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Ma io sognavo un’italianità diversa.

Le braghe sui nudi al Museo fanno discutere.

Chi le attacca lo fa ritenendo politicamente scorretto il doversi sottomettere ad una potenza straniera, adeguando i propri costumi e la propria cultura a chi non può o non vuole intenderla, svelando con l’eccessiva reverenza, il limite della sottomissione; immeritata e ingiustificabile, peraltro, visto lo spessore morale alquanto dubbio di chi si ha di fronte, e che nel suo Paese non rende di certo il favore di cotanta ospitalità.

Chi difende lo zelo dello Stato, invece, taglia corto, giustificandolo pragmaticamente con i tanti miliardi sul piatto.

Le novelle braghe sulle statue dei Musei Capitolini, una volta simbolo della peggiore Italia bacchettona e puritana, sono stavolta la massima espressione dell’italianità contemporanea: quella che si cura di compiacere l’ospite, per farci meglio affari.

Come se la controparte, a sua volta, non ne ricavasse già i suoi vantaggi. Perché un contratto è a prestazioni corrispettive: ti do questo che ti interessa, se tu mi dai quello, che interessa a me. Se un accordo viene raggiunto, è perché è reciprocamente vantaggioso per tutte le parti. E nel resto del mondo basta questo.

Qui no. Chi fa affari con un italiano non lo fa perché si aspetta di trovare beni di eccellenza e servizi efficienti. Ma perché qua se beve e se magna; perché con gli italiani si è trovato a suo agio, come a casa sua, dove non ci sono nudi esposti alle pareti; o perché magari ha trovato un paio di donnine discutibili, ma molto disponibili, in camera sua. Fino al limite della immancabile, pingue bustarella.

Tutto è giustificabile, se sul piatto ci sono soldi.

Dubito fortemente, però, che se un imprenditore italiano andasse in Germania per comprare semilavorati per la sua impresa, farebbe saltare il tavolo perché a pranzo gli hanno servito wurstel e crauti, invece che pasta asciutta.

Speravo quindi che, almeno su questo, potessimo realizzare il primo vero e più importante #cambiaverso. Che è culturale, quindi la madre (o il padre, su questo la parità di genere costa nulla) di tutti i cambiaversi.

Ma niente. Gli italiani fanno (ancora) affari così, perché, in fondo, più o meno inconsciamente, temiamo di non essere all’altezza. All’altezza del mercato, all’altezza della competizione globale, all’altezza delle aspettative dell’ospite.

Ahivoglia a fare proclami di grandeur e di ritrovato orgoglio nazional-patriottico-sciovinista a reti unificate, di efficacia e di efficienza del sistema Italia, di riconoscimenti internazionali raggiunti o in corso di ottenimento.

Manco Checco Zalone poteva rendere meglio la nostra reale impreparazione e insicurezza, rivelatrici sul piano culturale di un banale provincialismo, e sul piano contrattuale di una endemica debolezza che le controparti non tarderanno ad intercettare.

Foto di copertina: credits.

Matera2019 ritiri subito il suo logo dal Quotidiano di Basilicata!

Senza nome

Sulla testata del Quotidiano della Basilicata campeggia ancora trionfante il logo di Matera 2019 Capitale Europea della Cultura.

Ma da oggi quei fogli di carta sono fogli vuoti. Inutili contenitori di veline passate al vaglio di una redazione che di lucano non ha più nulla.

Con decisione unilaterale, com’è ormai noto, ieri la proprietà ha deciso di azzerare la redazione lucana del quotidiano, mettendo in cassa integrazione a zero ore i professionisti che vi lavoravano. Il giornale sarà confezionato asetticamente in Campania.

Inutile spendere qui parole per dichiarare la vicinanza ai giornalisti e testimoniare il profondo legame con questa terra costruito negli anni dalla direttrice Lucia Serino e i suoi colleghi con i lucani, raccontando in maniera indipendente e plurale i fatti, ed esprimendo e lasciando esprimere le più varie opinioni.

La mobilitazione di queste ore ne è la prova più viva.

Chiediamo invece alla Fondazione Matera 2019 di vietare all’editore l’utilizzo del marchio di Capitale Europea della Cultura, protestando in questo modo ufficialmente contro una decisione che la cultura punta ad ucciderla.

