L’affaire #Bankitalia for dummies (me compreso)

bambino-ladro

Non sono un superRagioniere, ma ho letto commenti e articoli sul caso Bankitalia. Cerco quindi di fare il punto della situazione, esponendo il mio punto di vista senza la pretesa di insegnare nulla a nessuno, ma offrendo una personale opinione al pubblico ludibrio, lì dove gli esperti vorranno confrontare la loro con la mia.

E dunque. Da una parte i grillini gridano alla rapina, denunciando un furto da 7,5 miliardi ai danni dei cittadini:

grillini

Dall’altra, superRagionieri si chiedono dove sia il problema, oppure sollevano diversi dubbi, offrendo in ogni caso articolate spiegazioni che, sono sicuro, incontrano difficoltà di comprensione da parte di chi non mastichi partita doppia a colazione.

Da novello autoproclamato Piero Quark della finanza, provo a spiegare quello che ho capito, premettendo che il mio punto di vista coincide totalmente con quello dei SuperRagionieri, e che Grillo e Movimento 5 Stelle stanno cavalcando populisticamente, secondo il loro costume, una battaglia del tutto fumosa e senza alcun fondamento reale. E il prossimo che mi chiede “perchè non aderisci al Movimento 5 Stelle, esci dalla cloaca del PD”, la risposta la trova qui. Così non si può fare politica. Nemmeno come la fa il PD, per la verità; ma almeno assomiglia appena appena di più a quel che ho mente io, e confido di farcelo somigliare sempre di più lottando e partecipando. Cosa al momento impossibile, tra i fan di Grillo.

La legge in questione consente una rivalutazione puramente contabile dei saldi di bilancio. Oh mio Dio, e cosa significa? Significa che, ad esempio se un’azienda ha comprato il proprio capannone trenta anni fa l’avrà pagato, faccio per dire, un milione di lire, se quello era il costo dei capannoni dell’epoca. A causa dell’inflazione e della rivalutazione del mercato immobiliare, il valore di quel capannone oggi sarà di un milione di euro… ma nel bilancio dell’azienda sarà riportato al valore storico, ovvero circa cinquecento euro!

Significa che l’azienda “apparirà” più povera di quanto sia in realtà, con conseguenze negative, ad esempio, sulla valutazione della sua capacità di credito: in altri termini se volesse accedere ad un finanziamento bancario, la banca storcerebbe il naso dicendo che ha poco capitale. Ma un capannone è sempre un capannone, è in realtà il bilancio a non essere reale. Insomma, un casino.

Per ovviare a questo problema la scienza ragionieristica prevede che apposite leggi possano consentire una periodica rivalutazione dei cespiti: capannoni, terreni, e anche partecipazioni finanziarie in casi particolari. Perchè serve una legge per rivalutare un bene che è riportato in bilancio ad un valore non più congruo? Non lo può fare direttamente l’azienda, di tanto in tanto? No, e per una serie di ragioni, ma semplificando diciamo che è interesse generale evitare l’arbitrario annacquamento dei valori di bilancio (che è pur sempre garanzia generica dei creditori) e disciplinare la tassazione sostitutiva per le plusvalenze: senza entrare nel tecnico, chiunque può afferrare che se riporto in bilancio il valore del mio capannone da 500 euro ad 1 milione, avrò una plusvalenza di 999.500 euro. Si tratta però di un valore monetario, di natura peraltro incerta: diventerà certo solo quando EFFETTIVAMENTE venderò il mio capannone e troverò qualcuno disposto a pagarlo 1 milione di euro. Solo allora mi entrerà EFFETTIVAMENTE un milione di euro in cassa. Non è detto però che l’azienda abbia necessità di vendere, perché magari è la sede produttiva del proprio stabilimento, e desidera solo riportare il bilancio a valori reali. Per questo, la tassazione su questa specifica plusvalenza deve avere carattere eccezionale, ed è rimesso alla facoltà dell’aziende procedere alla rivalutazione (e pagare l’imposta sostitutiva) oppure lasciare le cose inalterate, secondo la propria soggettiva valutazione di convenienza.

Mi auguro che sia chiaro. Ora, cambiando il soggetto da un capannone alla partecipazione in Banca d’Italia, cambia poco la sostanza. La ratio del provvedimento rimane questo, ed in questi crismi mi pare sia contenuto.

