La bugia di Epifani.

Resisto a tutto meno che alle tentazioni. La tentazione stavolta è di smentire una bugia che di tweet in tweet, di stato in stato, di bocca in bocca, sta rimbalzando e prendendo corpo nella rete e tra le persone, rischiando di trasformarsi in una falsa verità. Quindi, ecco qui.

Per oltre due mesi i dirigenti del Partito Democratico ci hanno tenuti impegnati in un interessantissimo (sì, come no) dibattito sulla necessità di separare la figura di candidato premier da quella di segretario del partito. Un automatismo inutile, superato di fatto dalla deroga concessa a Matteo Renzi nelle scorse primarie, e dalle successive che già si prospettano all’orizzonte, ci si dovesse ritrovare in casi analoghi.
Sulla separazione delle carriere, diciamo così, il consenso si è rivelato quindi infine pressoché unanime.

Tuttavia questa è solo la base di una bugia costruita sopra per affondare il coltello dell’autoconservazione e della difesa dello status quo ancora più in profondità. La bugia è questa: se quindi abbiamo deciso di separare le carriere, fermo restando che il candidato premier verrà scelto con ampie primarie, il segretario è affare interno, e dovrà più logicamente esser scelto da una platea ristretta, coincidente con tutti gli iscritti del Partito Democratico.

L’apparente logicità delle proposizione sta mietendo pian piano ampi consensi nell’opinione pubblica, specie quella più vicina al Partito Democratico, i tesserati storici, il popolo delle sezioni e delle Feste dell’Unità; ansiosi di difendere la loro “diversità” da un banale elettore qualunque, che si dovrebbe arrogare persino il diritto di scegliere il nostro segretario, salvo poi sparire dall’orizzonte democratico per chissà quanto tempo.

Ebbene, le cose non stanno proprio così. Ovvero: fatte salve le opinioni di chi – giustamente – chiede maggiore considerazione e peso alla propria tessera e all’impegno profuso all’interno della struttura, spesso intenso e volontario, il piano delle considerazioni che si devono fare è propriamente politico, non materiale.

Cos’è dunque il Partito Democratico? L’articolo 1 dello Statuto lo definisce meravigliosamente una “federazione di elettori ed iscritti”. Il PD non è i suoi dirigenti; il PD non è i suoi dirigenti più gli attivisti tesserati; il PD è chiunque lo voti, aderendo ad un manifesto (piuttosto confuso in verità, ma questa è un’altra storia) di principi e di valori sui quali declinare idee e uomini per il raggiungimento di obiettivi comuni – largamente – condivisi.

Questo è. Questo ci è stato venduto per dieci anni. Un partito straordinariamente diverso da quello che ci circonda nel panorama politico italiano. Non un’associazione, non un movimento, ma un Partito, democratico appunto, ed un partito aperto, anzi, apertissimo.

Tanto che lo stesso articolo (il primo, il più importante, l’articolo fondamentale) conseguentemente prevede che “Il Partito Democratico affida alla partecipazione di tutte le sue elettrici e di tutti i suoi elettori le decisioni fondamentali che riguardano l’indirizzo politico, l’elezione delle più importanti cariche interne, la scelta delle candidature per le principali cariche istituzionali”. Una rivoluzione sul piano politico e culturale, che mi ha visto aderire entusiasticamente, e tanti con me, a questo ambizioso e meraviglioso progetto. Un progetto coraggioso, se portato a compimento, perché declinato nel Paese dei Berlusconi, del concorso esterno in associazione mafiosa, delle clientele e della corruzione nella Pubblica Amministrazione.

Però fermiamoci un attimo: se tutti gli elettori, non solo gli iscritti, partecipano all’elezione delle cariche interne (segretario) e alla scelta delle candidature per le principali cariche istituzionali (premier), l’eliminazione dell’automatismo non influisce sulla base elettorale per la scelta dell’uno o dell’altro. E se ci si pensa un attimo, ciò concorda appieno con quanto dichiarato sull’identità del Partito Democratico: essere, appunto, una federazione di iscritti ed elettori. Si dà quindi corpo ed anima ad una proposizione che altrimenti sarebbe rimasta solo una frase vuota, una dichiarazione d’intenti: il PD è formato da tutti i suoi elettori, e lo dimostriamo chiamandoli a scegliere i candidati e i dirigenti.

