Lettera aperta a @lucabraia

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Ho iniziato questo impegno con un obiettivo ben preciso, folle, ambizioso, presuntuoso: portare il Partito Democratico lucano fuori dalla palude dell’eterno compromesso, delle strategie win-win valide solo per i gruppi dirigenti e dalle quali restano esclusi i cittadini, dai balletti e dai posizionamenti della politica-spettacolo, e riportarla ad una politica-servizio. Per farlo non avrei indossato casacche, non avrei messo berrettini, non mi sarei appuntato medagliette. Avrei sparigliato le litanie e i riti, le certezze di chi avanza lentamente solo mettendosi dietro il sicuro riparo di un pezzo (più) grosso. Avrei dimostrato che si può fare, che una politica diversa è possibile.

Ho iniziato questo cammino per rompere gli schemi, augurandomi di poter dare l’esempio di un impegno che sta sul pezzo e non sulle persone, sui temi e sui valori e non sulle tattiche, sulle idee e non sulle strategie di potere.

Nel corso di questo impegno ho incontrato persone che pensavano, o dicevano di pensarla come me. Eri proprio tu uno di questi, e con questo spirito ho accettato il tuo invito a misurarci insieme nel Congresso cittadino, rifiutando al contempo inviti ben più corposi. Come si dice in questi casi, l’ho fatto perchè ci credevo. Non di vincere, ma di poter dare un segnale. E credo che questo segnale lo abbiamo dato, insieme, e ha dato i suoi frutti.

Poi però ci si è persi. Ho continuato a frequentare il Partito come mi ero ripromesso. Volevo toccare con mano i meccanismi decisionali. Guardarli da vicino e raccontarli all’esterno. E qualcosa si è mosso: lo abbiamo aperto e riportato in piazza. Abbiamo fatto in modo che i suoi organi democratici spazzassero via la polvere accumulata e si rimettessero in moto. Non ho, non abbiamo, mai voluto sostituirci a nessuno di quegli ingranaggi, sebbene taluni siano evidentemente logori e mostrino i segni di una quanto meno necessaria messa a punto. Abbiamo, piuttosto, voluto essere l’olio motore che favorisce il movimento, riesumandolo dal torpore e dall’atavico immobilismo cui era mestamente condannato. Avremmo continuato a vincere elezioni, ma avremmo perso il senso di appartenenza ad un progetto condiviso.

Mi è quindi dispiaciuta la scelta della tua parte, che per un attimo è stata anche la mia, di arroccarsi in un silenzio dilaniante, affidando a indiscrezioni giornalistiche e sibillini status il proprio, rispettabile, punto politico.

Mi è dispiaciuto non aver avuto più modo di parlarne, di sognare un partito diverso, di prospettare un percorso aperto e meritocratico per l’inevitabile rinnovo della classe dirigente lucana, che non sia solo nuovismo o imposizione di una parte (nuova) sull’altra (vecchia). Questo livello di analisi è buono per le tifoserie, a nessuna delle quali non mi sono mai iscritto.

Mi è infine dispiaciuto leggere sui giornali e ascoltare nei corridoi richieste e pretese a te attribuite, trattative che ritengo inverosimili, che sono certo siano pilotate e manovrate ad arte.

Ma lo “strappo” di ieri, come l’hanno apostrofato oggi i giornali, non è in realtà uno strappo. E’ un punto.

Un punto con il quale una parte del nostro partito – non mi interessa definirla maggioritaria, i numeri qui sappiamo bene cosa sono, mi riferisco piuttosto ai singoli uomini e alle donne che ci guardano e ci seguono, a partire dal sottoscritto – chiede all’altra di decidere, di fare una scelta di campo. Di discutere i dettagli di un’offerta politica più completa per la nostra città, che non riguardi solo la casella del candidato sindaco, ma gli altri tasselli di un mosaico più complesso che solo a distanza potrò offrire la sua immagine completa e definitiva, che gli elettori potranno valutare e giudicare. O di offrire un’alternativa. Chiara, netta, da discutere e ponderare.

Non nego che, tra i due scenari, quello che vede la proposta di un candidato che vanta meriti misurabili, che analizza limiti e ostacoli incontrati provando a disegnare percorsi possibili per superarli, e l’altro, di un indefinito salto nel buio, magari affidato alla retorica delle primarie, o volto ad una traballante trattativa tirata quasi al limite di resistenza di una corda ormai logora da anni di tira e molla, io, per passione e per inclinazione personale, debba necessariamente preferire il primo.

Tutto è perfettibile e migliorabile, ci mancherebbe. Ma a due mesi dal voto, un partito serio nel quale mi piace continuare a pensare di essere, non può ancora tergiversare sulla prima di una lunga lista di scelte. La prima scelta è spuntata. L’ha spuntata chi ci crede incondizionatamente, ma anche chi prova a dare un contributo per emendarla e migliorarla, o chi non vede valide alternative, che non sono state offerte.

Il nostro gruppo iniziò questa avventura con l’hashtag un po’ sborrone, #noiandiamo.

Ed è così. Non ci stanchiamo di camminare. Non vogliamo fermarci. Non vuole fermarsi nemmeno la città, sebbene altri, pure potenti, provino a metterci un freno. Di questo, e solo di questo, siamo sicuri. Non voglio pensare che la tua idea di partito sia più simile alla palude potentina, che la scorsa settimana ci ha offerto uno spettacolo indecente, riunendo il suo gruppo dirigente a sette mesi dal Congresso, e non riuscendo nemmeno a portare a termine la riunione. Non ci credo, non può essere.

Perché non c’è più tempo. Non per noi: ce n’è per Matera, mai come oggi sul tetto d’Europa e del mondo. E’ troppo presto per cullarsi sugli allori. Le opportunità vanno colte e strutturate, o ricorderemo questa stagione come quella in cui “Matera andava di moda”, allo stesso modo in cui oggi ricordiamo di essere stati “vergogna nazionale”. Una pagina lontana che non tornerà (per fortuna, ma nel caso del nostro presente, purtroppo) più. Lasciando a terra aspettative e investimenti, prospettive ed opportunità mai colte, o non colte fino in fondo.

Sappiamo che è una scelta difficile, e che ci mette contro – al solito – gente forte e potente.

Dalla nostra parte abbiamo solo la presunzione di stare dalla parte giusta. Che è la parte delle nostre idee, che non cambieremo fino a quando non ci convinceranno che sono sbagliate. Con la presuntuosa certezza che chi oggi ci insulta e non ci condivide, domani dirà che avevamo ragione. Che ancora una volta abbiamo fatto la scelta meno ovvia, meno sicura, meno facile, ma giusta. E’ già successo, succederà ancora. O forse avremo sbagliato, a scegliere questo partito come campo di battaglia per far vincere le nostre idee. Lo sapremo solo andando.

Il punto di ieri ci permette quindi di andare a capo e continuare a camminare. Siamo troppo impazienti, abbiamo troppo torpore nelle gambe per rimanere fermi. Fuori dalle stanze del partito c’è un mondo che ha fame di equità, di lavoro, di risposte, di opportunità tutte da costruire, alcune delle quali vanno invece salvaguardate dal pericolo di essere bruciate, per la boria e l’ingordigia alla quale le classi dirigenti meridionali del passato ci hanno già abituato.

Ma è un punto che non vieta a chi, come te, ha passione e competenza, di raggiungerci con uno scatto sulla strada di una stagione nuova, e di continuare a camminare insieme, come, appena un anno fa, ci promettevamo di fare.

Ti aspettiamo. Fai presto. Siamo distanti appena un passo.

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