La carezza in un Cotugno.

Premetto che non condivido il modo di intendere ed interpretare la politica da parte del consigliere comunale del Partito Democratico di Matera, Angelo Cotugno. Lo dico, così si capisce subito. Non che alcune sue battaglie non siano condivisibili: per il lavoro, contro il petrolio, o il consumo di suolo. Solo che a fare le cose in un certo modo, si finisce per aver torto pure quando si ha ragione.

Da anni il consigliere Cotugno ha ingaggiato una personale battaglia con il primo cittadino materano. Su questioni di principio, di fatto, su singoli provvedimenti e su comportamenti specifici o generici. Un continuo battibeccare che a tratti è sembrato trascendere la normale dialettica politica e sconfinare nella bagarre personale. C’è chi dice che il calcolo fosse: Matera non diventerà Capitale della Cultura, Adduce finirà sulla graticola, si creerà un clima anti-Adduce, Cotugno sarà il più naturale candidato sindaco del Partito (poi, tanto, tutto si aggiusta…).

Non so se sia così. Spero di no. Una battaglia si fa perché ci si crede, non perché conviene. E, sono sincero, mi dispiace che Angelo Cotugno non potrà più contribuire al dibattito nel PD cittadino (dibattito nel quale, peraltro, è stato comunque – volontariamente e legittimamente – assente). O meglio: potrà farlo da semplice iscritto, se deciderà di rinnovare la tessera; tanto le direzioni sono (alla faccia della mancanza di democrazia) sempre aperte. Ma è evidente che fare il dirigente di un partito del quale non si è nemmeno iscritti, non è una cosa seria. Di più: dirigente di un partito del quale si disconoscono ruoli e funzioni, oltre che – ancora: legittimamente – azione politica.

Si può – si deve – rimanere a lottare in un partito, anche in posizione fortemente antagonista. Ma se non si riconosce, prima di tutto a sé stessi, che un partito è in qualche modo se non riformabile, perlomeno condizionabile, è del tutto inutile rimanerci. Ed è quindi legittimo rifiutarne tessere e ruoli. Però poi non ci si può rammaricare se si è fuori, volendone uscire. O peggio: vestirsi da vittima, gridare all’epurazione, alla mancanza di democrazia. Se no come ho scritto già ieri, è schizofrenia.  La gente, davvero, non capisce, una volta che conosce i fatti.

Perché i fatti sono che il consigliere Cotugno  – legittimamente, ripeto – ha deciso di non rinnovare la tessera. Non un disguido, non un ritardo; non ostacoli disseminati lungo il sentiero. Una sfida (forse) ad un partito che si disprezza: “vediamo che fate, se avete le palle di cacciarmi”. E le palle – incredibilmente – le hanno avute. Che poi questa è solo una delle mille anomalie che, già in sede congressuale, conil movimento OccupyPD prima, e l’allora mozione Civati dopo, avevamo sollevato: dirigenti che non sono nemmeno iscritti, addirittura candidati, o membri delle Istituzioni eletti nelle fila del Partito Democratico, che non frequentano il Partito, o addirittura remano contro, spesso per bieco e mero interesse personale.

Detto questo, mi auguro, spero, che alla fine il buon senso prevalga: che Cotugno ammetta l’errore, chieda scusa per il ritardo, e dichiari di voler continuare a lavorare dentro e con il Partito Democratico. Sono certo che il segretario cittadino e il segretario regionale potranno ben chiudere un occhio, di fronte ad un sincero moto di pentimento, e alla disponibilità ad una militanza critica, ma costruttiva, come quella che il nostro gruppo di mascalzoni impenitenti, da mesi sta conducendo.

Raccogliendo anche qualche primo, fattivo risultato. Tanto basta per continuare, anche se non abbiamo una poltrona sotto il sedere da difendere.

La militanza, è un’altra cosa.

Crederci, lavorare. Sono un’altra cosa.

 

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