Sono invece valide le seguenti obiezioni, di natura squisitamente politica, e che in Parlamento dovrebbero essere discusse e vagliate, in un sistema che funzioni correttamente e non svolga i suoi processi sommari su giornali, televisioni e blog, ad uso e consumo della propria popolarità e vanità politica:

  • E’ proprio necessario destinare i proventi della tassazione sulle plusvalenze per ridurre l’IMU? Se lo chiede Andrea Ranieri, e mi trova d’accordo. Ma se questo governo ha deciso di cancellare l’IMU, per ragioni di politica economica a me sconosciute e con le modalità pasticciate che tutti sappiamo, trovare coperturaqui o altrove, cambia poco. Il problema è a monte (non di doveva cancellare l’IMU).
  • La tassazione al 12% non è troppo bassa? Può essere: si poteva fissare al 20, come al 5. E’ una scelta di politica economica, e deve tener comunque conto del fatto che il provvedimento serve (in astratto) a rendere i bilanci più “belli” ma non produce utili effettivi, quindi la tassazione non può essere eccessivamente punitiva.
  • E’ congruo il valore dato alle partecipazioni? Nel senso, il valore di 7,5 miliardi è troppo alto, o invece troppo basso? Se lo chiede anche la BCE, e come per tutti i processi valutativi un margine di discrezionalità c’è inevitabilmente, ma mi pare di leggere autorevoli opinioni che danno la forchetta un po’ troppo alta, ma entro margini ancora accettabili.
  • Le banche saranno costrette a far calare la quota di partecipazione al 3%, vendendo le quote eccedenti, ma se non trovano compratori la Banca d’Italia dovrà ricomprarle ai valori “riadeguati”. Non è un regalo alle banche? Non mi pare: sarà difficile infatti non trovare compratori disposti ad investire capitali che rendono circa il 6% (i Bot stanno a meno dell’1). Ma dal momento che vendere non è una facoltà ma un obbligo di legge, si prevede opportunamente che se le banche non trovassero un acquirente, la Banca d’Italia comprerebbe le partecipazioni, tenendole “in pancia” in attesa di un compratore. Senza questa previsione, l’obbligo di vendere sarebbe pura intenzione. Adempiere all’obbligo significa infatti dover attendere la volontà di un terzo (il compratore delle quote) che potrebbe, realmente o maliziosamente, non essere mai riscontrata, anche in virtù del fatto che non può comprare chiunque, ma un operatore finanziario con determinate caratteristiche. Quindi la legge dice: sei obbligato a vendere, ma se non trovi tu l’acquirente, compro io e me lo trovo da solo. Potrebbe alla fine, a ben vedere, rivelarsi un buon affare per la Banca d’Italia, perché non è detto che la partecipazione acquistata non venga venduta successivamente ad un prezzo anche superiore, magari in un ciclo economico più favorevole. Si tratterebbe sì di liquidità che esce dalle tasche, ma come contropartita incassa il corrispettivo di un valore patrimoniale suscettibile di essere venduto in qualunque momento. Dov’è il regalo? E proprio alla banca d’Italia si fanno questioni sulla liquidità? E’ forse al momento uno dei pochi soggetti che non hanno problemi. Se li avesse, comincerei a pensar bene di fare le valigie…
  • Era proprio così urgente la questione, tanto da doverla imporre per decreto legge, in un testo che contiene anche altro, trattandosi di una norma così tecnica e che in tanti punti può e deve essere migliorata? E’ la posizione, tra gli altri, di Civati, che ovviamente condivido. Discorso che vale, come afferma Pippo, in generale, come richiamo a cessare questa inopportuna invadenza sul potere legislativo da parte dell’esecutivo che va avanti da decenni…
  • Infine: questa operazione, conti alla mano, allo Stato conviene? Se lo chiede ad esempio KeynesBlog, che riflette: “Le banche ricevono un bel regalo di Natale, e a pagare sarà il bilancio dello Stato, cioè i contribuenti, visto che, sempre da statuto, gli utili di Bankitalia non distribuiti ai soci vengono versati allo Stato. Se il regalo da 7,5 miliardi non incide immediatamente sul bilancio pubblico, inciderà l’impegno a corrispondere ai soci da qui in avanti dividendi pari al 6% di tale valore, ovvero 450 milioni. In cambio, le banche pagano un’imposta sostitutiva del 12% sulla plusvalenza. Insomma: nelle casse dello stato entrano immediatamente 900 milioni, a fronte di una minore entrata 450 miloni annui a partire dal prossimo anno. Siamo sicuri che ne valga la pena?” Ora, a parte l’imprecisione di definirlo “regalo da 7,5 miliardi” (ma si vede che fa sempre figo e attira lettori), visto che si afferma subito dopo che “non incide immediatamente sul bilancio pubblico” (e allora che regalo è?), il punto è che lo Stato rinuncia ad incassare centinaia di milioni di dividendi per tutti gli anni a venire in cambio di un’unica entrata immediata. Conviene? In realtà il calcolo appare complicato, anche dal fatto che le partecipazioni dovranno essere dismesse e proprio la Banca d’Italia potrebbe riacquistarle, riprendendosi gli utili che “teoricamente” dovrebbero essere distribuiti al mercato. Difficile quindi dire se conviene, ma se l’obiettivo è fare cassa oggi e fottersene del domani, è pienamente centrato.

