresso; possiamo discuterne al bar; possiamo pure incazzarci e mandare tutti a quel Paese. Ma la squadra è del Presidente. E, per quanto giochi male e ci faccia incazzare, difficilmente tiferemo un’altra squadra. Al limite il presidente comprerà il campione che ci fa tanto sognare. E’ invece ora di cambiare visione: ci sono persone fuori dallo stadio che vogliono entrare in campo, convinti di riuscire a far meglio di queste schiappe schierate in formazione titolare. Bisogna dar loro occasione di misurarsi con il campo e crescere.
4) Avere chiarimenti sugli obiettivi e la durata di questo Governo. Non è indifferente che duri un anno o cinque. Il Paese ha bisogno di una guida per uscire dal pantano e il tiraemolla tra posizioni opposte non può produrre altro che immobilismo e ulteriore incertezza, rabbia e povertà. Oppure politiche di destra, considerata la latitanza della sinistra, il che sarebbe anche peggio.

Con il Congresso, dunque, spontaneamente come è nato il movimento è destinato a sciogliersi se avrà ottenuto quel che si è prefisso in termini di regole e garanzie.

#OccupyPD non è quindi un nuovo soggetto politico, un manifesto o un comitato elettorale. So che in tanti saranno delusi. E tanti altri dubbiosi sulla sua reale capacità di incidere e ottenere risultati concreti.

Ma se avremo riportato anche un solo compagno a credere nella possibilità che impegnarsi nel nuovo Partito potrà migliorare la sua vita, e la vita della sua comunità, avremo già raggiunto un importante traguardo.

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