In culla. Che da ‘ste parti la cultura è (era?) ancora tutta da costruire.

E la redazione del Quotidiano di Basilicata, con il suo impegno – appunto – quotidiano, stava dando una fondamentale mano a realizzarla.

 

Marco Masini, da Matera un Vaffanculo a Telecom?

“Voglio fare una dedica anch’io. Io la vorrei dedicare a tutte le aziende che fanno soltanto i conti e licenziano, senza pensare alle famiglie che poi restano a casa. Credo che si possa fare anche una politica aziendale diversa, pensando più che altro ai nostri valori e al principio che comunque è quello di poter creare una famiglia, di poter avere tramite il lavoro uno stimolo di vita: senza il lavoro non si vive.”

Con chi ce l’aveva Marco Masini, dal palco del Capodanno materano?

Aveva appena finito di cantare la sua hit “Vaffanculo”, dai conduttori simpaticamente e metaforicamente dedicata a diverse categorie di varia umanità, prima che la poderosa voce del “Maso” riempisse l’etere di liberatori improperi.

Come ricorderete, qualche giorno fa c’è stata a Matera una vertenza tra Telecom Italia e l’azienda lucana Datacontact. Il gigante italiano della telefonia ha minacciato di non rinnovare il contratto con il call center materano adducendo varie motivazioni, tra le quali la crisi economica e la condanna inflitta recentemente in via definitiva ad uno degli azionisti di Datacontact; condanna che contrasterebbe con il codice etico interno di Telecom che riguarda anche i fornitori. Tutto molto bello, ma da un’azienda che contemporaneamente minaccia di lasciare a casa da un giorno all’altro almeno la metà dei circa 400 dipendenti del call center con cui è in affari da dieci anni, lezioni di etica non vorremmo ascoltarne.

In ogni caso, abbiamo raccontato la vicenda in questo articolo, notificandolo anche a Marco Masini quale destinatario della chiosa finale, auspicando che proprio dal concerto di Capodanno di Matera potesse partire un potente “Vaffanculo” alle aziende come Telecom per invitarle in futuro “a guardare meno i numeri, i report e le tabelle, e pensare alla vita delle persone“. Quasi le stesse parole usate dal palco di fronte a 5 milioni di telespettatori da Marco Masini.

Che Marco abbia letto il nostro articolo è probabile, e dopo la sua pesante sparata, anche evidente: questo infatti il retweet dalla sua pagina ufficiale su Twitter:

marco masini tweet

Nel frattempo la vertenza tra Datacontact e Telecom Italia ha subìto un aggiornamento, essendo stato prorogato il contratto attuale di altri tre mesi. Beh certo non sarà stato il nostro articolo, pur molto letto e condiviso, a far desistere il colosso dai suoi intenti; che comunque immaginiamo solo rimandati e non abbandonati.

Ma in mezzo a tanta musica, balli e divertimenti, nella notte più festosa dell’anno, dalla Capitale della Cultura è comunque partito un messaggio importante, che condividiamo fortemente e fortemente sottolineiamo, non solo perché ci coinvolge direttamente, come autori e come materani, ma perché è parte fondante dell’esistenza stessa di questo blog.

E siamo oltretutto contenti che a lanciarlo sia stato proprio Marco Masini, che ha sempre mostrato sin dall’inizio della sua carriera artistica una spiccata sensibilità al disagio e alle sofferenza di ragazzi e ragazze che con fatica tirano avanti in “questa piccola storia infinita,
che chiamiamo ancora vita“.

Insomma Marco Masini ha dedicato “Vaffanculo” a Telecom? Noi non lo diciamo, e lasciamo il punto interrogativo.

Ma certamente Marco ha tratto dalla vicenda materana lo spunto per una riflessione di carattere generale e universale, che qui, con questo pezzo, sottolineiamo e sottoscriviamo.

Grazie Marco, ti aspettiamo ancora a Matera! 😉

 

La lezione di greco.

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E continuano le lezioni di alta politica greca.

Dopo il referendum che ha mandato in tilt i calcolatori dei finanzieri europei e dei loro politici di riferimento al suo solo annuncio.

