On. @Civati ci vuole un po’ più di coraggio.

Tutto quel che è successo finora ha avuto comunque un senso. Farci capire (qualcuno dirà: era ora!) che il partito che abbiamo votato e sostenuto in tutti questi anni, difendendolo con passione in famiglia e tra gli amici dagli attacchi ricevuti, e profondendo energie perché si imponesse nelle competizioni elettorali, di democratico ha ormai soltanto la scritta nel nome.

La nostra mission impossible è riappropriarci degli spazi teoricamente riservati dallo Statuto alla base, raccogliere il malessere diffuso e trasformarlo in energia propositiva. Tirando finalmente fuori in automatico o coattivamente il marcio annidato nei corridoi e incrostato sulle poltrone. Una bella pulizia generale, non una vendetta alla Renzi first type, piuttosto una presa di coscienza collettiva circa il fatto che abbiamo toccato il fondo della decenza e chi, come noi, crede che la politica possa ancora essere la spinta per cambiare in meglio la società, potrà e dovrà impegnarsi in prima persona per garantire e partecipare al Cambiamento.

Ma tra il dire e il fare c’è di mezzo l’oggi. Se l’appuntamento (ultima fermata, per quanto mi riguarda) è il Congresso, da qui ad allora il Partito Democratico si troverà quotidianamente ad affrontare e tentare di governare problemi di ogni tipo, a livello nazionale e locale. E non il PD che vorremmo, ma quello che abbiamo: il PD dei 101, il PD dell’inciucio con il centrodestra, il PD dall’identità incerta e collocato sinistramente troppo a destra.

Assurdo pensare che “questo” PD possa esprimere oggi una politica diversa da quella espressa finora, e alla quale invece puntiamo noi attraverso i numerosi gruppi e movimenti spontanei sorti ovunque che lo tallonano da vicino. Non lo faranno nemmeno per bieco calcolo elettoralistico: le elezioni sono lontane e una bella rinfrescata alla facciata l’hanno comunque già messa in conto. E tanto basterà, pensano.

Ci si deve quindi rassegnare ad un forzato periodo di convivenza. E non parlo di me, di noi, che la politica la subiamo soltanto o la leggiamo sui giornali. Parlo di quanti hanno portato la nostra voce all’interno dei palazzi, dei media e del dibattito: parlamentari e dirigenti “dissidenti” rispetto alla linea politica espressa da “questo” PD.

Un periodo di convivenza questo, durante il quale una posizione troppo blanda da parte dei “dissidenti” rischia di mandare in frantumi la credibilità di chi si dice contro, e di apparire funzionale a quel che dicono di voler cambiare; una posizione troppo dura rischierebbe invece di spaccare, di mettere fuori dal gioco proprio quelle voci che segnano la frattura che abbiamo intenzione di allargare a dismisura per ricostruire su nuove basi il partito del futuro.

Il ragionamento mi è chiaro; ma io credo comunque che occorra un po’ più di coraggio.

Capisco insomma che fare la voce grossa serve a poco se nel partito di oggi conti un piffero; anzi, palesa proprio la tua imbarazzante pochezza numerica, anche se questa si scontra pesantemente invece con la forza delle nostre opinioni nelle case, nei circoli simbolicamente occupati, nel cuore degli elettori liberi da ordini di scuderia.

Sono consapevole di questo; tuttavia la campagna congressuale è già cominciata. E non è un peccato marcare continuamente la propria contrarietà alla condotta di dirigenti nei quali non ci si riconosce, che consideriamo non più rappresentativi del sentimento collettivo e che ci prepariamo a sfidare al Congresso, proponendosi quindi fin d’ora come l’alternativa ad essi che si vuole incarnare.

Diversamente si rischia, tanto più quanto il Congresso verrà allontanato e rimandato, di fiaccare la già stanca ed impaziente platea di elettori delusi, di depauperare le energie di Cambiamento necessarie invece, e numerose, per raggiungere i nostri obiettivi.

Mi perdoni quindi On. Civati se glielo dico. Sono solo un elettore come tanti. Di politica ci capisco poco e nulla, specie se la politica è fare i conti con il pallottoliere, fare accordi sottobanco o comunicare solo la parte del proprio pensiero che conviene esternare, magari cambiandolo, il pensiero, quando le circostanze lo richiedono.

Ma io ribadisco che adesso ci vuole un po’ più di coraggio. È arrivato il tempo di azioni clamorose. È giunto il momento di rischiare il tutto per tutto. Più avanti sarà troppo tardi, e si verrà tacciati di opportunismo elettoralistico.

Noi siamo con Lei, ma lei deve essere con noi, ogni giorno, a partire già da oggi.

Questo è il momento: tiriamo fuori le palle.

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4 pensieri su “On. @Civati ci vuole un po’ più di coraggio.

