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Paolo Verri diffida il Quotidiano di Basilicata sull’uso del Logo di #Matera2019

Dopo l’appello lanciato dal nostro blog e raccolto e condiviso da centinaia di lucani, Paolo Verri, direttore della Fondazione Matera 2019 ci comunica su facebook di aver diffidato il Quotidiano di Basilicata dall’usare il logo sulla testata del giornale.

Com’è noto l’editore ha messo in liquidazione il giornale, chiudendo dalla sera alla mattina le redazioni di Potenza e Matera, e continuando a stampare il giornale dalla Campania o dalla Calabria. Forse per assicurarsi di intascare i contributi alla stampa, come la tranche di 900.000 euro appena incassata.

E’ evidente che questo (forse, ma non disperiamo) non cambierà le sorti del Quotidiano, ma segna il primo atto concreto (dopo tante parole spese, dovute ma vuote) nella direzione della condanna di un’imprenditoria che pretende di fare della Basilicata terra di razzìa, alla “prendi i soldi e scappa”; uno scenario già visto mille volte in passato e che con Matera 2019 rischia di ripetersi.

Ci complimentiamo quindi con Paolo Verri, scusandoci di averlo tirato per la giacchetta con pedante insistenza. Ma il futuro per essere davvero “open” per tutti, e non per pochi, necessita che la Fondazione abbia peso “politico”, indirizzando per quanto possibile le azioni dei cittadini, delle imprese e delle Istituzioni verso il nostro comune scopo: fare del 2019 l’orizzonte a partire dal quale lo sviluppo della Basilicata non sia più solo un vuoto obiettivo, sempre troppo in là da raggiunto.

Ce la possiamo fare, grazie Paolo per non averci fatto perdere la speranza!

Critica della ragion dell’assorbente

Il fatto è che Civati e alcuni parlamentari a lui vicini hanno presentato alla stampa un progetto di legge per la diminuzione dell’IVA sugli assorbenti dal 22 al 4%, equiparandoli in pratica a beni di prima necessità, come pane o latte.

La singolare proposta ha scatenato le ironie dei renziani e i pruriti dei social: i primi hanno dato una mano ai civatiani (in debito di visibilità da quando sono fuori dal Partito Democratico -ormai se li fila, ma di Striscia, solo Peppia Pig) a far parlare della loro attività politica; i secondi hanno diffuso la notizia a modo loro, tra canzonature e battute di spirito: i social sono i social, e qui dire “culo”, “tette” o “assorbenti” fa ancora ridere i quarantenni come un bambino di sei anni nella vita reale. Ma tant’è…

A mal pensare, forse la manovra è stata finanche studiata e voluta. La bizzarra proposta è infatti rimbalzata di bocca in bocca e anche le condivisioni ironiche hanno aiutato “Possibile” a dire alle donne: “ehi, noi pensiamo a voi!“. Direttamente a trenta milioni di destinatarie potenziali. Mica poche. Dal punto di vista comunicativo, insomma, una manovra simile a quella degli asili nido di Renzi (ricorderete, ce ne siamo già occupati), quando in piena campagna elettorale per le primarie pareva quasi che il problema fondamentale dell’Italia fossero i poveri bambini in lista d’attesa negli asili comunali. Forse non era proprio così, ma chi potrebbe contestarlo o dirne male? E anzi, peccato che ora il problema sia quasi scomparso dalle agende della politica. Ma tant’è, pure questo…

In verità non siamo riusciti a trovare il ddl Brignone-Civati sugli assorbenti nel database della Camera; forse non è stato ancora depositato, o ci vuole un po’ perché venga messo online, o forse siamo delle seghe noi nelle ricerche. In ogni caso affrontiamo la questione seriamente. Per quanto ci è possibile esser seri. Cioè poco. Ma tant’è (ma che è oggi sto tant’è?).

Com’è noto, avendolo di recente appreso da una puntata di Super Quark direttamente dalle carnose labbra di Alberto Angela, con cadenza di circa 28 giorni ogni donna in età fertile ha il ciclo mestruale. Il che significa da tre a sette giorni di mal di pancia, mal di testa, maltrattamenti a mariti e fidanzati, e soprattutto perdite ematiche. È su queste ultime in particolare che il ddl si concentra (io avrei puntato piuttosto a regolamentare i maltrattamenti, ma tant’è – e ancora? Basta!).

L’operazione, forse un po’ ruffiana ma di indiscutibile utilità, non sembra però essere del tutto indolore. Da un rapido calcolo a naso, considerando circa 20 milioni di donne mestruate al mese, ciascuna delle quali in obbligo di utilizzare almeno 5 assorbenti al giorno per, diciamo, una media di 5 giorni… arriviamo ad un consumo complessivo di circa 500 milioni di assorbenti al mese. Ora, il prezzo degli assorbenti varia enormemente, e non starò qui a tediarvi sulla differenza tra quelli con le ali e senza, o con il filtro controllo odori e la spugna in lactiflex superassorbente ma ultraslim che non si nota manco se giri in città in mutande, e tra modelli esterni ed interni. Che pure potrei. Ma non lo farò. Diciamo che da ricerche di mercato ad cazzum (praticamente ho chiesto a mia moglie) ho individuato che il costo di un pacco da 10/12 è intorno al 3/5 euro. Il che significa che al consumatore (-trice) ogni pezzo costa circa 30 centesimi. Centesimo più, centesimo meno. Per una spesa mensile media procapite, prendendo per buoni i dati di cui sopra, di almeno 8/9 euro; complessivamente il mercato degli assorbenti dovrebbe quindi valere 160 milioni di euro al mese; più di due miliardi di euro l’anno. Iva inclusa. Mettiamo qui la tabella con i calcoli eseguiti e le conclusioni dedotte, che saranno all’uopo commentate.

tw assorbenti

Sul consumo annuo di assorbenti in Italia abbiam anche trovato “autorevole” conferma in rete quindi la prendiamo per buona.

