Generazione MUSMA vs generazione CASA CAVA

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Raiuno manda in onda domenica sera un servizio su Matera a detta di molti superficiale e senza un ordine critico, a voler esser buoni. Ma quel che è peggio, con uno sguardo rivolto al grigio passato di vergogna nazionale, piuttosto che al futuro roseo di Capitale Europea.

Ma a tanti è sfuggito che qualche giorno prima abbiamo accolto a Matera, tra gli applausi, Vittorio Sgarbi, che ha criticato il pannello di Levi “Lucania 61” per la mancanza di spinta visionaria, limitandosi l’autore a raccontare il presente (di allora) come una condanna di povertà, ignoranza e malattia dalla quale solo il progresso (consumistico) poteva salvarci.

Ma come, dice Sgarbi, avete levato dalle grotte dei Sassi i poveri contadini per metterli in periferie di anonimi parallelepipedi di cemento armato, nei quali il massimo della civiltà è rappresentato dal bidet? Ma se oggi ricchi borghesi di tutto il mondo pagano centinaia di euro al giorno a lussuose strutture alberghiere per rivivere l’esperienza quotidiana di quei poveri che la storia ha cacciato frettolosamente dalle loro case e dal loro vissuto quotidiano, non è segno che la scelta fu certo inevitabile dati i tempi, ma quantomeno miope, e forse addirittura sbagliata?

Il diritto al progresso, banalizzato simbolicamente dal bidet, avrebbe insomma snaturato la città e la sua vita: la nostra ricchezza è la povertà, è sembrato dire Sgarbi, e solo capendone la forza e raccontando la nostra singolare storia, adesso, possiamo goderne i frutti, esistenziali ed economici. Non fatevi illudere, rimanete così come siete, ci piacete così. E non a caso ha più volte citato Musma e Cripta del Peccato Originale come esempi di valorizzazione e promozione del territorio.

E non vi è dubbio che sia così, ma c’è anche dell’altro, a mio avviso. E qui si inserisce il racconto latente di questa campagna elettorale, forse troppo latente per poter essere colto appieno nella foga di una comunicazione per forza di cose parziale e sintetica.

Non era solo lo scontro De Ruggieri contro Adduce. Non era solo lo scontro tra famiglie politiche. Era lo scontro di due visioni e culture contrapposte, anche se forse, mi auguro, complementari: era il MUSMA contro CASA CAVA. Il primo, un contenitore di massimo livello esaltato con un contenuto di massimo livello, un museo appunto: chiuso, passivo, elitario, immutabile; il secondo, un contenitore anch’esso di massimo livello, piegato però alla quotidianità, alla polifunzionalità, sede espositiva all’occorrenza, ma anche sala concerti e conferenze: consacrato dall’uso, piuttosto che dalla sua passiva venerazione (comunque non esclusa, né impedita).

E simbolo a mio avviso di una intera generazione; la generazione CASA CAVA la chiamerei, che rivendica il proprio diritto al progresso, al futuro, che cementa le sue radici saldamente e altrettanto orgogliosamente nel passato, ma che non si limita a conservarlo, celebrarlo e raccontarlo, per solleticare i pruriti voyeuristici degli Sgabi di turno.

Una generazione che chiede di essere collegata a Bari per volare in Europa, e non a Ferrandina per fermarsi a Eboli, in attesa di una coincidenza ferroviaria per andare non si capisce nemmeno bene dove.

Era in campo il nostro diritto alla vita, ad una dimensione europea, a rischiare, a sbagliare, a metterci in discussione, a creare così nuova cultura e conoscenza, senza cullarci (solo) nella bambagia di una gloriosa eredità.

Che poi è questo che percepiamo ammirando cataloghi di viaggio di mete lontane, geograficamente e culturalmente: ammiriamo popoli che costruiscono (non solo metaforicamente) ponti avveniristici per connettere le persone, mentre l’Italia è ferma da 50 anni a interrogarsi se costruire o meno quello tra Messina e Reggio Calabria. Perchè l’isolamento per molti è una valore, e se si chiama isola vorrà certo rimanere isolata (Sgarbi dixit).

E anche a Matera abbiamo provato a costruire ponti, anche se non ce ne siamo accorti: ponti con il futuro, un futuro tutt’altro che chiaro e definito, ma guardato con ottimismo e curiosità, invece che con timore e piagnistei tipici dei meridionali(sti). Un futuro che forse anche grazie agli arditi e un po’ velleitari esperimenti alla unmonastery, provavamo ciecamente ad afferrare. Il 14 giugno abbiamo però deciso di smettere di acchiappare futuri possibili alla cieca, e volgere lo sguardo in tutt’altra direzione, verso la rassicurante certezza di un panorama da cartolina che ci chiedono solo di conservare, ma non di vivere fino in fondo: Sassi da guardare e fotografare, da ammirare e venerare, ma non da mangiare, toccare, da farci l’amore, modificare e riadattare ad una banale e puerile quotidianeità. Alla vita, appunto.

Ecco perchè, allora, se è anacronistico oggi parlare di destra contro sinistra, non lo è raccontare di uno scontro ancora forte tra conservatori e progressisti. Con la fondamentale e fatale scoperta che i conservatori sono anche a sinistra; dai quali occorrerà distinguersi bene e nettamente, a costo anche di qualche rinuncia elettorale, chi se ne frega. Cercando magari di riacciuffare presto i tanti veri progressisti finiti a destra per sbaglio, o per reazione all’odio.

Perchè a Matera avremo (forse) erba tagliata a filo tre volte a settimana, fontane zampillanti, Ztl funzionanti ed efficienti, e finalmente cessi per gli incontinenti ad ogni incrocio, così potremo finalmente sentirci sufficentemente ospitali come la vulgata pensa si convenga ad una Capitale europea.

Rischiamo però di abdicare alla ricerca di una tensione straordinaria, di una visione foriera di errori certamente, ma anche di opportunità, evendo imposto all’agenda politica la supremazia di una ordinaria gestione quotidiana, quasi da banale condominio. Forse trascurata, certo sottovalutata, magari attuata male e comunicata peggio, nel recente passato, non v’è dubbio.

Ma continuo a non essere sicuro che abbiamo fatto la scelta giusta, e che i nuovi amministratori, persi in formule alchemiche nel tentativo di trasformare i loro orticelli in campi di monete d’oro, riescano a proseguire la corsa disordinata e folle verso il futuro, che avevamo il dovere di raccontare meglio, di difendere, e di continuare.

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