Capitale dell’Accoglienza, ma fuori dal mio pianerottolo

 

Non so se Matera diventerà capitale europea della cultura nel 2019, ma certamente posso dire che Matera è – e sarà – capitale mondiale dell’accoglienza”. Con queste parole Jordi Pardo, uno dei cinque componenti della delegazione che lo scorso 7 ottobre ha ispezionato Matera, concludeva la visita alla nostra città. Il seguito è storia recente, e dalla medaglia di legno di Capitale dell’Accoglienza, siamo passati a quella d’oro di Capitale della Cultura.

Nelle stesse ore un intero condominio materano era in subbuglio. Uno dei suoi condomini aveva osato siglare un contratto di locazione con un’Associazione che si occupa di dare accoglienza (guarda un po’ tante volte la combinazione) a rifugiati politici per fini di protezione internazionale e umanitaria, d’intesa con il Comune di Matera e nell’ambito del progetto S.P.R.A.R. (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati) del Ministero degli Interni.

E nella migliore tradizione dell’ipocrisia italiota, per la quale nessuno è razzista ma non è colpa mia se sono negri, ecco sfornata e declinata la nuova massima: sono un fautore dell’accoglienza, ma mica a casa mia.

Il condominio ha preso carta e penna e scritto al Comune, e all’Associazione e al proprietario, adducendo vaghi rilievi sulla destinazione d’uso dell’appartamento. Questa casa non è un albergo, dicono, ed effettivamente non voleva esserlo. Ma tant’è. Pare quasi sentirli: non è che siamo contro l’accoglienza agli immigrati, al contrario; solo che invitiamo tutti a ricercare “soluzioni meno impattanti per le famiglie che vivono nello stabile prescelto“.

Meno impattanti.

Come se l’appartamento dovesse essere utilizzato per ospitare missili a testata nucleare, e non uomini. I primi impattano, i secondi, invece, mi risulta di no.

L’Associazione ha invero provato a resistere, rilevando che per dar seguito al contratto non occorreva alcun ventilato nulla-osta condominiale, e che era evidente la malcelata volontà di “non incontrare per le scale persone immigrate”.

Ma alla fine ha dovuto rescindere il contratto già firmato e registrato, e il Comune di Matera prendere atto dell’incompatibilità ambientale venutasi a creare. Anche perché nel frattempo, per una specie di effetto “culturale” ad induzione, anche il Palazzo di fronte si era unito alle proteste…

Rendo la cosa nota solo oggi, a iter ormai concluso, perché sono in conflitto di interesse conoscendo il proprietario, e non sia mai qualcuno osasse dire che faccio del mio blog un uso privatistico (che peraltro essendo mio, potrei anche fare) per favorire la conclusione di un contratto.

Ma spero che qualcuno di questi condomini, che magari ha anche gonfiato il petto ascoltando le parole di Jordi Pardo alla TV, riferite alla sua città, si rendesse conto leggendo queste righe di quanta strada abbia(mo) ancora da fare da qui al 2019.

Invito poi il Comune (pur conscio della missione impossibile) a tentare di piegare le primitive resistenze di una parte (spero piccola) dei suoi abitanti, proprio con la Cultura, della quale siamo oggi portabandiera internazionale.

E, infine, magari, questo articolo potrà servire a trovare una soluzione per queste persone, e una calda accoglienza da parte del resto della città.

Che è poi la cosa più importante.

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4 pensieri su “Capitale dell’Accoglienza, ma fuori dal mio pianerottolo

  1. Michela Santangelo

    Sono davvero indignata! Mi auguro che il Natale, ormai prossimo, possa migliorare questa gente, infondendo in essa la consapevolezza del concetto concreto di accoglienza, comprendendo (per quanto ci è possibile) le vere ragioni per cui questi ragazzi fuggono dai loro affetti inseguendo l’ignoto.

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  2. Adele Paolicelli

    Ho vissuto in diversi luoghi, quasi sempre condomini e condividendo appartamenti con altri coinquilini. Ho incontrato signore che buttavano l’acqua del bucato dal balcone, bambini che giocavano nel portone spesso urtando contro le porte e bussando o suonando per gioco, signori anziani che mi parlavano solo in dialetto locale, coinquilini che avevano strane abitudini culinarie e gente che nonostante vivessero purtroppo ai piani superiori, ignorava gli effetti della forza di gravità. Tutti loro erano italiani come me pur avendo abitudini diverse dalle mie.
    In nessuno di questi casi ho mai pensato che la soluzione fosse cacciarli via.
    Credo che la prevaricazione porti con sé il concetto di superiorità presunta rispetto “all’altro” e se si ignora la base di uguaglianza dalla quale partire nelle relazioni umane vuol dire che non riteniamo importanti concetti come Conoscenza, Crescita, e Consapevolezza, che come Cultura cominciano per “C” ma vengono prima di essa…e non solo nell’alfabeto.

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  3. Serena Vigoriti

    Non si è avuto il tempo di dimostrare che questa gente ha solo un colore diverso, e a volte neanche quello, ha una lingua lontana, una cucina più speziata e una passato che appartiene al frastuono delle guerre, al dolore delle torture e delle persecuzioni. Sono persone
    a cui non servivano i nostri vestiti usati, né le monetine lasciate all’uscita dai supermercati o ai semafori della città.
    Sono persone che difendono quotidianamente la propria dignità, che arrivano in Italia per guadagnarsi un futuro, che affrontano con la forza della speranza il loro presente.

    Ed è proprio come scrivi…mentre questa città si preparava a diventare Capitale europea della Cultura, aprendosi al mondo e alle sue molteplici diversità, in uno dei suoi quartieri si difendeva l’idea di una dignità umana data dal colore della pelle o dalla familiarità della lingua.

    Rimango comunque dell’idea che quei condomini si siederanno al tavolo di un ristorante e magari qualcuno di quei ragazzi gli servirà il miglior piatto della cucina, oppure li accoglierà all’ingresso di un albergo, o aggiusterà un loro rubinetto rotto…
    …e in quel momento saranno tutte brave persone…(purché fuori dai Condomini improfumati di candeggina)!

    P.S. ci tengo a precisare che fortunatamente ci sono anche tante altre realtà in cui queste persone sono state accolte con la spontaneità del “buon vicinato”.

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  4. Michele Plati

    Mi piacerebbe scrivere un commento più “pensato” (e magari sensato); a caldo, però, non riesco a non ringraziare chi ha scritto questo post. Ero da giorni alla ricerca di un modo per porre la questione astraendo dal morso allo stomaco che mi ha preso quando ho letto quella Raccomandata. Una rabbia condivisa (e siamo tanti, proprio tanti) con gli altri destinatari di quella lettera. Ma non riuscivo a trovare parole che non fossero “in conflitto di interesse”. E posso garantire che a volte l’unico rimedio alla rabbia è l’afasia. Magari ci sarà tempo di commentare in maniera più sensata, ma la questione sta proprio lì, in quell’essere o meno “impattanti”. Noi sappiamo di non essere artificieri, ci sforziamo ogni giorno con risultati più o meno buoni, di essere cittadini che accolgono.

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