Ora, milione più milione meno, abbassare l’iva dal 21 al 4% si tradurrebbe in un risparmio mensile per la singola donna di circa un euro e quaranta centesimi; poca roba. Ma complessivamente tutte le donne italiane risparmierebbero ogni anno più di 300 milioni di euro. Centinaia di milione più, centinaia di milione meno. Insomma, un piccolo risparmio per una donna, ma un grande risparmio per l’umanità femminile.

Il che però, in maniera esattamente opposta e simmetrica, è anche quanto costerebbe allo Stato la suddetta riduzione. Trecento milioni l’anno non sono proprio bruscolini. A pioggia poi. Ovvero, posto per ipotesi che una donna miliardaria abbia lo stesso ciclo mestruale di una donna poverissima, risparmierebbero più o meno tutt’e due circa quindici euro l’anno. Un modo un po’ bizzarro di utilizzare il bilancio pubblico, la leva fiscale e le politiche di redistribuzione. Soprattutto pensando che Possibile ha appena fatto una campagna velenosissima contro il bonus cultura varato dal governo Renzi come “regalo” dello Stato ai diciottenni, rimproverando appunto di non fare differenze tra 18enni ricchi e 18enni poveri.

Siamo quindi davvero sicuri che il provvedimento, salutato dai civatiani come adeguamento alle più recenti tendenze legislative europee, sia proprio così utile? Dove troveremo i trecento milioni necessari per la copertura? In altre parole, a cosa dovremo rinunciare per ottenere quindici euro di tasse di risparmio all’anno per ogni donna? A quali servizi? O quale tassa sostituirà il mancato introito?

Per inciso, siamo poi abbastanza convinti che, conoscendo da una parte un po’ il mercato, dall’altra come gira questo porco mondo, parte del risparmio previsto, se non proprio tutto, verrà subdolamente intascato dai produttori, adeguando al rialzo i prezzi: i consumatori infatti sono già abituati a pagare una cifra tot, e non gli cambierà certo il mondo risparmiare qualche centesimo a pacco. Ammesso che se ne accorgano.

E magari sarebbe più “de sinistra” provare a spingere per l’uso di assorbenti lavabili e/o riutilizzabili, piuttosto che spingere per l’usa e getta.

In ogni caso, queste dovrebbero essere le vere domande da girare ai firmatari, o le vere critiche da muovere ai proponenti.

Ma tant’è. Culo, tette, assorbenti.

AGGIORNAMENTO del 15/01/2016: Secondo Vanity-Fair, che cita dati Nielsen forniti da Lines Italia, in realtà l’impatto della riduzione iva sugli assorbenti sarebbe ben minore: il risparmio dell’IVA sarebbe “solo” di 75.000.000 di euro, per un risparmio a donna di circa 5 euro l’anno.

Nel compilare i dati a naso abbiamo sovrastimato il costo medio delle confezioni (non 3 ma 2,3 euro) e il consumo medio procapite mensile (non 25 ma circa 10).

In ogni caso, come emerge anche dai commenti a questo articolo e dalle reazioni social provocate dall’annuncio del ddl (complimenti agli strateghi marketing di Possibile, in questo sempre capaci e attenti) il provvedimento si tradurrebbe quindi più una enunciazione di principio (“gli assorbenti sono un bene di prima necessità”, “lo Stato è attento ai bisogni delle donne”, ecc) che in un effettivo beneficio economico. Pertanto, fermo restando il principio, riteniamo sarebbe maggiormente utile utilizzare i 70 milioni di euro – ad esempio – per una distribuzione a prezzo politico o gratuita per le fasce di popolazione meno abbienti.

Matera2019 ritiri subito il suo logo dal Quotidiano di Basilicata!

Senza nome

Sulla testata del Quotidiano della Basilicata campeggia ancora trionfante il logo di Matera 2019 Capitale Europea della Cultura.

Ma da oggi quei fogli di carta sono fogli vuoti. Inutili contenitori di veline passate al vaglio di una redazione che di lucano non ha più nulla.

Con decisione unilaterale, com’è ormai noto, ieri la proprietà ha deciso di azzerare la redazione lucana del quotidiano, mettendo in cassa integrazione a zero ore i professionisti che vi lavoravano. Il giornale sarà confezionato asetticamente in Campania.

Inutile spendere qui parole per dichiarare la vicinanza ai giornalisti e testimoniare il profondo legame con questa terra costruito negli anni dalla direttrice Lucia Serino e i suoi colleghi con i lucani, raccontando in maniera indipendente e plurale i fatti, ed esprimendo e lasciando esprimere le più varie opinioni.

La mobilitazione di queste ore ne è la prova più viva.

Chiediamo invece alla Fondazione Matera 2019 di vietare all’editore l’utilizzo del marchio di Capitale Europea della Cultura, protestando in questo modo ufficialmente contro una decisione che la cultura punta ad ucciderla.

In culla. Che da ‘ste parti la cultura è (era?) ancora tutta da costruire.

E la redazione del Quotidiano di Basilicata, con il suo impegno – appunto – quotidiano, stava dando una fondamentale mano a realizzarla.