Dopo la vittoria massiccia e schiacciante dei NO al piano di “salvataggio” (in grado di fornire lo stesso aiuto di un’altra dose di eroina ad un tossicodipendente, pagata a caro prezzo), nonostante i tentativi di ingerenza, le minacce, gli scenari catastrofisti che hanno provato a influenzare l’opinione pubblica.

Il Ministro delle finanze greco Yannis Varoufakis si dimette, perchè sia chiaro al mondo che il no dei greci è in realtà un maestoso e grande SI:

SI all’Europa dei diritti, e non solo dei doveri.
SI all’Europa della ricchezza distribuita, e non concentrata.
SI ad un’Europa del popolo, e non solo della finanza.
SI al lavoro, giusto e per tutti.
SI alla vita.

Una giornata storica per quanti amano l’Europa alla follia, ma ne sognano un’altra. Più viva, più vera.

Alla sinistra italiana non servono pellegrinaggi, non serve sventolare bandiere e conquiste altrui. Serve l’umiltà di capire che con un grande progetto, comunicando valori semplici, chiari e universali, mettendo gli obiettivi e la politica davanti a noi e non a nostro servizio per acquisire rendite di posizione, non solo si vincono elezioni, ma si può davvero cambiare verso alla Storia.

Altro che storie.
Altro che Renzi.

Una carezza nel pugno di Papa Francesco

Basta guardare per intero il video del presunto scivolone di Papa Francesco sul pugno dato in risposta ad un insulto ricevuto, per capire appieno il senso della frase.

Strano quindi che menti eccelse come Sofri o Gramellini facciano finta di non aver capito, pur di montare un caso dal nulla. Attività che peraltro, dopo l’uso di lingua sui deretani eccellenti, sembra essere la preferita dai giornalisti italiani.

Il Papa rispondeva ad una domanda sull’equilibrio tra libertà religiosa e libertà d’espressione.

L’umana e quasi banale osservazione di Papa Francesco è stata che la libertà di religione deve limitarsi, non può cioè prevaricare la libertà altrui; pertanto è da condannare evidentemente l’uccidere in nome di un Dio; sulla libertà d’espressione ha rilevato poi che ha anch’essa un limite naturale, che è quello dell’insulto. Passato il quale, anche il sant’uomo del Papa (per dire), beccato magari in una giornata storta, rischia di perdere le staffe e dare un cazzotto all’impertinente avventore. E se è portato a farlo il Santo Padre, figuriamoci un invasato ed esaltato fanatico.

Diverso è fargli dire, come pure si legge in giro tra sdegno e giustificazioni d’ufficio, che sarebbe giusto rispondere con la violenza ad una provocazione. Rileva solo che è umano (e qui il Papa si fa uomo, e sul suo essere “uomo” e non – ancora – “Santo” ha incentrato fin dall’inizio il suo messaggio pastorale). Quindi meglio evitare le provocazioni; provocazioni che peraltro, segue dicendo il Papa, scaturiscono da un clima post-positivista che relega tutte le religioni ad un ruolo di sottocultura, di superstizione, e quindi di attività liberamente perculabili da chi si sente invece latore di una superiore saggezza intellettuale.

L’errore del Papa è stato insomma unicamente quello di non considerare l’effetto che le sue parole avrebbero avuto sui taccuini degli “iosonocharlie” nostrani. Sempre pronti – loro sì – a pontificare su tutto e tutti.

AGGIORNAMENTO del 20.01.15: Arriva l’interpretazione autentica, che conferma quella di cui sopra. Quindi: o sono troppo intelligente io, o troppo furbetti voi giornalisti. Scommetto sulla seconda:
“In teoria – ha spiegato Francesco – possiamo dire che una reazione violenta davanti una offesa, a una provocazione, non si deve fare. Possiamo dire quello che dice il Vangelo, che dobbiamo dare l’altra guancia. Sulla teoria siamo tutti d’accordo. Ma siamo umani. E c’è la prudenza, che è una virtù della convivenza umana. Io non posso provocare, insultare una persona continuamente perché rischio di farla arrabbiare, rischio di ricevere una reazione non giusta. Allora dico che la libertà di espressione deve tenere conto della realtà umana e perciò deve essere prudente”.

And a Happy New Year.

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Ma vaffanculo.

Vaffanculo ai burocrati, che non sono mai in fila.
Vaffanculo ai corrotti, e ai corruttori.

