Se avete finito di cazzeggiare, noi avremmo un Paese da ricostruire.

Se questo è un governo. Sono passati cinque mesi dalle elezioni e possiamo dire che il Paese è senza una guida credibile. Se allarghiamo il campo possiamo anche dire che da quasi due anni il Paese è senza una linea politica decisa dal suo popolo. Allargandolo ancora un po’, da troppi anni il Paese non ha un governo capace di essere l’input di una Rinascita e di un indirizzo (non solo economico) doveroso e necessario. Inutile quindi sorprendersi della melma in cui siamo, almeno per chi crede che la politica sia la leva principale che muove la società verso un destino comune desiderabile.

Dal 25 febbraio abbiamo subito prima per due mesi l’imbarazzo bersaniano di non riuscire a trovare una quadratura ad un cerchio uscito malconcio e sbilenco dalla tornata elettorale; quindi l’onta del voltafaccia all’ipotesi di un “governo del Cambiamento” con la trattativa Marini per il Quirinale; infine il patto scellerato con il centrodestra nostrano per un governo di responsabilità nazionale, con il compito di fare poche cose, ma senza troppa fretta.

Che quest’ultimo fosse un esperimento destinato a fallire, non doveva volerci necessariamente un genio a decretarlo: bastava ricordarsi di aver passato quasi venti anni costellati da “prove di dialogo” – miseramente falliti – tra una destra populista costruita ad immagine e somiglianza del suo leader, con un unico punto di governo, sul quale non transigere mai (difendere il capo) e una sinistra piano piano fagocitata ed egemonizzata nei modi, nelle strutture, nella comunicazione, fino addirittura ai contenuti politici, dal fascino del berlusconismo. Qualcuno deve aver pensato che fosse possibile e bello costruire una Casa della Libertà anche a sinistra. Una costruzione staccata dalla società, una fucina di leaderini, una sorta di Olimpo di semidei che di tanto in tanto si affacciano per buttare distrattamente un’occhiata di sotto, affacciandosi dalla finestra di uno schermo televisivo, o studiando una statistica Istat per sapere come vanno le cose tra i mortali.

Da parte nostra, abbiamo gridato, vi abbiamo implorato, abbiamo occupato per avvertirvi che la strada era un vicolo cieco. Ma Voi, tronfi ed imperterriti, avete proseguito e perseverato. Che sia stato per eccesso di fideismo o per qualche inconfessabile ragione, non saprei dirlo e, francamente, nemmeno mi interessa. Come si dice in questi casi, sarà la storia a giudicarvi.

Quindi, caro Epy, caro Robertino Speranza, caro Letta. Se avete finito di giocare a fare i leader; se avete terminato di raschiare il fondo del barile della credibilità; se vi siete giocati le vostre ultime carte in un improbabile bluff, è ora di mollare il tavolo da gioco.

Noi avremmo un Paese da ricostruire. Abbiamo dei cittadini da convincere che il centrosinistra non è, non può essere così brutto da sembrare lo scarabocchio del centrodestra.

Vi direi pure di darci una mano, ma ormai le mani ve la siete sporcate. Dovranno essere nuove mani, pulite, a ricostruire mattone su mattone la credibilità che avete smontato in soli cinque mesi. Per cosa, poi? Un ultimo giro di giostra? Contenti voi.

Noi non lo siamo affatto. Siamo, ci sentiamo, traditi e feriti; ad un passo dal mollare tutto e tutti per costruirci da soli l’alternativa che non avete saputo cogliere e rappresentare.

Se andrà avanti questo improbabile Governo, superlativo nel nome, ma diminutivo nei fatti, sarà solo per attaccamento al potere, o per una tattica che dilatandolo, pensa di piegare il tempo a proprio favore.

Invece il tempo è scaduto. Prenderne atto non è coraggio, è dignità.

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