 

Marco Masini, da Matera un Vaffanculo a Telecom?

“Voglio fare una dedica anch’io. Io la vorrei dedicare a tutte le aziende che fanno soltanto i conti e licenziano, senza pensare alle famiglie che poi restano a casa. Credo che si possa fare anche una politica aziendale diversa, pensando più che altro ai nostri valori e al principio che comunque è quello di poter creare una famiglia, di poter avere tramite il lavoro uno stimolo di vita: senza il lavoro non si vive.”

Con chi ce l’aveva Marco Masini, dal palco del Capodanno materano?

Aveva appena finito di cantare la sua hit “Vaffanculo”, dai conduttori simpaticamente e metaforicamente dedicata a diverse categorie di varia umanità, prima che la poderosa voce del “Maso” riempisse l’etere di liberatori improperi.

Come ricorderete, qualche giorno fa c’è stata a Matera una vertenza tra Telecom Italia e l’azienda lucana Datacontact. Il gigante italiano della telefonia ha minacciato di non rinnovare il contratto con il call center materano adducendo varie motivazioni, tra le quali la crisi economica e la condanna inflitta recentemente in via definitiva ad uno degli azionisti di Datacontact; condanna che contrasterebbe con il codice etico interno di Telecom che riguarda anche i fornitori. Tutto molto bello, ma da un’azienda che contemporaneamente minaccia di lasciare a casa da un giorno all’altro almeno la metà dei circa 400 dipendenti del call center con cui è in affari da dieci anni, lezioni di etica non vorremmo ascoltarne.

In ogni caso, abbiamo raccontato la vicenda in questo articolo, notificandolo anche a Marco Masini quale destinatario della chiosa finale, auspicando che proprio dal concerto di Capodanno di Matera potesse partire un potente “Vaffanculo” alle aziende come Telecom per invitarle in futuro “a guardare meno i numeri, i report e le tabelle, e pensare alla vita delle persone“. Quasi le stesse parole usate dal palco di fronte a 5 milioni di telespettatori da Marco Masini.

Che Marco abbia letto il nostro articolo è probabile, e dopo la sua pesante sparata, anche evidente: questo infatti il retweet dalla sua pagina ufficiale su Twitter:

marco masini tweet

Nel frattempo la vertenza tra Datacontact e Telecom Italia ha subìto un aggiornamento, essendo stato prorogato il contratto attuale di altri tre mesi. Beh certo non sarà stato il nostro articolo, pur molto letto e condiviso, a far desistere il colosso dai suoi intenti; che comunque immaginiamo solo rimandati e non abbandonati.

Ma in mezzo a tanta musica, balli e divertimenti, nella notte più festosa dell’anno, dalla Capitale della Cultura è comunque partito un messaggio importante, che condividiamo fortemente e fortemente sottolineiamo, non solo perché ci coinvolge direttamente, come autori e come materani, ma perché è parte fondante dell’esistenza stessa di questo blog.

E siamo oltretutto contenti che a lanciarlo sia stato proprio Marco Masini, che ha sempre mostrato sin dall’inizio della sua carriera artistica una spiccata sensibilità al disagio e alle sofferenza di ragazzi e ragazze che con fatica tirano avanti in “questa piccola storia infinita,
che chiamiamo ancora vita“.

Insomma Marco Masini ha dedicato “Vaffanculo” a Telecom? Noi non lo diciamo, e lasciamo il punto interrogativo.

Ma certamente Marco ha tratto dalla vicenda materana lo spunto per una riflessione di carattere generale e universale, che qui, con questo pezzo, sottolineiamo e sottoscriviamo.

Grazie Marco, ti aspettiamo ancora a Matera! 😉

 

Buon compleanno Fal

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Scopro per caso che oggi sono 100 anni di FAL. Il 9 agosto 1915 entrò infatti in funzione il primo tratto di quella che sarà la “rete” FAL, dalle maglie piuttosto larghe: giustappunto la tanto contestata Bari-Matera (Fonte Wikipedia).

A commemorare l’anniversario delle soprannominate Ferrovie Appulo Lumache, giusto un secolo dopo, un vivace dibattito che in vista dell’appuntamento del 2019 interroga la comunità sull’opportunità di adeguare la rete di trasporti materani alle mutate sorti, ci si augura magnifiche e progressive, della futura Capitale Europea della Cultura.

La soluzione verso la quale siamo decisamente incamminati, pare quella di un miglioramento del servizio già esistente, con il possibile raddoppio dei binari. Una condizione penalizzante, insieme allo scartamenti ridotto, che non permette di percorrere con sufficiente velocità i pochi chilometri che separano Matera con Bari e i suoi allacci alla rete ferroviaria nazionale, al porto, all’aeroporto internazionale. La prospettiva di raggiungere questo importante snodo logistico in 45 minuti, dimezzando praticamente i tempi attuali, potrebbe essere la svolta tanto attesa per il nostro territorio.

Eppure una parte della popolazione ancora rivendica una sorta di diritto oggettivo ad avere le Ferrovie dello Stato, per non detenere ancora a lungo il primato di unica provincia italiana non collegata alla rete ferroviaria nazionale.

Ma sarebbe sufficiente portare finalmente le FFSS a Matera per sentirsi meno isolati? Magari. Le cose stanno però diversamente. Una tratta Ferroviaria che collegasse Matera con Ferrandina, i cui lavori sono da tempo iniziati e da altrettanto tempo abbandonati, col solito inutile dissanguamento di risorse pubbliche, metterebbe infatti Matera in connessione col lato sbagliato della penisola.