Vaffanculo ai vecchi che ci hanno rubato il futuro.
Vaffanculo ai giovani rassegnati al presente.

Vaffanculo a chi è per il cambiamento se il cambiamento sono loro (e magari sono lì da trent’anni).
Vaffanculo a quelli che tanto non cambia niente, e non fanno nulla per cambiare.

Vaffanculo ai governanti, che indorano pillole.
Vaffanculo ai governati, che se le litigano.

Vaffanculo al teatro vuoto e inutile della politica, capace di recitare solo repliche di sè stessa.
Vaffanculo a quelli che il PD è il male.
Vaffanculo al PD, che non estirpa il male.
Vaffanculo ai 5 stelle, che bruciano occasioni.
Vaffanculo a Berlusconi. E al berlusconismo.

Vaffanculo anche a noi, che pensiamo di cambiare il mondo battendo dita su una tastiera.

E se ve la siete presa, fanculo ai permalosi.

Che tanto, prima o poi, c’annamo tutti.

La sinistra del bridge. Il mio contributo alla #Scuderia.

A sinistra, nell’anno di grazia 2015, c’è bisogno di rappresentanza. E’ un dato ormai incontestabile, e infatti i movimenti in questa direzione sono tanti.

Se in politica non ci sono spazi vuoti, la scarsa partecipazione alle ultime tornate elettorali, ha però quantomeno dimostrato che lo spazio vuoto non è stato colmato con sufficiente velocità e lucidità.

Domani a Bologna, finalmente, la fu Area Civati si rincontra per decidere cosa fare da grande. Forse un po’ in ritardo, dopo che i civatiani di tutta Italia hanno dovuto ingoiare tonnellate di rospi, in attesa che la loro leadership indicasse un cammino da seguire. E per la verità ne sono stati indicati diversi, di cammini #possibili, e ad oggi non è dato sapere cosa ne sarà del patrimonio di consenso accumulato un anno fa e, in parte – mi auguro non irrimediabilmente -, già disperso.

Domani forse ne sapremo di più, ma per capire quale sinistra ha in mente Civati oggi, bisogna andare necessariamente per esclusioni.

Ha già dichiarato che è troppo provinciale importare dall’estero modelli preconfezionati; non credo però che nel 1921 i provincialissimi comunisti di Livorno tentassero un isolato, inedito ed ardito esperimento, destinato al sicuro fallimento. E se il pensiero era rivolto a Tsipras, il problema a mio avviso in quel caso non risiede tanto nell’importazione, quanto nella coerenza della traduzione. Che è sembrata mancare del tutto, a priori e a posteriori.

Sembra pensare poi che di forza fuori dal Partito Democratico ce ne sia poca. Il che è indiscutibilmente vero, e soffiare sulla brace che cova sotto la cenere della disillusione, è esercizio troppo lungo, stancante, e dalle incerte probabilità di riuscita. Poi nel 2015 si vota – anche se a questo punto non so se sia più una previsione, o una speranza.

La sensazione quindi, procedendo per esclusione, è che la sinistra che Civati ha in mente, sarà più simile ad un circolo del bridge, all’interno del Country Club piddino, invece che all’anima movimentista e popolare che si prometteva all’inizio. Un già visto salottino mezzo radical chic, in cui disquisire dei problemi dell’Italia e degli italiani, snocciolando soluzioni e statistiche tra una mano e l’altra, alternandole a severe critiche e richiami al rigore morale. Il tutto con tenerezza, si intende, che se no non sta bene, e il direttore del Club ti sbatte fuori. E facendo finta di proporsi come alternativa di Governo, con la malcelata speranza di non doverci arrivare mai.

E’ quindi lecito chiedersi, a questo punto, se il pur sempre brillante Civati abbia effettivamente le capacità politiche per unire un così vasto e variegato universo; fatto di associazionismi, movimenti e comitatini, capetti e partitini.

E milioni di potenziali elettori delusi, confusi e incazzati.

