Quelle maledette regole.

postcosseddu

Argomento barboso ma personalmente lo ritengo assolutamente necessario. Chiedo venia. Non lo farò più.

Prendo spunto dal post, inquietante per le ragioni che spiegherò, di Paolo Cosseddu su facebook questa mattina. Augurandomi, come credo, che esprima posizioni personali, magari esposte in modo un po’ infelice, e che non coinvolgano persone a lui vicine, che parimenti stimo e seguo.

Non spiegherò qui quali regole in generale vorrei che il partito si desse. Ho la mia visione, è ovvio, che vale però quanto quella di un qualunque iscritto o simpatizzante del PD; se ne avrò l’opportunità contribuirò alla formazione della volontà collettiva al prossimo Congresso. Concorrerò con tutti alla definizione del nuovo partito democratico.

Sulla questione sollevata invece, che trova spazio nel dibattito mediatico di questi giorni (inutile, per alcuni, in tempi di crisi economica, ma non per me), la mia opinione è che la questione della “separazione delle carriere” tra Segretario del Partito e Candidato premier non sia del tutto inutile. Semplicemente, optando per un modello o per l’altro, si disegna un partito diverso.

Se il Segretario sarà anche il futuro candidato alle politiche, la conseguenza è non solo che nessuno dovrà tirar poi fuori il discorso delle primarie alla vigilia delle elezioni, perché magari nel frattempo ha saputo costruire intorno a sé un consenso inimmaginabile nel momento in cui si è scelto il Segretario; ma soprattutto si costruisce un Partito nel quale il Segretario, sapendo che sarà il futuro candidato premier, potrà muoversi in quella specifica direzione, utilizzando mezzi, uomini, comunicazione, in funzione di quella (già scritta) prospettiva. Contando di non avere (palesi) concorrenti interni, perché la scelta è stata fatta e non vi si ritornerà sopra. Il partito finirebbe per essere un enorme comitato elettorale in funzione del segretario di turno; personalmente non è l’ipotesi che mi affascina maggiormente, ma tant’è.

Optando invece per la “separazione” si disegna a mio avviso un partito di controllo, di garanzia, un vaso di comunicazione tra la base e gli uomini impegnati nelle istituzioni. Un partito che potrà garantire sostegno al candidato, scelto con ulteriori primarie (alle quali il segretario in carica potrebbe candidarsi previe dimissioni), senza tuttavia esserne “colluso”, dovendo diventare anche avvocato difensore d’ufficio qualora Il Prescelto fallisse. Una macchina piuttosto “pesante” che d’altra parte permetterebbe una maggiore partecipazione alla base, con ampi momenti di condivisione e di vita politica attiva.

Lì dove, invece, si scegliesse di non scegliere, si finirebbe per favorire correnti interne, accoltellamenti e accoltellatori potenziali, un uso distorto della “macchina” partitica per conseguire un ingiusto vantaggio politico del segretario o della sua ristretta cerchia, premiandone unicamente le ambizioni piuttosto che le capacità; anche se ovviamente consentirebbe di fatto una maggiore libertà di movimento, potendo quindi più velocemente adattarsi alle situazioni contingenti. In pratica continuerebbe tutto com’è stato finora. Dove una regola pure ci sarebbe, ma non essendo applicata, è come se non ci fosse.

Quindi, diversamente da quanto sostiene Paolo, che pure spesso condivido, un principio di ragione per la quale la cosa merita di essere approfondita e discussa, c’è. Ogni scelta ha i suoi pro e i suoi contro, che vanno opportunamente soppesati e valutati. Dovendosi evitare, tutt’al più, di darsi regole che poi dovessimo sentire come un fardello troppo pesante.

Perché infatti la la questione che mi preme maggiormente sottolineare è che qualunque regola venisse fuori dal prossimo Congresso, il segretario di turno dovrà fare una sola cosa: chiedere a tutti di rispettarle; prima di tutto a sé stesso.

Paradossale che il Partito che vuol combattere le mafie, l’evasione fiscale, il conflitto d’interessi (sic!) di fatto abbia dimostrato in passato che le regole (che lui stesso si è dato, peraltro) sono solo carta straccia, da ignorare tranquillamente, o bypassare concedendo mille deroghe o proroghe, se non conviene più. E che qualcuno ancora adesso scriva che le regole di domani potrebbero diventare solo la carta con cui incartare il pesce dopodomani.

Non sono affatto d’accordo. Per me è una questione da dentro/fuori: le regole vanno rispettate: anche quando non ci piacciono; anche quando situazioni contingenti o esterne o impreviste le rendono obsolete. Tutt’al più si cambiano, con lo stesso procedimento con il quale furono create.

Se perdiamo di vista questa sensibilità, non c’è futuro possibile. In Italia, e in questo partito, che ritengo, politicamente, la parte migliore, pur se migliorabile, del mio Paese.

 

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2 pensieri su “Quelle maledette regole.

  1. N.C. Autore articolo

    Condivido parzialmente: adesso la regola c’è ma non è stata rispettata. Quindi il correntismo prospera DI FATTO in assenza della divisione di ruoli. E ci sarebbe comunque, non mi illudo, ma tra correnti e feudi c’è una bella differenza… Inoltre devi considerare che maggiore elasticità ok, ma ci si presta anche a manipolazioni, che facendo il paio col feudalesimo piddino produce di fatto l’oligarchia. Auspico dunque approfondita discussione, altro che incartare i pesci.

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  2. vasilj

    io invece ritengo che definire a priori se il nuovo segretario sarà o no il candidato premier finisce per condizionare troppo pesantemente la sua scelta. Mi spiego: se si sceglie che il segretario sia candidato premier (ti faccio notare, però, che in linea di massima dovrebbe sottostare alle primarie di coalizione, a meno di riuscire a realizzare la famosa vocazione maggioritaria – cosa, sin qui, impossibile), gli elettori finiranno per scegliere un segretario che sia soprattutto un buon candidato premier. Magari a scapito delle qualità di mediazione e di organizzazione necessarie per quel ruolo. Viceversa, se si stabilisce che il segretario non sarà mai premier, ci si preclude la possibilità che un segretario che risultasse, a posteriori, molto gradito agli elettori possa proporsi alle politiche…
    La scelta “a priori”, secondo me, toglie elasticità al partito nelle scelte politiche. Considera, ad esempio, che un cambiamento nella legge elettorale o nella struttura istituzionale potrebbe consigliare un “cambiamento di rotta”…
    Peraltro, il correntismo è prosperato tranquillamente in vigenza della regola dell'”accoppiamento” e farebbe altrettanto (anzi, secondo me, pure peggio) nel caso del “disaccoppiamento”. L’unico rimedio al correntismo è una segreteria forte

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