Per rendersene conto, basta collegarsi con il sito delle Ferrovie per verificare che attualmente per raggiungere, ad esempio, Roma da Ferrandina, occorrono dalle 5 alle 7 ore e 1 o 2 cambi. Ai quali occorrerebbe ovviamente aggiungere la mezz’ora per il percorso Matera-Ferrandina, aumentato del tempo per raggiungere la stazione di Matera che stando ai piani ormai abbandonati, sorgerebbe com’è noto non al centro città ma nei pressi del Borgo La Martella. E forse un ulteriore cambio treno. Ci vorrebbero insomma almeno 6 ore per raggiungere Roma. Tempo analogo a quanto già oggi è possibile fare via gomma. Varrebbe la pena spendere decine di milioni di Euro per risparmiare una mezz’oretta?

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Si dirà che per mezzo delle le FFSS si possono raggiungere anche altre località oltre la Capitale, ma anche Bari è collegata ottimamente alla rete nazionale, senza contare che avremmo a meno di un’ora di distanza a disposizione i treni di ultima generazione Freccia Argento (augurandoci di aver presto i più performanti Freccia Rossa), mentre per avere analogo servizio dovremmo raggiungere Salerno, a 3 ore di treno da Ferrandina, quasi 4 da Matera. E non si può non considerare l’importanza fondamentale dell’aeroporto internazionale: non riesco infatti proprio ad immaginare turisti tedeschi o spagnoli raggiungere L’Italia e poi Matera in treno; Bari è invece ottimamente collegata con molte città europee, e l’attrattività di Matera e della Puglia insieme, potrebbe presto attirare investimenti su nuove rotte europee.

Da questa semplice ricerca e riflessione pare evidente che portare le Ferrovie dello Stato a Matera non risolverebbe affatto il problema dell’isolamento, non migliorando i tempi di percorrenza in maniera decisiva. Il desiderio di FFSS che pervade alcuni politici e cittadini materani, sembra assomigliare dunque più ad una sindrome freudiana di “invidia del pene” e alla possibilità di fare del facile populismo, che altro. Sembra chiaro infatti che non basterebbe aggiungere la tratta Ferrandina-Matera ad una rete poco e male sviluppata, ma la cosa avrbbe senso solo se inserita in un complesso piano di investimenti per iliglioramenti del servizio ferroviario di tutto il Sud Italia. Una roba del genere non è però nemmeno all’orizzonte. Ed è chiaro che le riflessioni qui proposte valgono per il trasporto persone e non per la movimentazione delle merci: alcune obiezioni lette in rete muovono infatti dalla considerazione che mancano le industrie perchè manca la Ferrovia. Ma a mio avviso si commette l’errore di invertire la causa con l’effetto, prova ne é che in Val Basento la Ferrovia ci arriva, ma le industrie faticano comunque a dare reddito e occupazione sufficiente alla Regione.

Tornando a noi, in un recente viaggio in Germania, nella regione del Baden-Württemberg, ho personalmente sperimentato l’efficienza della linea a scartamento ridotto per il trasporto persone: ho preso un tram in centro, con il quale ho percorso i 50 km tra Karlsruhe ed Eppingen (superando con scioltezza anche ampi tratti extraurbani) in meno di un’ora, con il treno che però fermava ogni 2-3 minuti: giusto il tempo di far scendere e salire i passeggeri, e non per aspettare il treno che arriva dalla direzione opposta, o per agganciare e sganciare vagoni provenienti da altre tratte…

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Personalmente ritengo che puntare a raddoppiare il servizio FAL, migliorando la frequenza delle corse, garantendone magari alcune dirette tra Bari e Matera senza fermate intermedie, migliorerebbe decisamente la situazione attuale con un investimento relativamente contenuto. La rete potrebbe essere anche successivamente elettrificata, per migliorare comfort ed emissioni. Infine, l’idea di avere un “trenino dei Sassi” tutto nostro, magari decorato con decalcografie dei panorami mozzafiato della nostra Regione, e che in tre quarti d’ora porta turisti e lavoratori dal centro di Bari nel cuore della città dei Sassi e viceversa, sarebbe anche un apprezzabile investimento turistico e migliorerebbe sostanzialmente la qualità della vita dei molti pendolari materani, lavoratori e studenti.

Pensiamoci.

Intanto, buon compleanno, amate-odiate F.A.L.

Ma non chiamatelo reddito minimo

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Con grandi squilli di tromba la Regione Basilicata approva un provvedimento chiamato “Reddito Minimo di Inserimento”.

Il provvedimento sembra inserirsi appieno nel dibattito nazionale sulla necessità di un sostegno al reddito, nell’anno 8 d.C. (Dopo Crisi) di cittadini fuori dal mercato del lavoro e senza molte possibilità di rientrarci a breve.

A livello micro e macro economico, i benefici di un reddito di inserimento sono molteplici: oltre a permettere una vita dignitosa senza fornire assistenzialismo (in cambio si svolgono infatti tot ore di lavoro presso enti pubblici e Comuni), funge anche da calmiere per il mercato del lavoro: nell’attuale sistema legislativo, che ormai equipara il lavoro ad un qualunque altro fattore produttivo, con un prezzo stabilito dall’incontro tra domanda e offerta, sono moltissimi i casi in cui lavoratori – soprattutto giovani – sono costretti a lavorare per stipendi da fame perchè “o questa minestra, o la finestra” data l’enorme mole di lavoratori disoccupati a disposizione sul mercato.