Perché rilevo giust’appunto il fatto che, in un anno, Civati, inizialmente accreditato di aver riunito intorno al suo programma e al suo carisma una ventina di parlamentari, sia ultimamente rimasto piuttosto isolato; e rilevo anche (non da ora, ma se lo fai notare sei un gufo e/o un rosicone – aspetta, dov’è che l’ho già sentita questa?) che il filtro utilizzato nella selezione di una nuova classe dirigente, funziona piuttosto male: in un anno, oltre ai pezzi alla base, si sono anche già staccati alcuni pezzi al vertice: cominciò Taddei; lo seguì Lanzetta; ma anche il mitico Tocci-gol sembrerebbe essersi allontanato; e in ultimo Elena Gentile, eletta all’Europarlamento in quota Civati, è finita per appoggiare la candidatura del renzianissimo Michele Emiliano, provocando quasi uno scisma nell’Area, che solo la sapiente conduzione dei riferimenti territoriali ha saputo – per il momento – evitare.

Ma anche in questo caso i colonnelli civatiani sono rimasti a guardare senza (poter o voler?) far nulla. Fossi in loro io mi sarei invece chiesto, ad esempio, perchè al Sud alle Europee non si sia potuto tentare, per dire, un esperimento alla Elly Schlein; e farne tesoro per il futuro. Ma si vede che l’analisi delle sconfitte e degli errori, vale solo per le sconfitte e gli errori degli altri.

Insomma, sono curioso e favorevole a tutti i cantieri aperti a sinistra. Seguo tutto con interesse, e a qualcuno magari provo a lavorare anch’io, nel caso il progetto civatiano di riportare il Partito Democratico a sinistra, non riesca.

E sottoscrivo già, convintamente, il bel manifesto che sarà proposto domani, pur cosciente che di buone intenzioni è lastricato il pavimento del Regno dell’Insignificanza.

In ogni caso, davvero, in bocca al lupo a Civati.

La speranza è che ci incontri ancora, prima o poi, in questo o in un altro cantiere. Perché è evidente come ognuno di essi abbia in seno pregi e difetti; e dalla loro unione si potrà, forse, mettere a valore i punti di forza, e limarne le debolezze.

Ad esempio: il mio limite, mi dicono, è di essere più civatiano di Civati; e il rilevare, pedissequamente, quanto Civati appaia qualche volta più renziano di Renzi. Come quando registri, per esempio, che anche il solo dissenso è, da queste parti, piuttosto mal tollerato.

Petrolio. La battaglia non è finita: una proposta concreta.

Non tutte le sconfitte vengono per nuocere.

Com’era prevedibile, il Consiglio Regionale della Basilicata ha adottato la soluzione di compromesso emersa nell’ultima Assemblea Regionale del Partito Democratico: impugnare sì, ma solo dopo aver cercato di modificare l’art. 38 (palesemente incostituzionale, a Costituzione vigente) per via parlamentare.

A metà strada tra il cervellotico e il lapalissiano, in ogni caso davvero ancora non si riesce a capire il motivo di tanto arroccamento. Sia per la difesa che per l’attacco, l’articolo 38 è diventato più che altro un totem per la piazza furiosa. E se per la piazza si possono addurre come scusanti limiti informativi ed evidenti tentativi di strumentalizzazioni politiche, per il Palazzo il rifiuto di assecondare la richiesta dei “4 comitatini” rimane inspiegabile. A meno che non si disegni la mappa delle logiche di potere che reggono il Paese e la Regione, oggi. Nulla insomma di più lontano dai malumori e dalle richieste di chiarezza  e rappresentanza che più volte hanno sfilato tra Matera e Potenza, fatto scorrere fiumi di inchiostro, mosso centinaia di volontari a raccogliere firme nelle piazze.

Peraltro, oltre il merito indiscutibile di aver portato la gente nelle piazze a lottare per difendere il proprio futuro, i limiti del movimento sono evidenti: eccessiva politicizzazione, obiettivi fumosi (ma se l’obiettivo è il no al petrolio, che c’entra l’art. 38?), divisioni interne (ieri a Potenza ad esempio in piazza c’erano contemporaneamente due palchi : uno del comitato facente capo a Di Bello, l’altro al Movimento 5 stelle).

A Scanzano, spesso e volentieri citato in questi giorni, la musica era ben diversa. La capacità degli organizzatori di unire fu determinante. E l’obiettivo pratico, di far ritirare un decreto al Governo, ben più complicato di una scontata (perché comunque già decisa da altre Regioni) impugnazione di un articolo di legge.