Fatta salva quindi la legittima richiesta della base più attiva di maggiore attenzione e valore alla loro partecipazione, problema che #occupypd ritiene primario per la costruzione di un nuovo PD e per il rilancio della sua iniziativa politica, richiesta alla quale il prossimo segretario, chiunque sia, dovrà prendersi in carico per cercare soluzioni e risposte, nondimeno far passare la proposta Epifani dell’ultima Direzione Nazionale significa stravolgere il Partito Democratico. Venderlo da domani per qualcosa di diverso da quel che era fino a ieri. Un nuovo progetto, un nuovo indirizzo politico, un nuovo contenitore; si rimette in discussione l’idea stessa di appartenenza e di rappresentanza che milioni di italiani hanno riposto in questa federazione di elettori, credendola aperta, fluida, vicina alla gente.

E’ legittimo cambiare passo. E’ possibile rimettere tutto in discussione, fare un’ampia riflessione, adeguare il percorso tenendo conto dei risultati ottenuti e introducendo correttivi anche pesanti, se necessario. Ma va fatto nelle sedi opportune: un congresso ad esempio, straordinario peraltro per il tema oggetto di discussione.

Non una Direziona Nazionale. E’ una cosa che non sta in piedi, e non stando in piedi, puzza. Puzza di sgambetto, di tentativo di restaurazione, di ostacolo al cambiamento, di impedimento di quel ricambio di idee e di uomini necessario come il pane in questa fase, per ridare credibilità e forza ad un progetto politico che appare appannato ed in caduta libera.

Se ci sono state scelte politiche difficili, chi le ha prese ha l’onore e l’onere di doverle difendere e spiegare, non di scappare da un invece necessario confronto sul percorso che il Partito si è dato, e su quelli che invece avrebbe potuto più felicemente intraprendere. Se manca la volontà di confrontarsi, se si spacca il capello in quattro per evitare il giudizio degli elettori che SONO il Partito Democratico, e che tanto, presto o tardi, inclementemente arriverà, l’impressione che si dà è che davvero queste scelte siano inspiegabili e indifendibili.

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2 pensieri su “La bugia di Epifani.

  1. Franca Antelli

    Voto PD di necessità. Non sono iscritta né lo sarò mai. Ho sempre votato alle primarie fin da quelle “mitiche” del 2006.
    Premesso questo, preso atto dell’analisi che viene effettuata riguardo allo Statuto, e che è corretta, continuo a ritenere che io, da non iscritta non dovrei godere del diritto di esprimere le mie preferenze riguardo al Segretario, ma solo in merito al candidato Presidente del Consiglio dei Ministri ( smettiamola di chiamarlo Premier, che siamo in Italia). Ciò detto ancora una volta mi recherò a votare consapevole che le mie scelte possono (potranno) essere un bastone fra le ruote di un meccanismo.

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    1. N.C. Autore articolo

      Rispondo qui ad entrambe le domande che, da posizioni diverse, sostengono cose simili. Il problema non è se sia giusto o meno far votare il segretario (e si parla di quello nazionale, non di quello locale…) agli elettori senza tessera. Il problema è che questo partito si è dato, per cento ragioni, una direzione ben precisa: essere aperto e trasparente tanto da consentire a tutti di partecipare alla sua costruzione. Nell’articolo ho spiegato che è possibile cambiare direzione, ma dopo il congresso, o al limite durante lo stesso con una attenta riflessione comune. Chiudendo prima, è come se il macchinista decidesse di dirottare a Roma il treno sul quale siamo saliti tutti e che è diretto a Milano, perchè Roma è più bella. Posso anche concordare, ma saliremmo tutti al collo del macchinista. Qui i macchinisti sono un manipolo di dirigenti che con una falsa verità (condivisibile o meno) vogliono dirottare il Partito, che è ormai diretto verso il ricambio. È talmente evidente che, giustamente, qualcuno li ha definiti gli attivisti del movimento Pericolosi&Disperati (PD solo di nome). Teniamo alta l’attenzione e facciamo le cose per bene. Sarà quel che dovrà essere.

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