Ma se lo Stato, che ha potere e soldi, dicesse che piuttosto che lavorare per un aguzzino a 4/500 euro al mese, chiunque ha DIRITTO di svolgere per la stessa cifra una sorta di servizio civile part-time per la propria comunità, gli imprenditori-aguzzini dovranno necessariamente alzare l’offerta economica per assicurarsi manodopera, e quindi profitti. Il potere contrattuale dei lavoratori dunque salirebbe, aumenterebbe la loro capacità di spesa, con benefici per il sistema economico, per gli stessi avidi imprenditori (dal canto loro consapevoli che un singolo isolato sforzo non cambierebbe nulla nel mercato globale, e allora meglio adeguarsi al ribasso per competere e sopravvivere, piuttosto che fare gli eroi e morire) e, in ultimo, per le casse dello Stato, che recupererebbe gran parte della spesa prevista.

Sono dunque molto favorevole al reddito minimo di inserimento, o di cittadinanza, se rispetta questa ratio e va in questa direzione.

Non è però il caso del provvedimento approvato dalla giunta regionale lucana. Come si può leggere nel dispositivo, infatti, i benefici durano solo tre mesi.

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In questo modo non solo non viene assicurato alcun sostegno al reddito, ma non si realizza nemmeno l’effetto calmiere sul mercato del lavoro che un serio provvedimento chiamato “reddito minimo di inserimento” avrebbe. E a nulla vale nemmeno la generica promessa, consegnata alla labile memoria dell’opinione pubblica, di trovare presto altri fondi, perchè una promessa non è un diritto, e senza diritti certi, il Lavoro muore.

E’ piuttosto invece come dare una sola boccata di ossigeno, smettendo poi la rianimazione, e augurandosi che basti. Non serve un genio per capire che per fare ripartire il cuore del lavoro, una boccata sola non basta. Una boccata che costa comunque alla Regione ben 7,5 milioni di euro.

A cosa serve allora? A poco più di nulla, evidentemente, se non diventa una riforma strutturale (d’altra parte sembra difficile che simili impegni possano essere assunti dalle casse di una Regione). Ma c’è chi è costretto pure a gioire, che in questo momento e contesto, poco più di nulla è sempre meglio di nulla. Ma non chiamatelo reddito minimo d’inserimento. A meno che i funzionari regionali non pensino che il reddito minimo per un lavoratore equivalga a poco più di cento al mese.

Mi stacco dunque dal coro e dico: senza un preciso piano a lungo termine, non era invece preferibile risparmiare gli sforzi e impiegare meglio quei fondi? In vista di Matera 2019 non sarebbe stato preferibile impiegare le stesse risorse per collegare meglio la Capitale con il resto della Basilicata e sfruttarne la scia, o per assumere un po’ di personale in pianta stabile nei servizi di assistenza al turismo, per insegnare insomma ai lucani a pescare anzichè elemosinare loro qualche sardina?

Ce l’abbiamo un piano in mente per la Basilicata e il suo futuro? Ce l’ha Pittella? Ce l’ha il PD? Confesso che faccio fatica a intravederlo. Forse invece che parlare di organigrammi, dovremmo parlare di questo, utilizzando i circoli per regalare all’esterno idee e visioni, e non per regolare all’interno conti e potere. Anche perchè avverto che i lucani stanno diventando impazienti, non vedendo molte differenze tra la nuova politica promessa, e la vecchia.

C’è allora solo da augurarsi che le liste dei beneficiari di questo provvedimento non siano gestite anch’esse con i vecchi metodi del bussa alla porta giusta, e che quindi il “reddito minimo” non sia stato concepito unicamente per fare bella figura sui giornali, e per oliare un po’ le vecchie, pesanti e ultimamente un po’ arrugginite catene del clientelismo, vero freno di una Regione che potrebbe volare, ed è costretta invece a camminare a fatica, nonostante lo sforzo e la passione di tanti imprenditori onesti, amministratori capaci, lavoratori indefessi, elettori pazienti, impegnati a spingere la parte migliore della nostra terra verso il futuro.

La pelle dei lavoratori.

TW

 

La campagna di Natuzzi, vista su Panorama.

Ma non dovrebbe essere il marketing a porsi questo genere di problema.

Dovrebbe essere la politica ad affrontare il problema dei diritti e della legalità, non lasciando da sole aziende oneste a combattere senza armi una lotta impari.

Senza armi, tranne quelle del marketing, appunto.

Efficaci comunicativamente nel sollevare la denuncia, ma largamente insufficienti a cambiare le cose.

Chi paga il debito di Zombilandia?

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Nel Paese di Zombilandia gli zombilandesi elessero Mr. Zombie Presidente.

Mr. Zombie era un tipo brillante. Pieno di sorrisi, ammiccava alle telecamere, e nei numerosi talk show in TV ai quali era invitato, risolveva ogni domanda con una battuta, tranne le volte che diventava serio, e parlava di asili nido, commuovendo le mamme di Zombilandia, che in massa lo votarono.

E così Mr. Zombie iniziò a governare. La situazione economica di Zombilandia non era florida, ma non era nemmeno seria: c’era sempre spazio per una battuta ad effetto con la quale stemperare la tensione. Gli efficaci slogan della campagna elettorale ancora risuonavano nell’aria, e gli zombilandesi erano ricolmi di speranza e di una sordida felicità che non sapevano spiegare. Vivevano tranquilli e andavano ogni sera al ristorante a mangiare grandi piatti di vermi. I ristoranti infatti erano pieni zeppi.