In ogni caso, arroccarsi per l’impugnativa dell’articolo 38 è un errore speculare a quello di chi pare difenderlo senza costrutto, e porta a mio avviso la lotta lontana dal bersaglio; che poi magari è quello che si vuole…

Nel senso: anche qualora si fosse deciso per l’impugnazione, o anche quando la Corte Costituzionale deciderà di cassarlo, questo scongiurerebbe il pericolo di maggiori e incontrollate attività estrattive?

Nient’affatto. Perché senza bisogno di ulteriori concessioni, le estrazioni possono già praticamente raddoppiare (e raddoppieranno) nei prossimi anni, passando da poco più di 80.000 barili/giorno a oltre 150.000.

E quindi va sempre bene dare addosso alla politica, al PD, ai consiglieri poltronari per non aver ascoltato la voce della piazza. Ma un po’ di autocritica da parte “nostra”, e di chi si è messo in capo a guidare la protesta, al grido di “prima i cittadini poi i politici” – come se chi si impegna civicamente in un qualunque partito, possa avere le stesse responsabilità degli eletti nelle Istituzioni – sarebbe forse il caso di farla. Più che altro per non vanificare lo sforzo di migliaia e migliaia di cittadini lucani, solo per tentare di conseguire una simbolica vittoria di Pirro, che non risolve in alcun modo le questioni emerse dall’agitazione e dai numerosi confronti di questi mesi. Rischiamo insomma di perdere un’occasione unica.

La mia proposta, quindi – tra le tante possibili e che un coordinamento generale, o un forum di discussione, dovrebbero prendersi la briga di indicare – oltre quella già inascoltata di lasciare a casa bandiere e cappellini per rendere la piazza unita ed inclusiva, è di puntare i piedi per  chiedere la costituzione di un osservatorio permanente sul petrolio: un organo riconosciuto dalla Regione, finanziato magari con parte dei fondi provenienti dalle royalties, composto anche e soprattutto da cittadini, con il compito di monitorare, ispezionare, proporre, e denunciare se necessario. Personalmente, mi sentirei piu tranquillo e garantito da questo che da un’impugnazione, un comunicato stampa, un dossier magari finanziato direttamente o indirettamente dalle stesse compagnie.

Perché forse non lo si è capito, o lo si è capito solo tardi. Ma ai lucani non interessa la contropartita economica del petrolio. E quindi gli 1-0 o 4-0 sbandierati settimane or sono, sono vittorie conseguite in un altro campionato, che non interessa (relativamente) a nessuno.

I lucani vogliono capire, invece, se finora il petrolio ha portato lavoro; se possono ancora bere acqua o portare i loro figli al mare; se dovranno ammalarsi o si stanno già ammalando di tumore a causa sua.

E non c’è cifra che possa mettere a tacere la paura.

Ma la buona politica sì.

Cerchiamo di praticarla.

Tutti.

La casa nella prateria.

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C’è un grande prato verde, dove nascono speranze: quello è il grande prato della sinistra italiana.

Con le ultime elezioni regionali emerge forte il tema della rappresentanza a sinistra. In particolare, quello dell’Emilia Romagna è un grido di aiuto, che non può restare inascoltato.

In politica – recita il vecchio manuale – non esistono spazi vuoti. Credo sia tempo per quel manuale di essere gettato nel cestino. Il vuoto della rappresentanza esiste eccome, anche se ovviamente non è facile, nè scontato, colmarlo.

Siamo infatti già al terzo grado di delusione:

  1. Delusi dalla vecchia guarda del centro-sinistra, per aver scoperto grazie alla goffa gestione bersaniana, che non si è mai voluto combattere sul serio Berlusconi e, soprattutto, il berlusconismo;
  2. Delusi dalla risposta movimentista, 5 stelle in primis, arroccati in posizioni di sostanziale ininfluenza e mera testimonianza, e incapace con i propri farraginosi metodi di selezionare una classe dirigente adeguata alla mission che si è data;
  3. Delusi da Renzi, che ha bruciato il promesso rinnovamento dopo averci venduto rottamazione, e ha bruciato la sinistra dopo esserne venuto a capo.

Ce ne sarebbe abbastanza perché il dovere civico del voto venga comunque espresso, anche soltanto per automatica reazione, verso una qualunque forza che si professi di sinistra.

Eppure, a sinistra, nè SEL nè l’ex TSIPRAS sfondano. Cos’è successo?

