Ricordi d’Argentina #3. CHE SE MAGNA

Con questo articolo mi attirerò certamente le ire degli estimatori della cucina sudamericana. Perchè alla fine della lettura risulterà che la cucina argentina è stata in parte una delusione.

Nel senso: va bene per mangiare 2-3 giorni. Ma un intero mese diventa un problema, soprattutto per l’italiano medio, abituato ad una certa varietà di alternative, gusti e sapori.

Andiamo quindi con ordine.

ANTIPASTI
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La picada argentina (stuzzichini) non differisce molto da quella italiana, con la differenza che salumi e formaggi sono di qualità mediamente e decisamente inferiore (però quelli in foto erano ottimi!). Gli antipasti veri e propri (entradas) sono invece solitamente
porzioni ridotte dei piatti principali; ovviamente soffrono degli stessi limiti.

PRIMI
Gli italiani scopriranno presto che la pasta non esiste. I ristoranti che la propongono nel menu osano infangarne il nome proponendo una poltiglia bianca, assicurando che sono fideos (spaghetti), ma che risulteranno certamente mollicci e insipidi, perchè qui si usa mangiarli con una cottura molto avanzata, decisamente superiore a quella raccomandata dai produttori. Peraltro la pasta italiana, essendo prodotto di importazione, é molto cara: ho riscontrato che la Barilla costa fino a 8 volte che da noi. Si possono comunque trovare alternative locali abbastanza valide, avendo l’accortezza di scegliere pasta di colore giallo (più simile al grano duro) e scansare quella più pallida. E naturalmente, cucinarla al dente…

SECONDI

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Qui la cucina argentina si fa grande. La carne è generalmente di alta qualità e costa relativamente poco. Ci sono vari tagli, cucinati in molti modi (ma in Italia sono certamente di più, complice l’immenso e diversificato patrimonio regionale), anche curiosi, come questa pizzanesa (pizza di milanesas, ovvero di cotolette…):

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Il problema è che al terzo giorno di Asado a pranzo e cena, dopo aver assaggiato ogni sorta di variante possibile e immaginabile di carne alla brace, sentirete il bisogno di cambiare, per non rischiare di vedervela uscire dalle orecchie.
E però non c’è molto altro…

Mangiare un panchos (hot dog) sembrerà un’offesa alla memoria del gustosissimo choripan (panino con salsiccia alla brace); le empanadas sono mini calzoncini ripieni di carne (le ricette variano enormemente da casa in casa o da ristorante in ristorante) o di prosciutto e formaggio, o anche tonno; i sanguchitos de miga sono la variante locale dei nostri tramezzini, ma qui sono generalmente più buoni, complice un pane meno gommoso e più soffice (nella foto sono tostati):

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Sulla costa si può tentare la carta del pesce, ma anche qui fa difetto la fantasia argentina e, salvo eccezioni, il pescado finisce generalmente in friggitrice. Difatti le ravas (anelli di calamaro impanati e fritti) sono il piatto forte di ogni locale, usate per accompagnare un calice di vino o un bicchiere di birra, o come antipasto, servite in abbondantissime porzioni sufficienti per 2/3 persone.

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PIZZA

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No, qua non farò il solito italiano integralista, per il quale la pizza è solo italiana, il resto solo un triste surrogato. La pizza argentina è generalmente abbastanza buona, ma nulla ha a che vedere con la nostra, napoletana o romana che sia: è più simile ad una focaccia, o alle pizze in teglia preparate in alcune parti d’Italia. L’unico problema è riuscire a trovarne la base, letteralmente sommersa sotto chili di mozzarella (di non eccelsa qualità), all’uso americano. E anche pagare il conto, che ho visto in giro una muzzarella (margherita) anche a 10 euro!

DOLCI
E questa è la nota più dolente. Perlomeno dai figli dei figli dei nostri connazionali mi sarei aspettato fuochi d’artificio. Invece i dolci sono onomatopeicamente molto (troppo) dolci. E quasi tutti con dulce de leche, una crema simile per intenderci alla nostra nutella, ma a base di latte e dal sapore di caramello, o mou. Non amando il dulce de leche, mi sono quindi giocato gran parte delle opzioni dispobili. La mia bilancia ringrazia, ma a chi piace, mi assicura una buona qualità di postres e tortas, a patto di mettere in conto un sapore più dolciastro (già la vita è amara, perchè mangiare amaro? devono aver pensato i pasticceri di queste parti).

Gli alfajores sono i tipici biscotti ripieni (ripieni di che? ma di dulce de leche, di che se no) e ricoperti di cioccolato. Ho preferito le – rare – versioni con ripieno variegato: noci, frutti di bosco, cioccolato. Ottimi (nella foto, un Atalaya, o quel che ne rimane):

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I gelati sono mediamente di buona qualità, anche se i gusti disponibili sono leggermente diversi e vanno dalla frutta (a base d’acqua, o in crema) ad ogni possibile variante di dulce de leche. Chiudono le creme, tra le quali 1001 varianti del cioccolato (tartufato, mandorlato, dolce, amaro… – si tenga sempre conto però che spesso qui il cioccolato “amargo” corrisponde grosso modo al nostro al latte) e zabaione, che è molto richiesto.

CAFFE’

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Ragazzi il caffè all’estero è un cacchio di problema. I pronipoti dei nostri emigranti hanno presto dimenticato come si fa un caffè serio, e si sono abituati a sorseggiare lentamente una brodaglia nera a metà strada tra il nostro e quello americano. Se proprio non vi piace, nelle caffetterie chiedete un caffè chico (specificate: molto, molto chico) ma rassegnatevi allo sguardo un po’ schifato del cameriere, e a bere più o meno la stessa brodaglia di prima, solo in una tazzina più piccola (ma non di molto). Evitate invece di chiedere – come ho fatto io, per fare lo splendido e dimostrare padronanza della lingua – un caffè corto, perchè intenderanno un caffè cortado, che equivale al nostro macchiato. Farete quindi una statua e ringrazierete con una lauta mancia il primo comprensivo barista che, intuendo il problema, andrà contro ogni convenzione, e sfidando apparentemente il buon senso fermerà la macchina dell’espresso a metà tazzina.

La pasticceria da prima colazione è generalmente di buona qualità (purtroppo l’avversione al dulce de leche mi ha anche qui sbarrato la strada quasi a tutto), anche se non eccelsa, e alle paste a base di grasa (strutto) ho preferito quelle a base di manteca (burro).

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Peraltro qui al caffè preferiscono il mate (preparato in casa: nei locali pubblici non viene generalmente servito) che è una specie di the preparato però direttamente con le foglie essiccate e acqua calda nell’apposito contenitore, e immediatamente sorseggiato con l’apposita cannuccia. Rispetto al caffè il sapore, che ve lo dico a fare, è però più dolciastro (foto da google):

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Insomma: un mese in Argentina e sono forse riuscito ad ingrassare meno di due chili.

Missione (non) compiuta.

😉

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Un pensiero su “Ricordi d’Argentina #3. CHE SE MAGNA

  1. redpoz

    Mi son trattenuto troppo poco in Argentina per apprezzarne la cucina, ma ho memoria di qualche dolce fritto che non era affatto male.
    In compenso, se ti capita, la cucina cilena mi ha lasciato un ottimo ricordo!

    Rispondi

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