Cultura che?

In questi giorni a Matera è in corso una tre giorni del gruppo degli edgeryders, una comunità internazionale che si propone di riempire di contenuti i contenitori creativi di Istituzioni evidentemente a corto di idee, e forse anche di tempo e risorse per realizzarle. Un’intelligenza collettiva che, sfruttando anche le nuove tecnologie, dovrebbe puntare a bypassare burocrazia e tecnicismi in cui l’Italia è impantanata. E il progetto è sponsorizzato nientemenoche dal guru della newleft italiana Fabrizio Barca.

Ho partecipato ad uno degli eventi con la seria intenzione di tentare di sciogliere alcuni dei nodi ancora attorcigliati rispetto alla comprensione totale del fenomeno, e che se possibile si sono stretti ancora di più dopo la designazione di Matera Capitale della Cultura del 2019.

Una certa frenesia e un certo grado di preoccupazione mi pare inoltre abbia assalito la nostra classe dirigente, che dopo aver percorso un sentiero tutto sommato segnato, si trova adesso di fronte ad una sterminata prateria da percorrere senza bussola e con pochissimi punti di riferimento a disposizione.

Cultura è infatti un termine piuttosto ampio e vago. Il che può essere un bene, perchè praticamente tutto, ogni idea, ogni conoscenza, questo stesso articolo (per dire) può avere di diritto l’etichetta di bene culturale. Ma è al tempo stesso un male, dal momento che quando un ente, un territorio, una comunità, si pongono l’obiettivo di diventare punto di riferimento nell’offerta e nella produzione di “cultura”, rischiano di non rispondere appieno alle aspettative del pubblico accorso, con un potentissimo effetto boomerang negativo.

Certamente la nostra terra, ce lo raccontiamo da decenni, è portatrice di una cultura millenaria che va riscoperta e valorizzata. Ce lo raccontiamo da decenni, e adesso abbiamo l’occasione di realizzarlo: i Sassi di Matera sono la testimonianza cristallizzata di un processo di accumulo di conoscenza “dal basso” che rischiamo invero di smarrire, andando dietro alle etichette semplificatrici di “vergogna nazionale” o del suo recente contrappasso di “Capitale della cultura”.

Ma credo che la Commissione giudicatrice che ha assegnato il titolo alla nostra città, lo abbia fatto anche perchè ha intravisto la possibilità che la cultura venga non soltanto raccolta e raccontata, ma anche generata ex-novo e quindi diffusa.

Si tratterà quindi nei prossimi anni di mettere in parallelo la possibilità di codificare l’esistente, e traslarlo a beneficio dell’atteso ampio pubblico di fruitori, con la capacità di interrogarsi sul presente, cercando una risposta nel futuro.

Nel secondo caso si tratta con tutta evidenza di un esercizio sperimentale, una sorta di “laboratorio culturale”, il cui esito finale è affatto scontato. Come ogni sperimentazione che si rispetti, infatti, o come per ogni investimento in ricerca e sviluppo – per utilizzare una non del tutto impropria terminologia aziendalistica- il processo creativo può portare ad un risultato spendibile (presto o tardi, magari a costo di successive ma collegate sperimentazioni), o risultare sforzo del tutto vano e improduttivo, perchè magari si è percorsa caparbiamente una strada che era sbagliata sin dall’inizio, ma la cui fallacità non era possibile svelare prima di averla percorsa interamente.

Se si tratta dunque di investire in “cultura”, la scelta diventa politica: quanto investire nel raccolto/racconto del patrimonio culturale esistente, e quanta parte invece nella generazione di nuova conoscenza? Fermo restando che, ovviamente, si può avere innovazione anche riguardo ai mezzi con i quali il passato, in termini di vissuti individuali e collettivi, emozioni, incisioni sul territorio, viene raccolto e raccontato.

Considerato che la misurazione dell’efficacia dei nuovi progetti culturali è alquanto aleatoria, e rischiando forse di apparire conservatore, credo che per minimizzare il rischio di fallimento delle future politiche culturali (che avrebbe un effetto devastante dati i riflettori che ci si troverà ad avere puntati in faccia d’ora in avanti), la sperimentazione e la creatività debbano essere il plus qualitativo rispetto ad una base forte, costituita in larga misura dal racconto che, per la nostra città, risulta essere il più naturale ed evidente: la dura bellezza dei luoghi, l’adattamento millenario dell’uomo, il caos calmo di un insediamento urbano oggi impianificabile, e quindi irripetibile.

Diversamente, il rischio è di perdersi in discorsi intellettualmente affascinanti, ma dallo scarso risvolto pratico.

Risvolto pratico che, al di là dell’orgoglio e del tifo che ciascuno di noi porta dentro per i colori e la gloria della nostra città, contiene poi la risposta che i cittadini del 2019 attendono fiduciosi, e che valuteranno complessivamente già a partire dal 2015…

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