Il PD che vorrei, era in un seggio del #CongressoPDbas

congressopdbas

Sabato ci sono state le primarie per la scelta del Segretario del PD Basilicata.

Trovo questo tipo di competizione un po’ surreale, e anche un po’ ipocrita, almeno per la scelta del segretario di un partito politico, manco nazionale ma regionale. Personalmente in questo caso farei votare solo gli iscritti, addirittura lo affiderei agli iscritti che abbiano rinnovato la tessera per almeno tre anni consecutivi, desumibili da un apposito registro di elettori aventi diritto. In ogni caso, per quante regole possiamo imporre ed immaginare, se si vorranno piegare per edulcorare o peggio pilotare i risultati democratici, c’è poco da fare. Il male è dentro di noi, non fuori, e bisognerebbe piuttosto evitare quantomeno di premiare chi si comporta al limite delle regole, anche etiche.

Ma tant’è. Sabato ho prestato la mia opera come volontario per tenere aperto uno dei seggi nella mia città. Nulla di eclatante, in sé, ma la breve storia che racconterò può servire da ispirazione, soprattutto al PD, soprattutto al PD di Basilicata.

I seggi, come tradizione vuole – e convenienza impone – sono stati equamente divisi per aree: c’erano un renziano, un cuperliano e un civatiano. Sembra un barzelletta, e invece non lo è. Per la cronaca il civatiano ero io, e credo di esserlo fino in fondo; forse anche troppo. Sono e resto civatiano, anche se per ora, ho smesso di essere civatista. Ma questa è un’altra storia.

La storia che invece vorrei oggi raccontare è questa. Nella lunga giornata (18 ore consecutive!) di militanza attiva il clima, lo potete immaginare, era piuttosto teso. Passava un Cuperliano (per semplicità adotterò etichette nazionali riconoscibili piuttosto che le numerose e misconosciute etichette correntizie locali che vi fanno provvisoriamente riferimento) e mi pregava di stare attento all’urna, che i renziani imbrogliano. Passava un renziano e mi consigliava di non allontanarmi un attimo, che i cuperliani barano.

Ora, a parte che fa piacere che tutto il partito si fidi della nostra area, segno che tutto sommato si è lavorato bene, e lanciato il messaggio che un’altra politica è possibile. Ma i tentativi di brogli non ce ne sono stati, da nessuna parte. Né tentati, e forse neppure immaginati. E non certo per merito mio, quanto piuttosto perché i ragazzi sono stati onestissimi e collaborativi, e l’idea di imbrogliare non è passata per l’anticamera del cervello di nessuno.

Ma c’è di più: modestamente, il nostro seggio è stato tra i più efficienti: la collaborazione intercorrentizia, leale e spontanea, ha reso la giornata più divertente e piacevole, e ci ha anche permesso di ottenere un buon risultato pratico: nella foto sopra, come si vede, attendiamo che la fila ai seggi accanto venga assorbita prima di iniziare lo scrutinio, anche quello terminato tra i primi…

MA credo che anche gli altri seggi siano stati collaborativi e funzionali. Insomma le divisioni erano più nella testa di chi guida, che in quella di chi partecipa. E questo dato l’ho riscontrato spesso, in questo ultimo anno, fino a far diventare banalità e luogo comune la considerazione che la base è più unita e coesa del suo vertice. Ma è una banalità che dà senso al restare in questo partito e continuare a lottare.

E’ chiaramente una piccola storia, insignificante forse per chi ha di fronte a sé la necessità di comporre lo scacchiere congressuale battendo sul tavolo risultati, proposte e programmi, più o meno convintamente.

A mio avviso è invece significativa, e mi offre l’occasione per cominciare a dire che il PD che vogliamo, quello che ogni elettore serio e onesto ci chiede, è già qui.

Basta vederlo, basta volerlo.

Questo sì, ne sono certo, #èpossibile.

 *Photo Credit: Maria Anna Flumero, giornalista e interprete LIS.

 

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