Ma per andare dove dobbiamo andare, da dove dobbiamo andare?

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Ma non è, che tante volte, ci fossimo persi? Questo ho pensato guardando l’intervento di Paolo Cosseddu (braccio destro di Civati) ieri in Direzione del Partito Democratico.

Il buon Paolo ha sostanzialmente affermato che i civatiani non condividono la linea del partito, tuttavia sono disponibili a collaborare perché hanno un botto di idee buone ed originali, anche per recuperare il senso ed il valore della militanza, al minimo storico proprio quando il partito raggiunge il massimo valore in termini di consenso.

Ho apprezzato come sempre il contenuto dell’intervento, tuttavia, dopo la cavalleria rusticana dell’elezione di Renzi a segretario prima e a premier dopo, in cui sembrava che l’unica opposizione intelligente e costruttiva al PD fosse proprio dentro il PD, questa nuova fase del civatismo faccio fatica a capirla.

Ammetto di aver da un po’ staccato i ponti, credo quindi che il mio pensiero sia maggiormente rappresentativo di una parte dell’elettorato civatiano o ex civatiano. In ogni caso è il mio, e così fedelmente lo riporto.

L’area Civati si è spesso interrogata in passato su che tipo di rapporto dovesse avere con il PD di Renzi. Decisione non facile: il segretario è stato eletto in forza di un risultato eccezionale alle primarie del partito, e ha confermato la sua forza alle elezioni europee; difficile quindi contestare, senza minare i fondamenti stessi della democrazia, il diritto/dovere di seguire una certa linea, ambiguamente delineata nel corso delle varie campagne elettorali. E’ fuor di dubbio che il consenso a Renzi è legato alla fiducia alla persona (sulla deriva leaderistica e personalistica del Paese si potrebbe aprire un blog a parte) piuttosto che non a un programma o a idee concrete particolari.

Il momento più alto del dibattito interno all’Area si è avuto alle Scuderie di Bologna, quando in virtù di una (facile) lettura su che piega il Pd renziano avrebbe presto preso, e sul modo in cui aveva abbracciato il potere calpestando clamorosamente le sue stesse parole, ci si chiedeva se fosse il caso di votargli la fiducia.

La maggioranza della base, se pur profondamente spaccata, disse che sì, la fiducia al proprio segretario non la si poteva proprio negare, solo sulla base di congetture pur plausibili e con un certo fondamento. La mia posizione era invece piuttosto possibilista, ma ferma sull’obiettivo di lottare contro la deriva centrodestrista che il partito stava prendendo. Da dentro, o da fuori, mi interessava poco, e questa decisione tattica e strategica l’avrei delegata allo stesso Civati, con la fiducia che si deve ad un fratello maggiore con più acume ed esperienza.

Dalle Scuderie, non si sono tenuti altri momenti di partecipazione, o di revisione critica della decisione di allora. Eppure nel frattempo, il Premier ha messo a cuocere parecchia carne: l’inguardabile riforma del Senato, l’abbozzata ma già contestabile elegge elettorale, una mancia fiscale nulla negli effetti ma pesante sui conti pubblici, un Paese in continua e decisa recessione, una serie di promesse mancate e di appuntamenti in agenda saltati che hanno portato lo stesso Renzi a cambiare marcia e diluire la cura (palliativa) in tre anni invece che nei tre mesi improbabilmente prospettati all’inizio. E poi un fiume di parole, parole, parole. E slides.

La mia domanda è: possibile che sulla base di un pregiudizio, per quanto anche condivisibile, ci si sia interrogati se votare la fiducia a Renzi oppure addirittura uscire dal PD, e invece sulla base di una serie di atti di governo contestabili e detestabili, tutto fili liscio e ci si debba dichiarare pronti a collaborare se solo la maggioranza renziana si dimostrasse disponibile all’ascolto delle nostre ottime idee?

Mi sembra che l’Area Civatiana abbia sotterrato l’ascia di guerra, magari pronta a ritirarla fuori alla prossima occasione. Pare si sia inteso che il baraccone Renzi presto franerà sotto il peso delle sue stesse promesse, e che conviene aspettare e non sprecare energie, pronti magari ad un po’ di guerriglia quando ne venisse fuori l’occasione o la necessità.

E’ però lo stesso errore di valutazione che fu fatto dalla sinistra italiana nei confronti di Berlusconi. E quando il mostro era ormai troppo cresciuto per combatterlo efficacemente, ci si è infine rassegnati ed abbassati a considerarlo un avversario leale prima, e un alleato indispensabile adesso. E quindi ammetto che ho un po’ paura.

Io non mi rassegno. Il prezzo della smania renziana non può essere pagato dal Paese, perchè l’unica vera opposizione intelligente e costruttiva a Renzi si è appisolata e si sta cullando all’idea di farsi trasportare dal traghettatore verso non si sa dove.

In Basilicata, per dire il clima, monta la protesta contro l’ennesimo affronto: il decreto sblocca-Italia lancia un ultimatum per aprire nuovi pozzi di petrolio nei territori interessati; se non risponderanno in tempo, la materia sarà avocata al Governo. Come dire: o vi sparate da soli, o vi spariamo noi. Che peraltro oltre ad essere politicamente discutibile, suona anche un tantino incostituzionale, almeno fino a quando la Costituzione reggerà nella forma attuale.

E quindi mi chiedo: per andare dove dobbiamo andare, per dove dobbiamo andare?

Ma soprattutto: sappiamo ancora dove andare?

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