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La fine del Movimento 5 Stelle

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Ci ho pensato a lungo se titolarlo effettivamente così, questo pezzo. Ma in effetti sì: profetizzo la fine del Movimento 5 stelle. Almeno nella forma (beh, la sostanza non è ancora pervenuta) in cui l’abbiamo conosciuto (o meglio, è stato propagandato) finora.

Sullo scoglio dei diritti civili si è infranto il veliero piratesco del Movimento. Che per la verità faceva acqua da tutte le parti già da un pezzo, con una larga fetta di ciurma ammutinata che è stata buttata a mare, e con una rotta tutta ancora da decidere.

I fatti sono noti. Nonostante nell’ottobre 2014 i pentastellati avessero indetto una votazione online per stabilire se si dovesse appoggiare o meno il pacchetto di norme sui diritti civili (inclusa la stepchild adoption), nonostante una maggioranza schiacciante dell’84% avesse detto sì, bisogna appoggiarlo (in verità fomentata anche dalla propaganda del capocomico:

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che attribuiva lo stallo su questi temi ai soliti nemici del popolo PD e PDL), Grillo, con una spiegazione del tutto falsa, smontata anche dal noto sito “bufale.net”, ha resettato tutto, e stabilito che niente da fare, sulla legge Cirinnà i parlamentari avranno libertà di coscienza. Nessuno, quindi, sarà espulso se voterà in modo contrario a quanto stabilito dagli iscritti poco più di un anno fa.

I commenti a questa decisione sono stati tantissimi, sia interni che esterni al Movimento. Ad esempio Pippo Civati ha commentato sornione che il PD, che ai suoi parlamentari ha concesso libertà di coscienza, non può additare il Movimento 5 Stelle di aver fatto lo stesso.

C’è però una grossa, evidente differenza. I parlamentari del Partito Democratico sono inquadrati secondo il dettato costituzionale, che respinge ogni ipotesi di vincolo di mandato; e anzi su temi così delicati è pacifico che il Partito lasci libertà di coscienza ai rappresentanti eletti, che semmai dovranno vedersela poi singolarmente con i propri elettori.

Qui invece siamo in un caso ben diverso. Il Movimento 5 Stelle non prevede affatto che i parlamentari eletti siano liberi di decidere secondo coscienza. I parlamentari (e i rappresentanti eletti in generale) sono infatti con enfasi rivoluzionaria definiti meri “portavoce”. Portavoce di che? Della volontà della base, sondata online attraverso una piattaforma; chi non vi si attiene viene espulso. Punto. E tra una tempesta e l’altra, finora il comandante della nave pirata si è effettivamente comportato più o meno così. Anche se in verità in tanti sono stati buttati a mare con processi sommari e motivazioni discutibili.

Ma ammettere libertà di coscienza su un tema già sondato e approvato dalla base, significa smontare definitivamente il presupposto della differenza tra il Movimento e un qualunque altro partito politico. Che opera, quest’ultimo, per espressa volontà del gruppo dirigente che in quel momento lo controlla, eletto però in un Congresso con regole certe e conosciute a priori, e libero quindi di stabilire di volta in volta linea politica, battaglie programmatiche, strategie e tattiche da mettere in campo. Semmai nel PD la discussione riguarda i limiti fino ai quali un gruppo dirigente eletto è libero di spingere la propria azione (in ogni caso, al massimo fino al prossimo Congresso), e mai la legittimità di farlo. E questo vale, peraltro, anche per Possibile, dove in molti hanno già esternato perplessità sull’effettiva efficacia e democraticità interna del neonato partito, da noi peraltro già messa in dubbio quando era ancora una mozione interna al PD e avendo sperimentato direttamente i metodi di persuasione e di riallineamento in voga all’epoca – ma disperiamo qualcosa sia cambiato nel frattempo – nel ristretto circolo civatiano che tiene le redini del comando. Perplessità così estese, quelle degli iscritti possibilisti, che post e polemiche sui social a parte, si è arrivati al clamoroso paradosso di un segretario eletto con un plebiscito pari a meno della metà degli iscritti, pur essendo unico candidato e indiscusso padre fondatore del partito,e  sull’onda dell’entusiasmo di quello che era di fatto il primo appuntamento dopo la tanto sospirata e attesa uscita dal PD.