  1. N.C. Autore articolo

    La tua posizione è chiara ma è altra rispetto alla mia. I movimenti che vedo segnano il campo di un nuovismo che è più vecchio del vecchio. E non è solo una questione generazionale, ma di metodo e contenuto. Se Matteo Renzi sarà il paravento dietro cui si rifugerà (lo stanno già facendo in massa anche a livello locale) tutta la nomenclatura, con evidenti e reciproci vantaggi per loro, si porrà anche un problema di comunicazione. E so che Civati è apprezzato, ma quanto è conosciuto? Quanto è percepito dalla base elettorale meno vicina al partito e alla politica (ma che poi vota alle primarie, se saranno allargate) come alternativa allo status quo? Il problema che pongo è esclusivamente di visibilità, perchè i contenuti li conosco bene. E temo non basterà il porta a porta; illudersi di vincere un congresso del maggior partito italiano con una politica moderata di dialogo e persuasione (peraltro la disincrasia di voler parlare moderatamente ad un popolo incazzato e impaziente mi pare evidente) è ingenuo. A mio avviso, naturalmente. Spero di aver torto, ma impuntarsi sugli F35 ieri invece che consolarsi con una mediazione poteva fare il gioco del nostro. La disciplina di partito aveva un senso durante la crisi di governo; ma ora il governo c’è, è numericamente forte, e la campagna congressuale è aperta. Marcare con forza la differenza tra il noi e loro per poi eventualmente etichettare il Renzi di turno di essere “loro” non mi pare una forzatura, non mette a rischio (purtroppo) il governo e potrebbe dare un consistente vantaggio elettorale. Dirai che è solo propaganda. No: si tratta di dare forma e forza alle proprie idee. Grazie comunque per il tuo pensiero 🙂

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    1. giaimeddu

      Certo che è altra, altrimenti mica avrei commentato.
      In ogni caso, trovo che continuare con lo schema noi vs loro sia perdente. Lo è sempre stato e noi, a sinistra, non siamo mai stati capaci di farlo per bene e, anzi, si sono solo costruiti dei muri. Io credo che ci siano altre strade possibili e che se si vuole cambiare, bisogna provare strade diverse, quelle già esplorate le conosciamo e portano solo alla caciara. Con ciò detto, non è importante che tu conosca i contenuti, è importante che tu li faccia conoscere. Perché è chiaro che se deleghiamo sempre a Pippo la sua “promozione”, l’unico modo per fare breccia è la caciara. Abbiamo ancora il fattore tempo dalla nostra, io non lo sottovaluterei. Poi, per carità, ognuno fa quel che preferisce e agisce come gli è più consono.

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      1. N.C. Autore articolo

        Il mondo è bello perché è vario. Io penso che il fattore tempo sia proprio quel che non abbiamo. Che un Congresso a fine anno non dia ad una base spontanea e volutamente disorganizzata il tempo di far conoscere il proprio candidato e la bontà della propria proposta politica.
        E in quanto al noi contro loro, sono in completo disaccordo. Rovesci la verità se dici che è finita in caciara per colpa di questa linea: è vero proprio il contrario: è finita in caciara perché non c’è mai stato un VERO noi contro loro. Tanto che con “loro” ci stiamo governando beatamente insieme da un anno e mezzo, e continueremo a farlo per chissà quanto altro tempo ancora. La commistione di interessi e la confusione di identità è quel che mi ha fatto venire i crampi allo stomaco verso questa politica e verso il “mio” partito. Se ti riferisci invece al correntismo interno,il problema a mio avviso non è il noi contro tutti, ma il fatto che questo sia stato finora solo strumentale al raggiungimento di maggiore potere personale, e non ad un sano anche se aspro confronto sui contenuti, sui valori, le idee e la proposta politica.
        In ogni caso non si riduce tutto a questo. Chiedo di marcare il campo perché una parte della base, ti assicuro numerosa, con “loro” dal giorno dopo il congresso non vuole averci nulla a che fare; disposta perfino ad abbandonare la nave se chi l’ha guidata finora, arenandola in una secca, non si conforma a ritornare ad essere un passeggero come gli altri. Utile come tutti a dispensare buoni consigli ma lontano dal potere che non hanno saputo o voluto gestire secondo il mandato ricevuto da chi li ha eletti per questo.

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  2. giaimeddu

    Non sono d’accordo e mi spiego.

    E’ vero che non si può sempre far di conto col pallottoliere per misurare il proprio consenso interno, alla lunga rischia di essere autoreferenziale e perdere quello che in politichese è “il contatto con la base” cosa che, fortissimamente, bisogna recuperare. Però a che prezzo lo si vuol fare? Marcare le distanze continuamente dalla dirigenza va anche bene, ma non è necessario farlo alzando i toni, come mi pare tu suggerisca.

    Anche io sono solo un elettore che di tattica politica ci capisce poco, ma ritengo che sia importante puntare sul dialogo con chi vuole ascoltare. Gli argomenti non mancano di certo. Forse quel che manca è la pazienza di lavorare cominciando a costruire il consenso (si, costruirlo…) dalle fondamenta. E’ un lavoro lungo e certosino e Civati, credo, è partito per tempo. Io sono dell’idea di tenere ferma la barra del dialogo. In pochi mesi siamo passati da una sconfitta sconvolgente (la faccenda dei 101 è la resa di fronte al nemico, né più, né meno) con le “nostre” posizioni in netta minoranza ad un momento in cui Civati comincia ad essere considerato uno dei “big”. E credo (ma questa è solo una mia impressione assolutamente non suffragata da dati) che la sua “narrazione” sia molto più apprezzata di quanto ufficialmente riconosciuto.
    Io ho amici che apprezzano Pippo Civati in uno spettro che va da ex elettori di destra fino a qualche grillino (ex?) intransigente, con tutto quello che c’è nel mezzo. Certo, non è un piacere unanime, ma io credo che più che da lui la spinta debba venire da noi. Parliamo con le persone, discutiamo con loro, cerchiamo di capire in che cosa non sono d’accordo con noi e perché (a volte è veramente solo una questione di incomprensioni, mentre il messaggio di fondo è ampiamente condiviso) e cerchiamo di convincerle della bontà delle nostre idee. Con calma, senza perdere la pazienza, senza aspettare che dall’alto arrivi la mossa clamorosa. Poi certo, se ci fosse un po’ più di supporto, non guasterebbe, ma sono sicuro che non mancherà!

    My 2 cents (e scusa la lunghezza!!)

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