La sinistra del bridge. Il mio contributo alla #Scuderia.

A sinistra, nell’anno di grazia 2015, c’è bisogno di rappresentanza. E’ un dato ormai incontestabile, e infatti i movimenti in questa direzione sono tanti.

Se in politica non ci sono spazi vuoti, la scarsa partecipazione alle ultime tornate elettorali, ha però quantomeno dimostrato che lo spazio vuoto non è stato colmato con sufficiente velocità e lucidità.

Domani a Bologna, finalmente, la fu Area Civati si rincontra per decidere cosa fare da grande. Forse un po’ in ritardo, dopo che i civatiani di tutta Italia hanno dovuto ingoiare tonnellate di rospi, in attesa che la loro leadership indicasse un cammino da seguire. E per la verità ne sono stati indicati diversi, di cammini #possibili, e ad oggi non è dato sapere cosa ne sarà del patrimonio di consenso accumulato un anno fa e, in parte – mi auguro non irrimediabilmente -, già disperso.

Domani forse ne sapremo di più, ma per capire quale sinistra ha in mente Civati oggi, bisogna andare necessariamente per esclusioni.

Ha già dichiarato che è troppo provinciale importare dall’estero modelli preconfezionati; non credo però che nel 1921 i provincialissimi comunisti di Livorno tentassero un isolato, inedito ed ardito esperimento, destinato al sicuro fallimento. E se il pensiero era rivolto a Tsipras, il problema a mio avviso in quel caso non risiede tanto nell’importazione, quanto nella coerenza della traduzione. Che è sembrata mancare del tutto, a priori e a posteriori.

Sembra pensare poi che di forza fuori dal Partito Democratico ce ne sia poca. Il che è indiscutibilmente vero, e soffiare sulla brace che cova sotto la cenere della disillusione, è esercizio troppo lungo, stancante, e dalle incerte probabilità di riuscita. Poi nel 2015 si vota – anche se a questo punto non so se sia più una previsione, o una speranza.

La sensazione quindi, procedendo per esclusione, è che la sinistra che Civati ha in mente, sarà più simile ad un circolo del bridge, all’interno del Country Club piddino, invece che all’anima movimentista e popolare che si prometteva all’inizio. Un già visto salottino mezzo radical chic, in cui disquisire dei problemi dell’Italia e degli italiani, snocciolando soluzioni e statistiche tra una mano e l’altra, alternandole a severe critiche e richiami al rigore morale. Il tutto con tenerezza, si intende, che se no non sta bene, e il direttore del Club ti sbatte fuori. E facendo finta di proporsi come alternativa di Governo, con la malcelata speranza di non doverci arrivare mai.

E’ quindi lecito chiedersi, a questo punto, se il pur sempre brillante Civati abbia effettivamente le capacità politiche per unire un così vasto e variegato universo; fatto di associazionismi, movimenti e comitatini, capetti e partitini.

E milioni di potenziali elettori delusi, confusi e incazzati.

Perché rilevo giust’appunto il fatto che, in un anno, Civati, inizialmente accreditato di aver riunito intorno al suo programma e al suo carisma una ventina di parlamentari, sia ultimamente rimasto piuttosto isolato; e rilevo anche (non da ora, ma se lo fai notare sei un gufo e/o un rosicone – aspetta, dov’è che l’ho già sentita questa?) che il filtro utilizzato nella selezione di una nuova classe dirigente, funziona piuttosto male: in un anno, oltre ai pezzi alla base, si sono anche già staccati alcuni pezzi al vertice: cominciò Taddei; lo seguì Lanzetta; ma anche il mitico Tocci-gol sembrerebbe essersi allontanato; e in ultimo Elena Gentile, eletta all’Europarlamento in quota Civati, è finita per appoggiare la candidatura del renzianissimo Michele Emiliano, provocando quasi uno scisma nell’Area, che solo la sapiente conduzione dei riferimenti territoriali ha saputo – per il momento – evitare.

