Come se nulla fosse. Il Congresso Atto Primo: togliere il tappo.

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La riunione di ieri di “Fare il PD” vedeva, piuttosto singolare, la partecipazione di parecchi tra quelli che il PD l’hanno disfatto. Un fatto sinistro, più che di sinistra.

Sul significato puntuale di cosa si intenda per “aver disfatto il PD” ciascuno avrà la sua idea, ma io intendo principalmente l’aver portato il maggior Partito di sinistra a somigliare troppo ad un partito di destra, per azione e contenuti, e principalmente a quello del suo principale avversario. Con il quale, guarda un po’, stiamo giusto governando assieme (i casi, a volte).

Comunque lo si intenda, secondo la mia esperienza diretta, da ogni territorio e da ogni “fascia sociale”, da dentro e da fuori il partito il sentimento più evidente è quello di voler rinnovare il partito, scappato via in alto come un palloncino bizzoso, tirando quindi la cordicella per riportarlo in basso, verso il suo popolo e i suoi elettori, verso i bisogni e le aspettative della (sua) gente.

Qualche tempo fa, proprio nei giorni in cui da noi Bersani cercava imperterrito una ricollocazione, Bindi – bontà sua – si rifaceva una improbabile verginità, il sempreverde D’Alema sembrava deciso a non mollare l’osso addentato nel ’68 o giù di lì, commentavo sconsolato le foto che ritraevano Bush figlio passare le sue giornate post incarico dipingendo tele di dubbio gusto. E anche suoi noti predecessori, da quanto ne so, dopo il giro di giostra, si sono più opportunamente dedicati ad altro: conferenze, libri, consulenze, filantropia ecc. E mi pare che, a naso, in qualunque democrazia d’oltralpe i leader dei partiti abbiano una finestra limitata di tempo durante la quale esercitare le loro presunte capacità.

Da noi no. Chi entra in politica con un certo seguito e successo, non ne esce più. Condizionando perennemente la politica e i politici (che dovrebbero occuparsi dei problemi dei cittadini, e di assicurare loro benessere e diritti, vigilando certo sull’osservanza dei doveri, e modulando l’uno e l’altro secondo i tempi e i valori di riferimento), con il solo intento di sopravvivere a sé stesso. Anche i programmi elettorali dei partiti sono ormai puro esercizio di stile, e personalmente ho smesso di leggerli già da tempo; loro dovrebbero meno ipocritamente evitare persino di stamparli e risparmiare così almeno un po’ di carta.

Ecco perché ritengo che il reset della dirigenza attuale sia condizione necessaria per “fare il PD”. Non è una questione anagrafica. Stabiliamo piuttosto un criterio temporale: chi ha incarichi di partito o elettivi a livello nazionale da oltre dieci anni, è posto in pensionamento anticipato: non avrà più ruoli, non sarà più riproposto in nessuna elezione nazionale. Se proprio la politica è una passione imprescindibile, potrà sempre più utilmente impiegare la propria esperienza per proporsi alla guida del consiglio comunale della sua città, o della sua Regione.

Ovviamente questo non basta. Però credo che ci siano energie nel PD, alla base come al vertice, che possano trasformarlo radicalmente. Occorre togliere il tappo (anzi i tappi, perché a livello locale, da quanto sto imparando, la situazione è analoga se non peggiore, in tanti casi) che blocca e smorza l’energia.

Condizione preliminare, come si dice: necessaria, anche se non sufficiente, è che il tappo venga tolto, e chi ha portato il Partito in queste condizioni di debolezza assoluta (anche se conserva una certa forza relativa) non può essere incaricato della ricostruzione. Sarebbe come affidare il paziente stordito alle amorevoli cure del boia.

La loro occasione l’hanno avuta, sono certo che hanno fatto il massimo che potevano.

Bene, bravo, ma non bis.

 

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