E’ questo il dato politico, ed è questo che deve farci saltare dalla sedia: abbiamo una classe dirigente – compresi i grillini, che classe dirigente sono, ormai, come tutti gli altri – che non affronta i problemi reali, che rimanda sulle generazioni future i costi delle (peraltro discutibilissime) scelte di oggi, che è lì in attesa di non si capisce bene quale improbabile vincita alla lotteria, per svoltare un’azione politica che è sempre al via ma non parte mai; che fa solo propaganda elettorale permanente, in un teatrino forse a tratti divertente, ma avulso e sganciato dai bisogni reali, utile solo a beghe e lotte di potere.

Ma questo, mi pare, non lo scopriamo oggi, con il Decreto legge sulla Banca d’Italia.

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9 pensieri su “L’affaire #Bankitalia for dummies (me compreso)

  1. Pingback: Lettera di un Grillino mai nato | Democrazia e Sviluppo

  2. antonio

    “proviene da un blog che parla di signoraggio e quindi automaticamente inattendibile” avessi letto l’articolo, avresti visto che è uno che prende i signoraggisti per cialtroni. Mi pare che hai una grossa voglia di spiegare ad altri ma poca di leggere. Occhio che le semplificazioni non le fanno solo i grillini (o la Meloni di destra, o la lista Tzifras, o il filosofo). E una posizione ideologica non si giudica dall’etichetta (grillini, signoraggio). Comunque la Meloni nell’altro link che critichi dice che negli anni 30 le quote di partecipazione non erano da intendersi come quote di possesso del capitale di Bankitalia”. Un’obiezione mica da poco, anche se pare che tu la trovi divertente.

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    1. N.C. Autore articolo

      Caro amico, ho invece letto l’articolo che mi ha linkato. Il suo autore dice di non credere al signoraggio, ma vi strizza l’occhio, come lo strizza al populismo grillino. Se lo rilegga bene: le parole hanno il senso che hanno, non quello che vogliamo dargli. In ogni caso, come ognuno è libero di credere a quel che vuole, parimenti ciascuno è libero di farsi prendere per il culo da chi gli pare. Lei si è legittimamente nauseato del PD e vuole adesso credere a Meloni e compagnia bella. Libero di farlo. Se ha degli argomenti sui quali discutere sono pronto a farlo e anche ad ammettere di aver sbagliato valutazione: non si finisce mai di imparare; ho aperto questo blog per confrontarmi, non certo per insegnare. Il titolo del post e la sua introduzione dovrebbero farlo capire chiaramente. Se invece preferisce continuare a rimandarmi al pensiero di qualche altro sedicente esperto, perché lei ha così poca stima di sé da rifiutare di indirizzarmi al suo, non sono interessato. Perché, vede: questo Paese è effettivamente un Paese di merda, e per un sacco di ragioni. Ma gridare al lupo-al lupo quando non ve ne è motivo, è pericoloso: un giorno potremmo essere davvero nei guai, e nessuno ci crederà. Ecco perché cerco di stare, faticosamente, dalla parte della verità. Anche quando questo significa, incredibilmente, difendere il decreto di un governo del quale non ho la benché minima stima. Un politico serio dovrebbe fare così. Si figuri io, che non lo sono. Né politico, né serio.
      Di nuovo, saluti.

