La data del Congresso? Boh… Mah!

Dopo quasi quattro mesi dalle dimissioni della segreteria del Partito Democratico, il segretario sostitutivo Epifani, eletto praticamente al solo fine di organizzare le elezioni del nuovo segretario, tira fuori finalmente e faticosamente una data. Anzi no. Forse sì. Non si sa. Boh.

Boh è l’espressione che sempre più viaggia sulle bocche di attivisti ed elettori che guardano con occhi sempre più sbarrati l’ondeggiare delle decisioni dei vertici del Partito, che prima tengono legati alla seggiola delle regole centinaia di migliaia di iscritti, e poi lamentano un’eccessiva attenzione alle regole congressuali quando il Paese avrebbe tutt’altre priorità. Come il pilota di un aereo che si diverta a zigzagare tra le nuvole, salvo poi strigliare i suoi passeggeri se rovesciano negli appositi sacchetti i loro malumori.

Io credo che il problema della data sia un falso problema. Da una parte c’è l’indicazione di tenerla entro novembre, dall’altra si contrappone la strappata promessa di un giorno specifico verso il quale indirizzare sforzi e speranze. Nella sostanza cambia poco, tenendo anche presente che è l’Assemblea a dover convocare il Congresso. Piuttosto ci si dovrebbe meglio lamentare che la convocazione dell’Assemblea appare piuttosto tardiva rispetto alla data indicata per le primarie. Si rischia un pasticcio.

Il maggiore problema infatti, a mio avviso, è che da quattro mesi il Segretario tiene impegnata la segreteria, convoca direzioni e poi le rimanda, forma apposite commissioni, e di tutto questo lavoro non si è ancora capito quale ne sia il risultato. Gli stessi che presto metteranno mani alla riforma sul lavoro, con il dichiarato obiettivo di aumentare la produttività dei pigri lavoratori italiani, danno il pessimo esempio di come girando a vuoto non si produca risultato alcuno. Non una regola. Non una data. Mah.

Mah è l’altra espressione che sempre più viaggia sulle bocche di attivisti ed elettori che guardano con occhi sempre più sbarrati lo sgraziato balletto di una vecchia classe dirigente che proprio non si rassegna al suo destino, quello di un tramonto annunciato, per la responsabilità politica di scelte che non hanno voluto e saputo spiegare, e che ora temono possa presentare loro il conto.

Sì è vero, qualcuno dice che il bene del Paese viene prima di tutto. Ma il Paese siamo noi.

60 milioni di individui la maggioranza dei quali ha chiaramente chiesto un cambio di rotta, l’abbandono degli schemi del passato, ha detto basta ai teatrini, alla politica e ai politici macchiati dalla giustizia, ai falchi, ai colombi e alle pitonesse.

Se questo Governo doveva essere la dimostrazione che gli italiani si sono sbagliati, che della vecchia politica ci si può ancora fidare, che delle spinte populiste che chiedono pulizia senza volerla fare bisogna diffidare, io credo che ci si possa fermare qui. Non vedo pacificazione. Non vedo cambiamento. Non vedo azioni che puntino efficacemente ad accelerare e amplificare quella ripresa che in altri Paesi è già realtà da tempo e da noi soltanto uno sbiadito segnale, una scintilla che qualcuno ha intravisto e che fa gridare al “fermi tutti!” altrimenti l’incendio non divampa.

Che si voglia rimandare sine die il momento delle spiegazioni, del confronto, della discussione o della messa in discussione della linea politica, delle alleanze, dei programmi da attuare per far uscire dal pantano la nostra Nazione, in attesa che il treno della ripresa passi anche da noi e si possa finalmente dire “ecco, ora avete capito il perché, popolo beota”, mi pare tattica triste e perdente.

Perchè questo sottintende che il Partito non esiste, e che è anzi un ostacolo all’azione illuminata dei dirigenti nominati. Perché questo sottintende che il popolo non esiste, che non sia sovrano nel poter decidere, nel bene e nel male, del proprio destino.

Riprendiamo la nostra sovranità. Riprendiamoci il nostro partito. Riprendiamoci il nostro Paese.

Sul bene del quale, in definitiva, vorremmo poter decidere noi.

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