Mr. Zombie fece tante cose, alcune buone, alcune meno. Ma soprattutto si mise in testa che gli zombilandesi dovessero dotarsi di un esercito per difendersi dalla minaccia dei Maiali, che sembrava dovessero invadere il Paese da un giorno all’altro. Gli zombilandesi avevano paura, e la TV confermò loro che la paura era parecchio giustificata!

Fu così che Mr. Zombie andò in banca e chiese un prestito di 400 mila Zombini. Zombilandia fu dotata di un grandioso esercito, che si esercitava ogni giorno preparandosi a difendere il Paese, se ce ne fosse stato bisogno. Gli zombilandesi erano fiduciosi e sicuri: se i Maiali avessero provato a minacciarli, ora avrebbero potuto rispondere e difendersi. Furono acquistati aerei e carri armati, che per qualche anno fecero bella figura sfoggiati nelle parate della Festa Nazionale. Gli zombilandesi erano felici.

Arrivò la prima rata del mutuo, e Mr. Zombie la pagò. Dovette certo tagliare un po’ le spese generali. Qualcuno si lamentò, ma gli zombilandesi erano sempre abbastanza felici, e confidavano nella saggezza del loro carismatico leader, che continuava a sorridere ed ammiccare. E che figurino appariva al fianco dei grandi del pianeta durante le parate!

Arrivò poi la seconda rata del mutuo. Per pagarla Mr. Zombie chiese agli zombilandesi un sacrificio. Una tassa straordinaria sulla notte: per i giorni in cui il sole sorgeva dopo le 5 di mattina, si dovevano versare 10 Zombini. Un po’ riluttanti, gli zombilandesi accettarono però di buon grado – che altro potevano fare? – anche perchè il loro leader spiegò che una parte del loro sacrificio sarebbe stato investito per la crescita. Difatti furono acquistati altri 30 carri armati, e l’esercito di Zombilandia crebbe. Gli zombilandesi non erano più tanto felici. Qualcuno tirò la cinghia e smise di andare al ristorante. Un lusso inutile, del quale si poteva certo fare a meno. Ma Mr. Zombie in TV giurava che i ristoranti erano pieni come un tempo, e che se qualcuno aveva smesso di andare a cena fuori, in ogni caso l’industria del verme in scatola andava a gonfie vele e compensava la perdita. Era macroeconomia, spiegò in TV, e fece bella figura.

Arrivò la terza rata del mutuo. Mr. Zombie si fece serio serio e in diretta TV nazionale spiegò che la crisi del settore dei vermi aveva causato meno entroiti per le casse dello Stato, e che per questo si dovevano tagliare le pensioni. Ma come, quel settore non andava a gonfie vele, chiese il Giornalista a Mr. Zombie. “Io non ho mai detto una cosa del genere. Lo giuro sulla testa dei miei figli”. La TV confermò infatti che non l’aveva mai detto, e che invece erano state parole messe in bocca al Presidente dalla propaganda dell’opposizione, che voleva instaurare un regime dittatoriale a Zombilandia, in accordo coi Maiali.

Il sistema delle pensioni fu dunque riformato, anche perchè adesso gli zombilandesi non morivano più come un tempo. Agli zombilandesi questa cosa non andava giù, ma che potevano fare? Qualcuno protestò, qualcuno minacciò che non avrebbe più votato Mr. Zombie, e qualcun altro fiutò il cambio di vento e mise su un Nuovo Partito. Il Nuovo Partito parlava quasi sempre male di Mr. Zombie, e gli zombilandesi erano adesso un po’ confusi.

Ma arrivò presto la quarta rata del mutuo. I Maiali non avevano ancora invaso il Paese, e quindi l’esercito continuava a prepararsi marciando e sparando tutto il giorno. I carri armati erano diventati però obsoleti e dovevano essere sostituiti, o la difesa contro i Maiali poteva non risultare efficace. Mr. Zombie andò in banca. Chiese un nuovo mutuo, e la banca glielo concesse. La rata in scadenza fu pagata senza sacrifici utilizzando parte del nuovo prestito, mentre il resto fu impegnato per comprare carri armati di nuova generazione. Gli zombilandesi erano di nuovo felici, e ricolmi di speranza, e ammiravano i carri armati di Zombilandia nuovi fiammanti.

Arrivò presto però la quinta rata del prestito vecchio, più la prima del nuovo. Mr. Zombie confidava in una ripresa economica che non si era verificata, a causa dell’aumento del prezzo dell’olio delle lampade votive, che aveva provocato la recessione. Per onorare il prestito Mr. Zombie vendette, per mezzo della Banca (che incassò laute commissioni), tutti i cimiteri statali ai Maiali, che furono così privatizzati. Gli zombilandesi erano perplessi, ma Mr. Zombie spiegò che i cimiteri sarebbero diventati adesso molto più efficienti, anche se ora per l’ingresso si sarebbe dovuto pagare un biglietto, e che i Maiali grazie alle sue doti diplomatiche, erano ora diventati amici di Zombilandia. La guerra era scongiurata, il Paese era salvo!

