La Basilicata esiste (anche se io non l’ho ancora vista).

basilicata

Recentemente il titolo di un articolo del Quotidiano della Basilicata sembra suggerire una crisi esistenziale in corso, provocata dalla mancata visita del Premier, che ha fatto selfare tutto il sud, scalzando di netto questa regione, con buona pace dei selfier nostrani, rimasti con l’autoscatto in mano.

Lo riprende anche un post di Hyperbros, che ha peraltro il merito di sollevare una di quelle questioni che maggiormente ho a cuore: la questione identitaria, che sia per la sinistra (inteso come luogo politico) sia per la Basilicata (inteso come luogo fisico e sociale) è un attributo che ritengo cruciale, e nodo centrale da sbrogliare prima di affrontare qualunque altra discussione di merito.

Ma se la questione identitaria della sinistra italiana è argomento che è difficile risolvere, forse la stessa missione può più agevolmente essere affrontata per quanto riguarda la nostra piccola regione.

Certo. L’idea che la Basilicata sia più la sommatoria artificiale, decisa su un qualche tavolino, di territori sottratti alla Calabria, alla Puglia e alla Campania per farne cosa a sè, è legittima e serpeggia anche nell’animo di tanti lucani. E anche il doppio nome Lucania/Basilicata si presta facilmente all’ironia e a creare ancora più confusione. Ma non può essere un nome, nè un segno tracciato su una mappa, a risolvere, in un senso o in un altro, la questione identitaria.

Siamo pochi, e contiamo ancora meno. Su questo assunto si basa il post di Hyperbros. E quindi non esistiamo. Beh, certo, è comprensibile. Nelle moderne società “hyper”capitalistiche esisti se conti. Una logica alla Marchese del Grillo, per la quale io sono io (perchè conto), tu invece non sei (perche non conti nulla). In altre parole: non esisti.

Io parto da un assunto diverso, per dimostrare la nostra esistenza, pur avendo presente che il senso del post citato è altro: vorrebbero che non esistessimo, per poter disporre del nostro territorio liberamente. Ma se forse non esistiamo come popolo, avendo poco in comune che ci lega più di quanto questo non ci differenzi dai popoli confinanti, pur tuttavia quel poco in comune rappresenta quasi tutto: abbiamo un territorio, ed una storia.

Un territorio che abbiamo il dovere noi per primi di scoprire e rivalutare, decidendo alla fine quale sorte vogliamo assegnargli, quale manipolazione riterremo corretta, secondo l’inclinazione, i desideri e gli aspettative che il popolo che lo abita, non altri, decidono di avere.

E una storia che, segnata da eventi naturali (terremoti, siccità, erosione costiera…) e umani (dominazioni, saccheggi, pianificazione urbanistica scellerata…) ha eroso buona parte della nostra memoria abbattendo i simboli evidenti della storia stessa, e che oggi risulta in effetti difficile ritrovare. E l’identità si basa sulla propria storia, ed è più forte quanto questa risulta facilmente riconoscibile.

Voglio dire: per i toscani risulta facile respirare e tastare la tangibilità della loro storia medievale, etrusca, o della incredibile stagione dei Comuni, farsene fieramente discendenti, avere il bisogno di custodirne la memoria, e sentirsene parte semplicemente gironzolando per i vicoli di qualunque amena località del territorio. Per noi invece, la stessa operazione risulta difficile, quando non proprio del tutto impossibile.

Ad esempio si rimane sorpresi nel leggere del passato romano o medievale di Potenza, rimanendo impresso in chi la visita solo lo svettare dei suoi palazzoni grigi.