Ma anche in questo caso i colonnelli civatiani sono rimasti a guardare senza (poter o voler?) far nulla. Fossi in loro io mi sarei invece chiesto, ad esempio, perchè al Sud alle Europee non si sia potuto tentare, per dire, un esperimento alla Elly Schlein; e farne tesoro per il futuro. Ma si vede che l’analisi delle sconfitte e degli errori, vale solo per le sconfitte e gli errori degli altri.

Insomma, sono curioso e favorevole a tutti i cantieri aperti a sinistra. Seguo tutto con interesse, e a qualcuno magari provo a lavorare anch’io, nel caso il progetto civatiano di riportare il Partito Democratico a sinistra, non riesca.

E sottoscrivo già, convintamente, il bel manifesto che sarà proposto domani, pur cosciente che di buone intenzioni è lastricato il pavimento del Regno dell’Insignificanza.

In ogni caso, davvero, in bocca al lupo a Civati.

La speranza è che ci incontri ancora, prima o poi, in questo o in un altro cantiere. Perché è evidente come ognuno di essi abbia in seno pregi e difetti; e dalla loro unione si potrà, forse, mettere a valore i punti di forza, e limarne le debolezze.

Ad esempio: il mio limite, mi dicono, è di essere più civatiano di Civati; e il rilevare, pedissequamente, quanto Civati appaia qualche volta più renziano di Renzi. Come quando registri, per esempio, che anche il solo dissenso è, da queste parti, piuttosto mal tollerato.

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2 pensieri su “La sinistra del bridge. Il mio contributo alla #Scuderia.

  1. Sil Bi

    Con grande franchezza: a me sembra che il circolo del bridge lo stia facendo qualcun altro. Il progetto di Civati è chiarissimo almeno da questa estate – coagulare consenso, nel Paese e in Parlamento, intorno a proposte “di sinistra” e combattere le misure di destra di questo governo. Sono pochi i parlamentari che hanno avuto i coglioni di seguirlo su questa strada? Sì, è vero (una, tra l’altro, è una donna, la Ricchiuti)… però, chissà che qualcuno non stia cambiando idea proprio ora. Spiace constatare il rancore che traspare dalle tue parole; soprattutto perchè, ahimè, è la perfetta illustrazione del motivo per cui la sinistra ha tanti problemi ad unirsi e a contare qualcosa

    Rispondi
    1. NC Autore articolo

      Cara Silvia, capisco il tuo punto di vista, ma per chi come me partiva da determinate istanze (basta riportare indietro le lancette di questo blog di un paio d’anni per verificarlo) l’esperienza si può dire conclusa, e non positivamente. Non che non si siano fatte cose buone, attenzione, anzi: ma eleggere alcuni compagni di viaggio in posti importanti, è evidente che non concluda nulla rispetto agli obiettivi iniziali. Peraltro, per le ragioni che da alcuni mesi inutilmente tento di esporre, credo si sia già raggiunto il massimo risultato raggiungibile da quest’area. E’ ora di cambiare qualcosa.
      Invece noto che al di là dell’offendersi per gli aggettivi (sono forti apposta, sarà infantile, sarà sbagliato, ma è il mio modo di urlare la mia rabbia e insoddisfazione, che è sempre la stessa di due anni fa), o fare proclami di cieco fideismo, nel merito dei problemi sollevati, da mesi, nessuno risponde, limitandosi a rispedirli presuntuosamente al mittente, pensando che il problema, al solito, lo abbia chi solleva i dubbi e non coloro verso i quali i dubbi sono diretti. E a conferma dell’appiattimento renziano verso cui stiamo (state) andando, che denuncio qua sopra, e dal quale mi dissocio: posso sopportare tutto, ma fare il gufo dei gufi no, ve prego, è un ruolo che non ha alcun senso. Al massimo piego la mia gufaggine direttamente verso il Partito, credo di avere le stesse (basse) probabilità di cambiare le cose cambiandole che avete voi.
      Senza contare che anche in altre “aree” si incontrano spessissimo persone di grande qualità e apertura, ma bisogna rimanere equilibrati per continuare a misurarle qualitativamente e non solo quantitativamente.
      A presto e grazie di essere passata da queste parti!

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