      P.S.: che la Meloni dica, come lei riporta, che negli anni ’30 “le quote di partecipazione non erano da intendersi come quote di possesso del capitale di Bankitalia” è a maggior ragione segno della deformazione della realtà alla quale scegliamo acriticamente di credere. Le quote di partecipazione sono quote di partecipazione. Poi ciascuno, nella propria intimità, le intende come vuole. Ma sempre quote di partecipazione (al capitale, e a cos’altro se no?) restano. Provi a fare l’analisi logica della frase, ne converrà anche lei.

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      1. antonio

        “P.S.: che la Meloni dica, come lei riporta, che negli anni ’30 “le quote di partecipazione non erano da intendersi come quote di possesso del capitale di Bankitalia” è a maggior ragione segno della deformazione della realtà alla quale scegliamo acriticamente di credere. Le quote di partecipazione sono quote di partecipazione. ” Avrei senz’altro gradito risposta un po’ più articolata di questa tautologia. Dopodichè, io non voglio credere alla Meloni (peraltro, vorrei andare un po’ oltre il meccanismo pavloviano per cui se una cosa la dice una persona di destra o un grillino è sbagliata e la politica diventa semplice tifo per cui si assiste a scene paradossali tipo il pd che combattè la ghigliottina nel 2009, applaudì l’ostruzionismo di Wendy Davis l’anno scorso e adesso applaude alla Boldrini), vorrei capire. E comunque quando la Meloni dice “che i costi li paga lo stato e i dividendi se li spartiscono i privati) consapevolmente o meno sta dicendo esattamente quello che sostiene quel gran populista di Chomsky.

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        1. N.C. Autore articolo

          Ma vedi che non contesto la realtà che i costi siano collettivizzati e gli utili distribuiti privatamente, Affatto. E’ la ragione del mio impegno. Solo: non è questo il caso. E’ il caso della Fiat, che ha incassato per decenni soldi dallo Stato e oggi decide di andare a pagare le tasse in Inghilterra; è il caso dell’Ilva, a cui questo governo ha simpaticamente messo come commissario il suo stesso Amministratore Delegato; è il caso del cartello assicurativo, dell’oligopolio televisivo, delle iniezioni di liquidità a costo zero nel sistema bancario senza vincolo di destinazione (usate poi per comprare titoli di stato, sigh!), della corruzione ecc.ecc.
          Questi sono gli scandali per cui vale la pena combattere e fare casino. E non mi pare che, a parte questo modesto blog, nessun partito incluso il PD (che anzi di alcune di queste situazioni è l’artefice) faccia o dica nulla. E se hai letto come immagino i miei post, vedresti che non contesto la Meloni, o i 5stelle a prescindere, ma punto per punto e fatto per fatto, su questo caso in questione, rivelando come si faccia un casus belli per un provvedimento quasi del tutto innocuo, per ragioni elettoralistiche (che altro?). Il che però, rende a lungo andare meno efficace ogni altra critica, magari condivisibile, al sistema, se fatta da parte di quelli che, tanto, sono tutti ladri.
          L’opposizione è una cosa seria, e va fatta seriamente, non alzando polveroni quando sai che non dai fastidio a nessuno (i banchieri hanno il pelo sullo stomaco, proviamo invece ad andare a Taranto a dire che l’Ilva deve chiudere se non ripulisce, e vediamo cosa ci rispondono).

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  3. antonio

    dimenticavo, anche nella lista tsipras ho sentito esprimere le stesse posizioni. E dalla Meloni che critichi. Sbaglierò, ma a me pare che questa sinistra di sinistra non abbia veramente più nulla.

