Il mio intervento a #LaPoliticaCheVogliamo

Lo slogan e il tema di questo incontro è “la politica che vogliamo”. Bene. Ma quale politica vogliamo?

Troppo spesso da queste parti sento discorsi che confondono la politica con i politici. Forse è un vizietto che ci portiamo dietro da troppi anni, almeno da quando ne ho memoria io, ma con dispiacere devo purtroppo verificare che è ormai diffuso in tutta Italia.

I discorsi in TV, in famiglia, nelle piazze, vertono sempre sui nomi: Tizio ha proposto questo, Caio ha detto questa cosa. E anche la nostra partecipazione alla vita pubblica si limita troppo spesso a mettere una croce su un simbolo o su un nome. Cercando poi magari di rintracciare quel nome per chiedere favori e prebende.

Non cambieremo mai la politica continuando a ragionare in questi termini. Né in Basilicata, né in Italia.

Non è sostituendo o sostituendoci ad una classe dirigente che pure riteniamo inadeguata e in alcuni casi addirittura collusa con forze e poteri poco trasparenti del territorio e lontane dalla gente e dai suoi bisogni, che potremo dire di avere vinto.

Non è in sostanza cambiando un computer con uno più performante e veloce che si riuscirà a lavorare meglio, se il sistema operativo che ci montiamo sopra è sempre lo stesso, ed è ormai pacificamente obsoleto e inadeguato al compito che ci prefiggiamo. Non è sostituendo un re con un altro che si abbatte la monarchia. Non è nemmeno  sperando in un sovrano “illuminato” che ci si riappropria delle proprie libertà e dei propri diritti.

Occorre quindi cambiare completamente mentalità. A partire da noi. Cominciando a pensare di non delegare più ad una sola persona tutto il potere di fare e disfare con la velata ma ormai inefficace minaccia di non rivotarlo più la prossima volta. Dovremmo ormai aver capito che un certo sistema politico, del quale anche il mio partito purtroppo da troppo tempo fa parte, all’occorrenza cambierà gli uomini, ma non cambierà le logiche che ne determinano le azioni, le decisioni, che ci coinvolgono poi tutti a cascata.

Non serve in sostanza sostenere e votare Nino Carella come presidente del Consiglio, o sindaco, o Governatore della Basilicata, se non c’è un gruppo forte di controllo, di stimolo, una base numericamente e qualitativamente importante per un’attività di consultazione e verifica continua sul suo operato di rappresentante del popolo.

E’ questo che chiediamo con il nostro movimento: che le città, le regioni, lo Stato, siano guidate non più da oligarchie predeterminate, magari decise nelle buie stanze di un palazzo, ma dall’azione democratica della base, delle persone che vogliono incidere sulla vita e lo sviluppo del loro territorio. Mi obietteranno che i cittadini hanno progressivamente già abbandonato la politica da tempo. Ma questo non è del tutto vero: è vero piuttosto che la politica ha progressivamente abbandonato i cittadini. Anche la parte più attiva della cittadinanza, la parte più energica, più propositiva ed indipendente, forse troppo indipendente da poter essere tenuta agilmente sotto controllo.

Mi auguro quindi che la giornata di oggi segni anche nella nostra città, come già in tante realtà d’Italia, l’inizio di un percorso comune nel quale ciascuno secondo la propria sensibilità, ciascuno secondo i propri obiettivi, possa riconoscersi e partecipare. Al di là delle sigle che ci distinguono, ma non ci dividono, abbiamo di fronte l’occasione storica di poter incidere profondamente una nuova visione sulla nostra terra e nella nostra società.

Non è questo forse il momento di elencare proposte e idee concrete per l’Italia e la Basilicata. Adesso occorre guardarci in faccia, capire che è finito il tempo di una politica vuota e autoreferenziale che mira soltanto a gestire l’esistente, senza sforzarsi di proporre una nuova visione del futuro, una nuova idea di relazione e solidarietà tra le persone e le classi sociali; capire che dobbiamo completamente rovesciare le logiche di appartenenza e militanza, reclamando spazi adeguati e reale potere decisionale, per far sì che i partiti non siano più un feudo personale di questo o quel piccolo potente locale, non siano più un postificio per sistemare amici e parenti, non siano più uno strumento da utilizzare impropriamente per drenare risorse pubbliche e collettive, ma siano finalmente quello per il quale sono nati e che la nostra Costituzione riconosce: un luogo di confronto e di sintesi, di decisione e di dialogo, in orizzontale tra i cittadini, ed in verticale tra i cittadini e le Istituzioni.

La vicenda quotidiana di questo governo cosiddetto delle “larghe intese” (o piuttosto delle “larghe attese” come giustamente ha suggerito qualcuno) ci dà non solo il sospetto che si stia insieme per coprire colpe comuni, spalleggiarsi e proteggersi a vicenda, ma anche la certezza che le cose che servono, e che ci raccontiamo da decenni, non si faranno mai; sento parlare di Riforme dal 94 e le uniche che sono andate in porto in questi venti anni sono state maldestramente portate avanti a colpi di maggioranza, da una parte e subito messe in discussione dall’altra. Il ritrovato spirito di collaborazione nasce quindi dall’improvvisa consapevolezza della necessità di un confronto e di condivisione, o piuttosto dalla paura che un nuovo orizzonte si stia avvicinando, e in quell’orizzonte tanti di loro non vi troveranno più posto?

Io credo fortemente la seconda, leggendo in questo senso il risultato del voto di febbraio, e per questo vorrò personalmente impegnarmi per far avanzare quell’orizzonte il più possibile, fino ad incontrarlo, perché solo con idee nuove e nuove prospettive, solo con un rapporto più vero e sincero degli eletti con i loro elettori e il loro territorio si possono creare opportunità di crescita sostenibile e di sviluppo.

L’Italia, e la Basilicata, cambiano se cambia il PD. Ma il PD cambia se cambiamo noi, il nostro rapporto e le nostre aspettative nei confronti della politica e dei politici. Smettiamo di chiedere e cominciamo a prenderci e riprenderci quel che è nostro: la nostra terra, il nostro futuro e il nostro partito.

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