Il Paese era però adesso molto diverso. Zombilandia era in recessione, con un esercito inutilizzato sul groppone, e pieno di debiti. Alle elezioni vinse il Nuovo Partito, al quale il popolo di zombilandesi affidava le proprie speranze di riportare Zombilandia quantomeno al precedente livello di benessere. Il leader del Nuovo Partito era un severo Professore, che senza troppi giri di parole spiegò che la situazione era gravissima e gli zombilandesi dovevano prepararsi a grandi sacrifici per qualche anno, ma che alla fine tutto si sarebbe risolto per il meglio. Gli zombilandesi non ci capivano molto, ma si fidavano del Professore, che aveva fatto le scuole alte, e studi approfonditi in materia. Fecero quindi tutti i sacrifici loro imposti: le tasse aumentarono, i servizi pubblici diminuirono di qualità e quantità, le pensioni nuovamente riformate. Molti smisero di acquistare del tutto vermi. Molti allevamenti e imprese di confezionamento vermi per questo chiusero, altre si trasferirono all’estero, nel Paese dei Maiali, dove la manodopera costava poco perchè i Maiali non facevano controlli, e tanti zombilandesi si trovarono senza lavoro. Ma lo Stato non aveva fondi per alleviare le sofferenze degli zombilandesi disoccupati, perchè tutti i tagli e le tasse erano destinate alla copertura dei primi due prestiti. Così il Professore andò in Banca, e chiese un terzo prestito. La banca glielo concesse.

Ma l’economia non decollò e alla scadenza successiva Zombilandia ci arrivò con le casse vuote. Il Professore si dimise, la Banca e i Maiali suggerirono al Parlamento che se avesse nominato Presidente tal Leccapiedi, avrebbero ritrattato il debito pregresso e concesso nuovi finanziamenti. Leccapiedi diventò dunque Presidente di Zombilandia senza passare per le urne, e il nuovo prestito fu concesso, ma la Banca chiese garanzie: Zombilandia dovette promettere di vendere ad un prezzo prestabilito tutti gli aerei e i carri armati ai Maiali, che da parte loro garantirono il prestito. Ma i Maiali adesso erano amici, i carri armati non servivano a granché, e Leccapiedi firmò.

Per consentire la ripresa dell’economia, Leccapiedi varò una serie di Riforme, concertate con la Banca: per incentivare il settore dei vermi, agli imprenditori che riaprivano le fabbriche ora chiuse fu concesso di licenziare quando avessero voluto e senza fornire giustificazioni. Le fabbriche infatti riaprirono, ma gli zombilandesi adesso non erano felici per niente: se non lavoravano alle condizioni imposte dagli imprenditori, venivano licenziati e sostituiti con altri lavoratori disoccupati più disperati di loro. Il settore del verme era stato peraltro nel frattempo trasformato, e il lavoro richiedeva poco impegno e poca specializzazione: i vermi venivano coltivati dai Maiali e importati; a Zombilandia ci si limitava a confezionarli utilizzando macchinari semiautomatici a basso impiego di manodopera. Era diventata una gara tra disperati, ma che si poteva fare? Peraltro chi un lavoro ce l’aveva ancora e vedeva gli altri disoccupati, era molto preoccupato di perderlo, e non solidarizzava affatto con i suoi concittadini, ai quali dava anzi la colpa di non sapersi cercare o mantenere un lavoro, e di avere troppe pretese. Il Paese si spaccò, e la tensione crebbe.

La situazione non poteva durare a lungo. Ad un certo punto a Zombilandia gli zombilandesi si ribellarono, scesero in piazza e Leccapiedi dovette dimettersi. Si andò a elezioni anticipate. Mr. Zombie si ripresentò e vinse: gli Zombilandesi ricordavano che quando fu eletto la prima volta, si stava di molto meglio! Ma durò poco. Giusto il tempo di ottenere un nuovo prestito dalla banca, che impose però come condizione non trattabile, che i macchinari per confezionare i vermi fossero acquistati dalla Tettonia: i Téttoni erano infatti ottimi clienti della Banca. A Mr. Zombie parve tutto sommato un buon affare, tanto i macchinari da qualche parte li si doveva pur comprare, e firmò. Ma i Téttoni aumentarono il prezzo dei macchinari del 67,5% e Zombilandia sprofondò di nuovo in recessione.

Si tornò di nuovo al voto, e questa volta vinse Tzombis. Tzombis era stato, inascoltato, l’unico a dire in quegli anni che il Paese era corrotto e malgovernato, e che il debito mal speso non si sarebbe mai potuto ripagare.

Diventato Presidente, Tzombis andò in banca. Non chiese soldi. Disse alla Banca: “Il debito di Zombilandia non è pagabile. Gli zombilandesi da anni fanno sacrifici enormi per ripagare un debito del quale non hanno beneficiato in alcun modo. Ci ha guadagnato chi ha governato, ci ha guadagnato la Banca e suoi partner commerciali. Ma nessun altro zombilandese. Noi quindi non pagheremo più”.

La Banca si risentì molto e protestò con veemenza. I Maiali fecero durissime interviste alla TV, dicendo che Tzombis era un poco di buono, un folle che avrebbe gettato Zombilandia nel caos.
Ma Tzombis continuò: “Gli unici che stanno pagando questa situazione sono i miei concittadini. Per quanto dovranno pagare il prezzo di essersi fidati di governanti incapaci e corrotti? Voi piuttosto: avevate la possibilità di capire, e nonostante questo avete prestato soldi senza verificare come sarebbero stati spesi. Avete fatto un cattivo investimento. Capita. Arrivederci.”

Così Zombilandia non pagò nessuna rata. La Banca protestò, disse che non avrebbe mai più concesso prestiti a Zombilandia se non avessero subito cambiato Presidente. I Maiali minacciosi schierarono i carri armati, che una volta erano di Zombilandia, lungo i suoi confini. Furono emesse numerose sentenze internazionali che obbligavano Zombilandia a ripagare il debito.