Ovviamente, il timore di soffrire una delusione di quarto grado rende gli elettori prudenti, scettici, disillusi. Il che si sposa con l’impossibilità di trovare, nell’offerta politica attuale, un’alternativa credibile e desiderabile: nella democrazia mediatica dei nostri tempi, si paga lo scotto di non avere una leadership chiara, un’identità e una linea politica ben definita. Soprattutto il primo si rivela essere un fattore critico di successo.

Le praterie quindi ci sono, a sinistra. E abbastanza ampie, da poterci costruire una grande casa.

Ma il problema è sempre lo stesso: come, costruirla.

Renzi si è preso il PD, e lo sta velocemente trasformando a propria immagine e somiglianza. E’ un processo sicuramente reversibile, ma non è al momento prevedibile quando. Civati rimane a mio avviso la migliore risorsa per provarci. Ma se i calcoli sono quelli di far valere le percentuali Congressuali alle prossime politiche, per tirar su una ciurma di parlamentari realmente “civatiani”, con i quali costruire eventualmente e alla peggio, un nuovo soggetto politico, significa che l’orizzonte perché il progetto veda la luce è di 6-8 anni. Un po’ troppo, anche per la più paziente delle gestanti, ma nei calcoli abbastanza per vedere come va a finire Renzi. Perchè sarebbe un peccato gettare via il PD e regalarlo a qualcun altro se Renzi si rivelasse in fin dei conti una meteora. Capisco quindi i tentennamenti, ma è l’ora di prendere decisioni, elaborare una strategia, percorrerla con decisione.

Perché un progetto di sinistra, a mio avviso, possa avere chanches di riuscire, deve avere:

a) una leadership chiara e indiscussa. Giochetti e lotte di potere renderebbero la casa troppo chiassosa e rissosa, e meno desiderabile il venirci ad abitare dentro. E’ il problema di Tsipras, e di SEL, il cui leader sembra essersi eclissato. E sarà il problema di qualunque tentativo “dal basso”.

b) una linea politica semplice e definita. La mozione Civati presentata al Congresso, che attinge al patrimonio valoriale della sinistra, è un’ottima base di partenza. Le parole di Civati degli ultimi tempi, con il continuo e corretto riferimento al proprio mandato elettorale piuttosto che alla presunta fedeltà al capo di turno, per spiegare la propria azione parlamentare e politica, un’ottima premessa. E’ questo il problema dei 5 stelle, che annaspano puntando il dito contro i problemi, senza quasi mai fornire soluzioni sistematiche, e una corrispondente e coerente visione complessiva.

c) una chiara volontà di rinnovamento. E’ importante l’esperienza e il contributo di tutti, ma è necessario che le prime linee siano selezionate accuratamente. E’ banale, ma le risposte a questo punto date da Renzi (e da Bersani prima) e da Grillo, hanno prodotto risultati opposti ma tutti poco credibili. Salvo eccezioni, che sono per l’appunto eccezioni alla regola, abbiamo di fronte una ciurmaglia di parlamentari – se non ministri – senza carisma e in alcuni casi addirittura impreparati. Senza un partito che faccia da filtro, quindi, è necessario che il ruolo di filtro qualcuno si prenda la briga di esercitarlo, anche a costo di dire dei costosi NO (costosi nell’immediato, ma un sicuro investimento per il futuro).

Come ha rilevato Curzio Maltese, negli altri Paesi PIIGS la sinistra si è organizzata, e viaggia verso il governo, o verso percentuali sicuramente in grado di influenzare, di più e meglio delle solitarie battaglie civatiane, le scelte dei governi nazionali.

Naturalmente io non so cosa è meglio fare.

Ma sarebbe meglio ritornare a discutere, come fatto a Bologna, di quale futuro ci immaginiamo, di quanto ce la sentiamo di rischiare, di come sarebbe bello e appassionante costruire una casa nuova, in questa immensa prateria.

Megafoni & Manganelli: il #caricate di #Gazebo

Sono ormai abituato a prendere ogni informazione con le pinze, in questo Paese. Da qualunque parte provenga. Soprattutto se dalle fila amiche. Credo che la verità sia un valore superiore e che non si possa ristabilire semplicemente rispondendo a bugie con bugie di segno inverso.