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  4. antonio

    “una parte i grillini gridano alla rapina, denunciando un furto da 7,5 miliardi ai danni dei cittadini, Dall’altra, superRagionieri si chiedono dove sia il problema”. Uhm. Veramente io ho sentito pareri simili a quelle dei grillini da tutte le parti. Gianni Dragoni del sole 24 ore (grillino? direi di no)
    http://www.serviziopubblico.it/2014/01/drecreto-imu-bankitalia-davvero-un-regalo-alle-banche/
    Diego Fusaro, filosofo Marxista (grillino? Direi di no)
    http://www.barbadillo.it/il-caso-il-filosofo-fusaro-alla-boldrini-squadrismo-voi-difendete-finanza-e-banche/
    Piero Valerio (talmente grillino che in quest’articolo scritto a ottobre dà esplicitamente a Grillo del cialtrone eppure sull’argomento prende le stesse posizioni)
    http://tempesta-perfetta.blogspot.it/2013/12/rivalutazione-delle-quote-di-banca.html

    Però immagino che le semplificazioni facciano sempre comodo. Per la cronaca, non sono grillino neanche io. Votavo il pd che mi ha disgustato, passato dopo a sel e ora tra Ilva, ghigliottina e altre cose mi ha disgustato.

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    1. N.C. Autore articolo

      Caro Antonio, ti ringrazio di essere intervenuto. Intanto occupiamoci degli autorevoli pareri che citi. Tralascio l’ultimo, che proviene da un blog che parla di signoraggio e quindi automaticamente inattendibile, trattandosi di una clamorosa bufala che però per la sua raffinata costruzione teorica continua a raccogliere consensi. Vabbè, ciascuno è libero di credere a quel che vuole, ma sarebbe come chiedere un parere sui buchi neri a chi dice di conoscere l’astrofisica per essere stato rapito dagli alieni.
      Il filosofo che citi non lo conosco, e nell’articolo che linki non viene spiegato il motivo per il quale questo signore sarebbe incazzato, se non una generica accusa di aiutare la finanza (vera, ma non in questo caso specifico) e di critica alla Boldrini, per certi versi condivisibili.
      Rimane il primo link, della trasmissione di Santoro. Qui l’esperto spiega correttamente il contenuto del decreto, che trovi spiegato anche qua. Ma l’equivoco è che non è che le banche all’improvviso si trovino 7,5 miliardi in tasca. Le loro partecipazioni, complessivamente, valevano già quella cifra, solo non potevano riportarla in bilancio. Esempio: se tu hai una casa comprata 50 anni fa, sarà riportata al catasto per il valore di acquisto dell’epoca, facciamo 10 milioni (di lire, ovvero 5000 euro). Su quella cifra ci paghi anche le tasse, peraltro, giusto? Ora immagina che tu vada in banca a chiedere un mutuo, ipotecando la tua casa. Se la banca prendesse riferimento il valore catastale non potrebbe darti più di 5000 euro, che è il valore della tua casa sulla carta. Ma l’attuale valore di mercato è certamente superiore: difatti la banca fa predisporre una perizia che accerta che la tua casa vale, mettiamo 500.000 Euro. Ora: non è che sei diventato più ricco di 495.000 euro! Possedevi una casa prima, possiedi una casa ora, e il valore non è aumentato da un giorno all’altro per magia, ma nel corso del tempo. Quindi, tornando alla nostra benedetta bankitalia, possiamo dire che questo decreto funge da “perizia”: ovvero assegna all’Istituto un valore di 7,5 miliardi, che leggo essere congruo rispetto al valore di bilancio. Si tratta di un favore alle banche, ma gratuito: tanto che nello stesso video che mi linki il commentatore riporta che le banche chiedevano di riconoscere un valore di 22 miliardi. Sarebbe stato eccessivo, e allora sì sarebbe stato un problema, dal momento che la Banca d’Italia potrebbe essere chiamata a ricomprare le azioni se le banche obbligate a rivenderle non trovassero un compratore.
      Spero di aver chiarito. Il PD ha molte colpe. Sei finito nel blog di uno che lo scorso anno si è rotto le balle di andare dietro questo comitato d’affari e ha deciso di militare direttamente, tentando, forse ingenuamente, di cambiarlo. Non vedo grosse alternative: il m5s potrebbe essere una, ma ha deciso di inseguire un disegno populista e votato alla distruzione, che non mi trova d’accordo. Spero cambi, per il bene suo e nostro: sarebbe un vantaggio per tutti.
      Un cordiale saluto.

      Rispondi
  5. Pingback: #Bankitalia2: le bugie di @GiorgiaMeloni | Democrazia e Sviluppo

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