L’etichettatrice.

etichettatrice

Dev’essere perché l’Italia è fondamentalmente un popolo di commercianti. Santi, navigatori, poeti senz’altro, ma nondimeno commercianti. Che oltre che produrre miracoli, scoperte geografiche e poemi, poi bisogna pur venderli. E’ dall’impero Romano in poi che siamo andati avanti a suon di commerci. E mazzate, per agevolare i commerci: dalle spezie orientali alle indulgenze papali, tutto è in vendita, tutto si può comprare.

Sarà per questo che un piazzista guida il Paese direttamente o per interposta persona, stringendo un tacito – ma ormai palese – accordo di non belligeranza con i suoi principali avversari. Un vero e proprio cartello che ha strangolato la Nazione e che qualcuno ancora si ostina a voler negare. Difatti per smentirlo, governano insieme. D’altronde i commercianti a vendere fumo, quando non è rimasto molto altro da vendere, sono i migliori.

Sarà per questo che proprio non possiamo fare a meno di usare lo strumento principe di tutti i commercianti: l’etichettatrice. Ricordo quando non esistevano i codici a barre prestampati. Si doveva etichettare ogni singolo prodotto a mano, stampando prezzi e codici su piccoli adesivi colorati e ponendoli sulle confezioni.

Lo stesso facciamo con le persone, con i fatti, con le circostanze. Uno sguardo, stabiliamo il prezzo, piazziamo un’etichetta, e via in archivio. Avanti con il prossimo.

Riflettevo su quanto la sciocca frase di Gianluigi Piras abbia provocato un putiferio. L’avesse detta Luttazzi, l’avrebbe di certo detta meglio, e ci avrebbe lasciato storditi ma amaramente sorridenti. E’ questo l’effetto che dovrebbe avere la satira. Ma Piras non è un comico, e la sua non era una battuta. E’ un politico, se pur in erba. E un politico certe cose non può dirle, nemmeno per scherzo, nemmeno per iperbole.

Non si può dire che un ministro ricordi un orango. Non si può auspicare che una donna venga stuprata (appunto). Non si può dare della culona inchiavabile ad un primo ministro di uno Stato amico (ma nemmeno nemico). Nemmeno per scherzo, nemmeno per iperbole.

Ovvio tirar fuori in questi casi l’etichettatrice, bollare queste affermazioni come balorde, chiedere dimissioni di chi le proferisce e sollevare un polverone.

Solo che la furia commerciale di tirar fuori lo strumento per apporre la santa etichetta, furia amplificata dalla sequenza dei tweet che voracemente riempiono il nostro schermo, tutti incattiviti, tutti che assegnano lo stesso (misero) valore a certe dichiarazioni, ci sta facendo uscire fuori dai gangli. Nessuno si prende la briga di andare a leggere meglio, cercare di capire la reale intenzione dell’autore di un testo (mica siamo alle scuole medie, peraltro), scoprire se la storia di una persona sia o meno compatibile col significato apparente di una serie di parole messe in croce. No. Nessuno lo fa. Abbiamo troppa fretta di stampare la nostra etichetta moralizzatrice. Se senti zoccoli, stampa cavallo.

Però se sei nel deserto, devi stampare cammello.

Non entro nel merito, che ormai la tempesta sembra passata, e l’autore ha esemplarmente chiarito e “giustificato” un pensiero che ha peccato più di forma che di sostanza; e personalmente respingo al mittente le critiche di chi sostiene che di certi argomenti non si possa o si debba comunque parlare mai, nemmeno per assurdo: non è la mia cultura, non dovrebbe essere la cultura della mia sinistra.

Piras ha subìto e accettato la gogna mediatica, che talvolta ha cavalcato e che stavolta l’ha travolto. Ha lasciato i suoi ruoli per non prestare il fianco a strumentalizzazioni ulteriori che stavano cominciando ad intaccare la credibilità di tutto il partito (con rispetto parlando, neanche fosse il segretario nazionale…).

Quindi, oltre alla inevitabile riflessione su quanto differente sia l’approccio ai propri errori tra un Piras e un Alfano, tra una Idem e un Berlusconi, e che il PD dovrebbe saper spendere meglio quando comunica, e di quanto differente sia l’approccio di chi si indigna e si impegna, poi getta la spugna contro gli errori dei potenti, diventando invece inflessibile e violento con chi potente lo è molto meno, essendoci molto più vicino, molto più “simile” a noi, la riflessione con la quale chiudo, e chiudo così perché ne sono talvolta vittima anch’io, è di utilizzare più il cervello individuale, meno quello collettivo.

Altrimenti un tweet ci seppellirà.

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