Questa premessa generale, si rende necessaria perché guardando il filmato diffuso ieri dalla trasmissione Gazebo, ho percepito una ricostruzione dei fatti diversa da quanto narrato sia dalla voce ufficiale del Ministro dell’Interno, sia da quella dei manifestanti in piazza.

Quando organizzavo manifestazioni studentesche negli anni ’90, era d’obbligo indicare precisamente l’itinerario che il corteo avrebbe percorso. La prescrizione non limita ovviamente il diritto a manifestare, ma permette l’organizzazione di un minimo di presidio per tutelare l’ordine pubblico, che in un’astratta scala dei valori, lo precede. Non so se le regole siano cambiate, ma riguardando le immagini di Gazebo mi pare di percepire che il corteo non avesse esattamente cognizione di dove andare.

Anzi, guardando il piazzamento della forza pubblica, normalmente predisposta per far scivolare i manifestanti verso il percorso segnato, e che per stessa ammissione di Diego Bianchi: “non sono in assetto antisommossa, sembrano abbastanza tranquilli”, sembra che la Polizia abbia inteso che il corteo, arrivati all’incrocio tra Piazza Indipendenza e via Curtatone, debba proseguire per piazza Indipendenza. Guardando infatti la disposizione della forza pubblica pare evidente che siano bloccati l’ingresso a Via Solferino (a sinistra) e via Curtatone (a destra). In una precedente immagine si vede anche la polizia che blocca Via Goito, sulla destra di piazza Indipendenza lungo il percorso del corteo fino a quel momento, che pure qualche manifestante indica.

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Ignoro se questi “blocchi” rispondano alla necessità di proteggere “obiettivi sensibili” o altro.

Certo è che:

  1. Il corteo non sembra autorizzato a procedere verso via Solferino o Via Curtatone (nè via Goito), o quantomeno la polizia crede che non lo sia;
  2. La stazione Termini è da tutt’altra parte e quindi nella ricostruzione del Ministro Alfano non c’azzecca un piffero.

Questa è infatti la mappa della zona. Il Corteo secondo la ricostruzione di Zoro sarebbe diretto verso il Ministero dello Sviluppo Economico (a sinistra in alto). Trovando presidiata via Goito da un notevole spiegamento di forze, prosegue lungo piazza indipendenza.

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Con la freccia rossa ho indicato quello che sembra essere l’intenzione del corteo: tagliare per via Curtatone verso il Ministero, aggirando il blocco di via Goito. Tratteggiato invece il percorso che la Polizia ritiene il corteo debba seguire, credo in base alle comunicazioni e autorizzazioni di cui sopra (che immagino esistano ancora). La croce blu indica quindi il punto della carica.

Il corteo infatti ad un certo punto avanza verso i 3-4 agenti di polizia posti a presidio di via Curtatone (come ricordato, nessuno di loro evidentemente immagina che il corteo di lì a poco gli si dirigerà contro). A questo punto lo zelante funzionario intima il “Caricate!”

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Nel “chiarimento” tra Landini e il funzionario che ha dato l’ordine di caricare, inoltre, lo stesso rivela che
“Avevamo l’ordine di sbarrare”

Le immagini di Gazebo non aiutano a spiegare, e scrivo questo post per capire:

  1. Qual era il percorso autorizzato dal corteo?
  2. Perché ad un certo punto il corteo si è diretto verso il presidio di polizia, quando appariva evidente che da quella parte (a torto o a ragione) non si potesse andare ?
  3. Quali obiettivi “sensibili” proteggeva la polizia sbarrando alcune vie?
  4. Chi ha dato l’ordine di scherarsi in un certo modo, e perchè?

No, perché sarebbe buffo se alla fine, tra megafoni e manganelli, si siano date e prese un sacco di botte, e scomodati finanche gli anni di piombo, solo per un banale disguido burocratico.

Sarebbe paradossale, ma assolutamente paradigmatico per un Paese alla frutta come il nostro, che dà più importanza alla carta che alla vita delle persone.

La reazione della polizia è stata invece molto poco burocratica. Ma se mi vedo piombare addosso decine di manifestanti in modo improvviso, la testa calda che si impaurisce e mena mazzate, bisogna pure mettere in conto di trovarla.

Fateci sapere, grazie. Siamo a disposizione.