Un nuovo giorno o un giorno nuovo.

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Domenica è iniziato il nuovo corso del PD. Nel bene o nel male, nulla sarà come prima, e come tante svolte epocali, probabilmente il senso di quel che è accaduto non è stato colto appieno. Ma è davvero così? Basta davvero rottamare (rottamare!?!? Chi è stato rottamato?) la vecchia guardia per svoltare pagina?

La vecchia dirigenza ex diessina è stata ridotta all’inconsistenza. Una correntina piccola piccola, dalla quale guardare impotente il nuovo corso delle cose, potendo eventualmente contribuire, ma non fermarlo. Due ragazzi classe 1975 hanno oltre l’80% del partito; uno di loro ha un numero di delegati sufficienti a cambiare lo Statuto del PD praticamente da solo. E’ vero che rappresentano due facce distanti e diverse dello stesso racconto politico, ma sono entrambe il nuovo: un leader trascinatore e un po’ vacillante sui contenuti da una parte, un leader collettivo e profondo dall’altra; talmente profondo che non ha perso occasione di analizzare politicamente la proposta provocatoria di Renzi a Grillo. Una proposta evidentemente sconclusionata e irricevibile, ma usata a pretesto per far uscire dalla pancia del popolo piddino quel “buffone” che tutti abbiamo dentro ma che si faceva fatica ad esprimere, visto che finora ci è risultato difficile distinguere, tra gli altri, il pagliaccio di professione nel circo della politica italiana.

Renzi la sa lunga. Sa raccogliere gli umori e rispondere a tono. Questo significa peraltro, che cambiando l’umore del pubblico, cambia spesso anche il tono di risposta. Ma ha colto un punto: la gente è stanca, considera la loro classe dirigente incapace e inconcludente, secondo la definizione meno cattiva. “Abbiamo provato tutto, proviamo pure Renzi, ma è l’ultima occasione”, ha detto il sindaco ieri dal palco motivando il suo successo, ed è vero: spero sia una presa di coscienza, e non un dettato di falsa modestia.

Per il resto il programma di Renzi è più un programma da premier che da segretario di partito. Non c’è da meravigliarsi, per chi segue questo blog. E’ vero che ha incalzato il Governo, il Parlamento, la politica, i militanti e gli elettori del PD indicando tappe e date precise entro le quali compiere determinate riforme. Ma la sua è evidentemente una posizione comoda (ci si è trovato, e intelligentemente la sfrutta): se le cose che ha indicato ieri, penso alla legge elettorale entro gennaio, si faranno, se ne assumerà il merito: sono anni che se ne parla e non si fa, ci voleva Renzi!; se invece non si riuscirà a farle, penso soprattutto alla svolta chiesta all’azione del Governo entro le elezioni europee (un risultato non positivo del PD a quelle elezioni potrebbe allora metter fine anzitempo alla legislatura?) sarà colpa di un Governo e di un Parlamento imbragato, e avrà in mano la chiave per chiedere elezioni anticipate e rieleggere una nuova classe dirigente secondo i rapporti di forza emersi dal Congresso. Ottenere le elezioni, visto l’ostracismo del Quirinale a questa ipotesi, è poi un’altra partita; ma di fronte a ad un programma di governo a quel punto da troppi mesi inevaso, e a intese partite larghe e arrivate strettissime, sarebbe difficile anche per Napolitano continuare a nicchiare.

Cosa sarà del partito a quel punto? Perché credo che questa sia la vera domanda. Il percorso fino ad allora mi pare abbastanza chiaro. Ma il PD, quello per il quale ci siamo mobilitati e impegnati, che fine farà? Se si andasse a votare entro due anni, mi pare difficile che si possa celebrare un altro Congresso, se Renzi dovesse lasciarlo per andare a Palazzo Chigi. “Se”: perché non mi risulta che vi sia incompatibilità tra segretario e premier, e sarebbe grave se le due figure coincidessero: pur in mancanza di una norma specifica che lo vieti, è quantomeno inopportuno che si guidi sia il partito di maggioranza che il Governo; Fabrizio Barca l’ha esplicitato chiaramente e io sono assolutamente d’accordo nel tenere distinti Partito e Istituzioni, per quanto possibile. E l’intenzione del nuovo segretario di non lasciare l’incarico di Sindaco di Firenze in mancanza di una esplicita norma che lo vieti, costituisce un pericoloso precedente…

La presidenza affidata a Cuperlo, parrebbe allora indicare che possa essere la sua componente a guidarlo. La massiccia presenza di Franceschiniani in segreteria potrebbe invece suggerire che possa essere l’ex segretario il reggente prescelto.

Sono ipotesi inquietanti. Uno che ha perso il Congresso si potrebbe trovare a guidare il partito. Uno che lo vince sempre, ma saltando ogni volta di carro in carro, potrebbe fare altrettanto, e già lo sta facendo, per certi versi.

Non c’è pace per questo PD? E’ davvero un giorno nuovo o è soltanto un nuovo giorno, diverso ma in fondo uguale ai precedenti?

Ieri all’Assemblea Nazionale ho respirato ottimismo. Credo lo si debba a chiunque, un po’ di credito. Lo concederei anche a Matteo Renzi. Mi tranquillizza peraltro parecchio, e so di ciurlare in casa, la presenza di Civati e di una nutrita pattuglia di Civatiani nei direttivi di questo partito. Come dimostrazione, basti pensare al fatto che molti dei temi toccati o indicati da Renzi ieri, provengono dalla nostra mozione, e non dalla sua. E lo rivendico con orgoglio, non denunciando il plagio.

Da solo quindi Renzi non basta, non può bastare.

Ma, insieme, può essere davvero l’alba di un giorno nuovo.

 

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Un pensiero su “Un nuovo giorno o un giorno nuovo.

  1. simonasforza

    Sei un ottimista e vorrei tanto che fosse veramente l’alba di un nuovo corso. Sinceramente, a pelle, ho visto riproposte le stesse logiche di sempre. Una spartizione (tranne rari casi) in chiave di restaurazione renzi-guidata per non dare troppo nell’occhio. Tanti ricchi premi per aver ben servito la causa. Hai ragione, ci sono molti spunti tratti dal programma di Civati, ma la sostanza la si vedrà solo tra qualche tempo. Quello che più mi preoccupa è l’ennesima rincorsa degli altri, questa volta nei confronti di Grillo. Ammainata la bandiera contro Silvo, oggi ci ritroviamo con le stesse dinamiche di gioco.

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