Ma Tzombis non se ne curò e resistette: nessun tribunale straniero poteva obbligare Zombilandia a pagare, nessun giudice poteva ordinare pignoramenti in un territorio nel quale non aveva giurisdizione, e quando qualcuno forzatamente lo fece, nessun ufficiale giudiziario potè eseguire la sentenza. La crisi internazionale fu lentamente stemperata dai Paesi Confinanti, che non volevano certo una guerra nel loro Continente – e poi per cosa? per soldi? si era mai visto un motivo più futile per fare la guerra? Nessuno nel Continente avrebbe messo a repentaglio la propria vita per della carta stampata!

I Maiali, che avevano garantito il prestito, dovettero restituirlo di tasca loro, e per farlo cedettero tutta la flotta di carri armati acquistati tempo addietro da Zombilandia.

Nel frattempo gli zombilandesi ripresero a coltivare vermi. Qualche anno dopo erano diventati così bravi da venderne il surplus ai Paesi Confinanti, che compravano gli squisiti vermi di Zombilandia nonostante l’embargo proclamato dalla Banca e dai Maiali. Alcuni illuminati imprenditori inventarono dei nuovi macchinari per confezionare vermi, e strinsero partnership coi Téttoni, che di buon grado si adeguarono alle mutate condizioni di mercato, pur di non perdere del tutto il business.

Alla fine Zombilandia tornò, con un po’ di fatica, un Paese felice. Si lavorava per vivere, non si viveva per lavorare e per ripagare un debito che nessuno, adesso, ricordava nemmeno più per quale motivo era sorto.

P.S.: è solo una favola estiva. Ogni riferimento a fatti o persone è puramente casuale.

I 5 stelle, l’onestà, il Jobs Act e il “chiagn e fott”

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Dopo aver fatto le barricate contro il Jobs Act i grillini vedono che conviene e ne approfittano: assumono 25 loro dipendenti con il contratto messo a punto dal governo renziano.

Sono loro stessi a dichiararlo nel bilancio del gruppo parlamentare presentato alla Camera:

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L’establishment governativo si butta naturalmente a pesce su questo scivolone politico, commentando che se l’hanno trovato conveniente loro, a maggior ragione l’avrebbero trovato conveniente gli imprenditori italiani. E dunque il loro atto dimostra oltre ogni ragionevole dubbio che il tanto bistrattato strumento funziona.

Ma quel che colpisce è la replica e tentata giustificazione addotta dai vertici grillini:

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Il Tesoriere Vincenzo Caso, arrampicandosi su uno specchio (a Caso) particolarmente scivoloso, ammette insomma che Grillo e i suoi hanno approfittato di un buco legislativo del Jobs Act che non disciplinando il caso dei gruppi parlamentari (per loro natura determinati) ha permesso al movimento di applicare il contratto a tempo indeterminato, ma a termine: verrà in ogni caso meno al termine della legislatura.

Un paradosso contrattuale, che però non risolve il problema: perchè lo hanno fatto? Forse per approfittare delle agevolazioni contributive concesse a chi trasforma contratti a tempo determinato nella forma contrattuale prevista dal Jobs Act? Ma se le cose stanno come ammette il tesoriere Caso, pur essendo concesso dalla norma letterale, il caso in specie va contro la ratio stessa della legge. Si tratterebbe in sostanza di elusione contributiva.

La stessa piaga che affligge il precariato italiano, applicato dalle migliaia di scorretti imprenditori che approfittando di imperfezioni o vuoti legislativi, di mancanze nei controlli praticati, di norme talvolta confuse e contraddittorie, tengono al laccio corto i loro dipendenti, e al palo le loro famiglie, i consumi, la possibilità di pianificare il futuro.

Che lo faccia un imprenditore che ha fine di lucro appare comunque lontanamente giustificabile.

Ma che sia la furbata di un Movimento che la rabbia dei precari vorrebbe rappresentare, e che si vanta di un codice etico e morale superiore alla media, fa parecchio riflettere, e anche un po’ ridere.

La lezione di greco.

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E continuano le lezioni di alta politica greca.

Dopo il referendum che ha mandato in tilt i calcolatori dei finanzieri europei e dei loro politici di riferimento al suo solo annuncio.

Dopo la vittoria massiccia e schiacciante dei NO al piano di “salvataggio” (in grado di fornire lo stesso aiuto di un’altra dose di eroina ad un tossicodipendente, pagata a caro prezzo), nonostante i tentativi di ingerenza, le minacce, gli scenari catastrofisti che hanno provato a influenzare l’opinione pubblica.

Il Ministro delle finanze greco Yannis Varoufakis si dimette, perchè sia chiaro al mondo che il no dei greci è in realtà un maestoso e grande SI:

SI all’Europa dei diritti, e non solo dei doveri.
SI all’Europa della ricchezza distribuita, e non concentrata.
SI ad un’Europa del popolo, e non solo della finanza.
SI al lavoro, giusto e per tutti.
SI alla vita.

Una giornata storica per quanti amano l’Europa alla follia, ma ne sognano un’altra. Più viva, più vera.

Alla sinistra italiana non servono pellegrinaggi, non serve sventolare bandiere e conquiste altrui. Serve l’umiltà di capire che con un grande progetto, comunicando valori semplici, chiari e universali, mettendo gli obiettivi e la politica davanti a noi e non a nostro servizio per acquisire rendite di posizione, non solo si vincono elezioni, ma si può davvero cambiare verso alla Storia.

Altro che storie.
Altro che Renzi.