A lungo ci siamo addirittura vergognati del nostro passato: la congiura dei Baroni è stata di fatto una pagina di resistenza al nuovo che (allora) avanzava; i Sassi di Matera sono stati addirittura bollati come “vergogna nazionale”; il brigantaggio come atto di terrorismo verso la modernità del nascente Stato nazionale; il nostro territorio come terra nella quale confinare, per punire. Tutto vero, tutto innegabile. E ne emerge quindi il ritratto di un popolo che resiste al nuovo, che guarda indietro, che cerca rassicurazione nella continuità, che è talmente fuori dalla storia e dalla civiltà che risiedervi è una pena da scontare per qualche peccato commesso. Ci credo che raccontata così, viene voglia di scappare. E ci credo che, raccontata così, viene voglia di trivellarsi per sfruttare quel che ha certamente valore in una terra che valore invece pare non averne.

Ma della propria storia, e della nostra identità, non ci si deve vergognare. Anche perché una siffatta lettura sarebbe solo parziale.

Le colonie della Magna Grecia hanno rivestito un ruolo di primaria importanza: quando a Roma pascolavano le pecore, da queste parti bazzicava Pitagora, ho letto da qualche parte su un social network. Immagine suggestiva e forte, quanto vera. Cos’è rimasto di quella storia, che è storia anche nostra? I pochi, ma comunque significativi, resti archeologici della costa ionica possono solo lontanamente farci immaginare cosa poteva significare essere lucani duemila e cinquecento anni fa. All’insensibile cattiveria della natura possiamo però rimediare, continuando a scavare nella nostra memoria e nel nostro territorio, non per cercare petrolio, quanto i segni della nostra identità: cercando di raccontare e di trasmettere, anche con i mezzi moderni, una storia che ci ha visto protagonisti e attori attivi della storia del Mondo, e con ruoli di primo piano. E incidentalmente, et voilà, farlo significa lavoro, e lavoro significa sviluppo.

E ancora: la storia medievale, dal sistema feudale (che ci somiglia ancora – parlo dell’Italia intera – più di quanto ci piace credere) al Regno di Napoli. Una storia certamente di dominazione, della quale tendiamo quasi a vergognarci; perché essere i fautori di una rivoluzione rende più fighi, sfruttare gli schiavi per costruire acquedotti e anfiteatri rende forse più interessanti. Ma anche gli schiavi e i sottomessi hanno una storia, umana e collettiva, che può essere scoperta e raccontata: emozioni, pensieri, moti di ribellione magari soffocati in culla o repressi nel sangue. La tensione ideale degli sconfitti spesso raggiunge vette più alte della retorica conquistatoria dei vincitori.

Infine, ma potrei continuare, i Sassi di Matera sono un monumento alla genialità dell’uomo, che andrebbe più approfonditamente capito e ammirato anche in questa dimensione. E non di un uomo solo, ma di migliaia di uomini spalmati su migliaia di anni, che pazientemente si sono passati l’un l’altro il testimone della conoscenza, della cultura, e come dicono oggi, della resilienza. I Sassi di Matera sono da un certo punto di vista un enorme e complicato sistema di raccolta e conservazione dell’acqua, bene primario senza il controllo del quale qualunque popolo è destinato alla distruzione, e qualunque storia a non essere mai raccontata. Non possiamo insomma vantare il nostro Leonardo da Vinci: esporre le sue opere e le sue idee restando ammirati di quanto fosse “avanti” rispetto ai suoi contemporanei; possiamo però ammirare e contemplare il frutto di migliaia e migliaia di uomini, altrettanto inconsapevoli geni che insieme hanno costruito, in un rapporto di sostenibilità territoriale quasi unico al mondo, il loro ecosistema.

Un’intelligenza collettiva, insomma, contrapposta a quella singola, che è la nostra forza. Può diventare anche adesso la nostra forza, e la via di uscita dalla palude della coscienza nella quale siamo colpevolmente immersi.

E quindi, a cercarla bene, la nostra identità esiste, ed è un’identità bellissima da vivere e da raccontare. E allora, di rimando, esiste anche la Basilicata; da vivere e da raccontare anche lei, con dedizione ed orgoglio. Facendo, come si dice adesso, “sistema” tra i territori, tra i piccoli comuni, tra le cento interpretazioni, tradizioni e sfaccettature della stessa ammaccata e impolverata, ma preziosa medaglia.

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