O si riforma l’Euro, o fuori dall’Euro.

“Dalla crisi si esce con più Europa, o con meno Europa. Rimanendo fermi così la crisi non passerà”. Mi autocito non per vanto ma perchè già anni fa era chiaro che l’economia italiana era costretta in una scatola con i lucchetti alle serrature, e aveva le mani legate. Ma la magia non esiste, e l’unico modo per sperare di aprire i lucchetti era ed è di liberarsi prima le mani. Invece preferiamo affidarci a presunti maghi che vantano poteri che non hanno e che non possono avere.

I lacci che ce le stringono sono ben noti: pareggio di bilancio; impegno a ridurre costantemente il nostro stellare debito pubblico; sovranità monetaria ormai persa; inflazione prossima allo zero.

Quest’ultima condizione impedisce all’economia di percepire il vantaggio di acquistare beni materiali oggi, rispetto al farlo domani e tenere in tasca moneta; le altre impediscono di programmare spesa pubblica (per investimenti infrastrutturali ad esempio), competere con l’estero (l’euro forte ci spinge a comprare meglio dall’estero ma ci rende complicato vendere, deprimendo la bilancia commerciale), politiche di austerity forzate che avvitano sempre più in basso le nostre residue energie economiche.

Il risultato è la crisi. Abbiamo, con le mani così legate, le stesse probabilità di uscirne che quelle di un malato grave che si affida ad un rito voodù invece che alla medicina tradizionale. Meno superstizioni e più razionalità sarebbe cosa gradita, nell’Italia e nell’Europa del 2015.

Questo non significa uscire dall’Euro, quanto la necessità di porre il tema sul tavolo delle Riforme europee. Sì perchè l’Europa chiede all’Italia riforme in continuazione. Sarebbe arrivata l’ora che sia l’Italia a chiederne all’Europa. Preparando un piano B se non dovesse trovare ascolto (cose che il nostro premier aveva promesso di fare all’inizio del semestre italiano;. chi ha visto qualcosa alzi la mano).

Chi disegna scenari foschi se si abbandonassero le politiche di Austerity in favore (ad esempio) di una ben più razionale scelta di stimolare la crescita dotando il Paese delle infrastrutture necessarie per mettere i nostri imprenditori in condizione di competere in un mondo globalizzato, non sa di cosa parla, o lavora di fantasia.

Chi inorridisce davanti alla possibilità di ristrutturare il debito, come qualunque imprenditore nelle nostre condizioni dotato di un minimo di senno farebbe immediatamente, fa finta di non vedere che Paesi come l’Argentina (pur con i limiti intrinseci delle loro economie) non sono saltati gambe all’aria a quasi 15 anni dal default.

Chi ha paura che così il rapporto debito/pil aumenti per il ricorso al debito, dimentica o fa finta di non sapere che il rapporto diminuisce se si aumenta il denominatore. Ovvero, espandendo il PIL si contrae il debito. Il che significa che si può far debito, se il debito è tutto rivolto ad accrescere il PIL, e si è capaci di programmare un’azione del genere. Non è questione di opinioni, è matematica. E di scommettere sulle nostre potenzialità. Cosa che a chiacchiere fanno tutti i politici italiani, Renzi in testa.

E’ troppo evidente per confidare ancora nella buona fede di chi ci governa: o la casta economico-politico-finanziaria che ci governa in una macchiettistica parodia della democrazia è in malafede, o è incapace.

In entrambi i casi è ora di mandarla a casa loro, e riprenderci casa nostra: questo Paese, la nostra economia, la possibilità di decidere del nostro futuro e delle nostre vite.

 

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