Questo non è un partito

ceci

Questo non è un partito.

Poteva scriverlo Magritte. Invece è la surreale realtà.

In un Partito normale, il rinnovo della fiducia al Governo, dati i fatti nuovi che l’hanno resa necessaria, sarebbe stata discussa in assemblea, non in Segreteria (peraltro retta da un reggente pro-tempore). Così come tutte le decisioni precedenti, dalla nascita dello stesso Governo all’elezione del Presidente della Repubblica. Paradossalmente, l’unica decisione assembleare presa in questi mesi (l’elezione di Prodi al Quirinale) è stata tradita da 101 Prodi grandi elettori.

Di recente leggo attacchi verso chi si sfila da una linea che non è la linea del partito (partito=insieme di iscritti ed elettori) ma è la linea di molti dirigenti (eletti sì, ma che a nostro avviso hanno tradito il mandato chiaramente affidato loro con le elezioni) da parte di alcuni che mettono questo comportamento sullo stesso piano dei 101. Ma sfilarsi dalla linea imposta senza contraddittorio non è un tradimento; è il coerente comportamento di chi ogni giorno denuncia che il partito è ridotto ad un postificio, un enorme comitato elettorale per politici in pompa magna e un ufficio di collocamento per politici spompati.

Triste constatare, ma non ci si poteva aspettare diversamente, che, a chi si pone l’obiettivo non tanto e non solo di vincere un Congresso, ma di tirare giù le quinte di questa balorda messa in scena, si contrappongano migliaia di persone che, mi auguro in buona fede, sentono il bisogno di difendere lo status quo e guardare con sospetto l’isolato personaggio che si agita in fondo alla sala per impedire lo spettacolo. Liquidato come un disturbatore, quanto meno.

Ne è un esempio lampante l’episodio di ieri. Un candidato denuncia la scorrettezza (presunta, fino al terzo grado di giudizio, ma insomma…) di altri candidati che pescano dal database del partito (un archivio contenente i dati di milioni di elettori di primarie, migliaia di iscritti ai circoli ecc.) per promuovere la propria candidatura in modo diretto ed efficace. L’uso di quei database dovrebbe essere vietato a tutti. Oppure, se qualcuno vi ha accesso, dovrebbe essere libero per tutti i candidati.

Ma, come nella famosa storia del saggio e del dito, il povero dito del nostro candidato coraggioso è fatto oggetto di insistente e morbosa attenzione. Con relativo codazzo di fan inorriditi, pronti a sbattere in fronte al denunciante l’etichetta di delatore; con l’accusa infamante di non rispettare l’opportuna consegna del silenzio secondo l’omertoso modo di operare al quale siamo ormai evidentemente abituati.

Piuttosto che scandalizzarci dell’evidente abuso, di spregio delle regole da parte di chi pure si candida a regolare la vita di un partito e forse di una Nazione, alcuni di noi sorridono rassegnati, altri addirittura rovesciano il piano della realtà accusando l’accusatore di scorrettezza verso i propri compagni di partito…

Beh signori, rassegnatevi. Il folle in fondo al cinema non è solo. E questa messa in scena noi vogliamo fermarla. Questo teatro si deve svuotare, gli attori dovranno essere ripreparati (non dico sostituiti, eh, sono un moderato) e la commedia da recitare dovrà essere scelta dal pubblico.

Per il momento, reciteremo a soggetto il dramma in più atti: “Ceci n’est pas un parti”.

A voi la scelta.

P.S.: il biglietto, dall’altra parte, si paga dopo, ma è più caro. Parecchio.

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