#potrebbecadereilgoverno. Ma quando mai?

Articolo pubblicato su Tazebaonews.it

L’hanno capito anche i sassi che Berlusconi non farà mai cadere un governo nel quale è seduto da miracolato, rischiando di dover subire un governo ostile o, peggio, elezioni alle quali si presenterebbe ancora più debole della volta scorsa (potendo peraltro il PD schierare una rosa di giovani leve dall’indubbio appeal mediatico).

A meno che, per un qualche (im)prevedibile evento esterno non prevalga la logica del “muoia Sansone e tutti i filistei”, “tanto peggio tanto meglio” e via dicendo. Dal momento che in questo caso qualunque sforzo dei nostri di tenere unita la maggioranza sarebbe inutile, dipendendo la rottura da una decisione unilaterale del Cav., vale comunque lo stesso discorso.

Che è questo: prendendo la premessa di cui sopra come un dato di fatto difficilmente opinabile, a cosa diavolo serve la tanto sbandierata prudenza dei vertici piddini sul rischio #potrebbecadereilgoverno, in base alla quale si ingoiano rospi uno dietro l’altro manco fossimo ad una improbabile serata orientale di una Festa dell’Unità? Una serata che peraltro non sembra finire mai, e che si ripropone puntuale il giorno dopo. Chiaro che a un certo punto l’elettore medio cominci a soffrire la mancanza di salsicce e gnocco fritto.

Ci dev’essere dell’altro, quindi. La prudenza piddina, per la quale i nostri eletti sembrano muoversi ogni giorno come su un tappeto di uova fresche (steso ad arte il giorno prima dai loro alleati di governo, peraltro), non ha giustificazioni razionali. Quindi: o sono stolti o…

Io propendo per l'”o”. Rifiutandomi di credere che abbiamo eletto dei perfetti imbecilli, devo concludere, tristemente, e ancora una volta, che abbiamo eletto invece delle persone che a questo governo tengono davvero. E non ad un governo qualunque. Proprio ad un governo con Berlusconi.

Ahivoglia noi a occupare, a chiedere il cambiamento, a scrivere sui social, ad organizzare manifestazioni, a sperare che il Congresso segni la chiave di (s)volta di un percorso di connivenza non più sospetto o sussurrato, ma diventato imbarazzantemente palese.

Senza un reset di questa connivenza, che si ottiene soltanto mettendo definitivamente fuori dai giochi chi da questa connivenza sta traendo vantaggi diretti (anzi direttissimi), e fare nomi e cognomi è piuttosto facile, non andremo lontani.

Ci terremo in seno il seme della prossima coltellata, del prossimo imbarazzo, della prossima sconfitta.

E se qualcuno verrà a dirci allora “non possiamo essere quelli che si lamentano di perdere sempre”, la mia pazienza non riuscirà a trattenere più la collera. Non verso chi quelle parole le pronuncia, pretendendo di trasformare la sinistra in un’arena nel quale si tifa per il gladiatore più forte. Ma verso di noi che lo avremo permesso, rinunciando per senso di pacificazione e di mediazione ad un futuro che potrebbe essere davvero molto, molto diverso.

Finalmente il futuro che vorremmo, e che ci meritiamo.

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