Storia di ordinaria buroCrazya

Comune di Matera. Sportello pratiche immobiliari, o come si chiama lui. Vado per ritirare un certificato di abitabilità, richiesto nel 2013 e mai ritirato per pigrizia, dimenticanza, o forse solo perchè non ne avevo mai avuto bisogno. Fino ad oggi. Sono allergico alla burocrazia, e quando posso evito o delego. Non oggi.

Presento la domanda protocollata all’epoca e il tizio la scruta come a cercare qualcosa cui appogliarsi per evitare di dover soddisfare la mia richiesta. Cominciamo male, penso. Ma forse sono solo prevenuto, data la mia atavica allergia all’inefficienza e all’inoperosità, delle quali la burocrazia italiana è impregnata fino al midollo, salvo pur presenti eccezioni. Ma, appunto: eccezioni.

Finalmente il suo volto truce si illumina. “Qui dice che l’appartamento ha già un certificato di abitabilità, visto che lo vedo segnalato tra gli allegati a questa domanda.”

“Boh” rispondo io “sarà relativo al vecchio appartamento, quando era intero: noi lo abbiamo frazionato in due unità, e ho bisogno del certificato di una delle due unità. Il tecnico mi ha detto di venirlo a ritirare, la domanda l’ha preparata lui, io non ci capisco nulla”.

La mia ingenua ammissione di impreparazione è manna per le sue orecchie. “E no. Mi serve il vecchio certificato di abitabilità”. E mi restituisce il foglio.

Rimango per interminabili secondi basito, fissandolo torvo. Già me la vedo arrivare: quella che doveva essere una pura formalità (ritirare un documento che dovrebbe essere già pronto da oltre due anni e archiviato qui, da qualche parte) rischia di trasformarsi in una storia di ordinaria buroCrazya, la burocrazia folle all’italiana.

Butto l’occhio alla domanda mentre l’attempato impiegato sorride sornione, cercando con gli occhi il prossimo da “servire”. Il mio rapporto con le pratiche edilizie è profondo quanto quello di De Ruggieri con gli orgasmi, ma la cosa mi sembra talmente lapalissiana che la butto lì: “Mi scusi buon uomo, ma qui dice che il vecchio certificato è stato allegato alla domanda originale quando fu protocollata” gli faccio con una punta di nervosismo rificcandogli il foglio in mano.

“Sì è così, e io ne ho bisogno per procedere” risponde lui piccato, ricacciandomi indietro il foglio come a dire: sta cosa nun sa da fà. Non oggi almeno. Mi gira così.

“Ma allora se il Comune ha già una copia del vecchio certificato allegato due anni fa, perchè volete la mia? E’ più bellina di quella che avete voi?”

L’inaspettata e virulenta reazione provoca la chiusura della comunicazione: “A guardi, se deve fare il polemico, la finiamo qua”.

Io fare il polemico? Non sarebbe da me, cribbio! Ma quando mai?

Per sua, e forse anche mia, fortuna l’impiegata dietro di lui si alza, prende in mano ‘sto benedetto foglio, batte qualcosa sul suo PC, e sentenzia: “Vada dal gem. Xxxxxx. Il certificato lo ha lui”.

E tanto ci voleva.

“Vede?” faccio all’impiegato di prima, quello del nun sa da fà “Non si tratta di fare polemica. Ma di capire da che parte gira il mondo.”

Giro i tacchi e lo lascio lì. Senza ascoltare la sua risposta amara, di burocrate che stavolta ha perso l’occasione di esercitare il suo piccolo e meschino diritto di poter vessare un cittadino e dimostrare, credo soprattutto a sè stesso, che in questo mondo esiste anche lui, perchè ha il potere di lasciare un segno.

Sulla nostra pazienza e sulla nostra vita.

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