Tornando a noi, il Movimento 5 stelle da oggi non è di fatto più lo stesso. Nel 2014 certo faceva comodo sfottere il Partito Democratico su temi del genere, per provocarne spaccature e imbarazzi. E Casaleggio, che di previsioni fa largo uso e abuso, ma è dubbio che ne abbia mai imbroccata una, si sarà all’epoca cullato nell’idea che la discussione sui diritti civili non sarebbe mai arrivata in Parlamento. E invece ci è arrivata, se ne discute, e siamo ad un passo – finalmente – dalla sua approvazione. Fattesi serie le cose, qualche parlamentare non propriamente di vedute progressiste avrà espresso la sua contrarietà. Poteva Grillo permettersi altre espulsioni? Peraltro i nomi dei parlamentari grillini che proveniendo da destra hanno incrociato il Movimento sono tutti noti e sono nell’Olimpo del Movimento. Poteva Grillo non tenerne conto? No, non poteva, e ha quindi preferito lavarsene le mani, e alzare bandiera bianca. Se questo è il Movimento sulle comode poltrone dell’opposizione, figuriamoci cosa potrebbe essere dall’altra parte…

Quindi, parafrasando il famoso tweet del comico, se l’Italia non avrà una legislazione per le unioni di fatto, sarà una vergogna attribuibile in primo luogo ai pilateschi vertici del Movimento, che da Quarto in poi non ne hanno più imbroccata una, e messi all’angolo dal pressing del Partito Democratico, ben intenzionato a farne esplodere limiti e incongruenze e non arrendersi inerte alla propaganda grillina, avrà sulla coscienza i diritti di migliaia di cittadini in attesa da troppo tempo che il vento del Cambiamento soffi finalmente anche in Italia, le decine di migliaia di suoi iscritti, delusi dalla conferma evidente di non contare nulla, i milioni di loro elettori che in queste ore, come i sondaggi sembrano indicare, si stanno chiedendo se davvero la strada della riforma tanto attesa e non più prorogabile di questo Paese, possa passare per i server del blog di Beppe Grillo.

 

 

Ma io sognavo un’italianità diversa.

Le braghe sui nudi al Museo fanno discutere.

Chi le attacca lo fa ritenendo politicamente scorretto il doversi sottomettere ad una potenza straniera, adeguando i propri costumi e la propria cultura a chi non può o non vuole intenderla, svelando con l’eccessiva reverenza, il limite della sottomissione; immeritata e ingiustificabile, peraltro, visto lo spessore morale alquanto dubbio di chi si ha di fronte, e che nel suo Paese non rende di certo il favore di cotanta ospitalità.

Chi difende lo zelo dello Stato, invece, taglia corto, giustificandolo pragmaticamente con i tanti miliardi sul piatto.

Le novelle braghe sulle statue dei Musei Capitolini, una volta simbolo della peggiore Italia bacchettona e puritana, sono stavolta la massima espressione dell’italianità contemporanea: quella che si cura di compiacere l’ospite, per farci meglio affari.

Come se la controparte, a sua volta, non ne ricavasse già i suoi vantaggi. Perché un contratto è a prestazioni corrispettive: ti do questo che ti interessa, se tu mi dai quello, che interessa a me. Se un accordo viene raggiunto, è perché è reciprocamente vantaggioso per tutte le parti. E nel resto del mondo basta questo.

Qui no. Chi fa affari con un italiano non lo fa perché si aspetta di trovare beni di eccellenza e servizi efficienti. Ma perché qua se beve e se magna; perché con gli italiani si è trovato a suo agio, come a casa sua, dove non ci sono nudi esposti alle pareti; o perché magari ha trovato un paio di donnine discutibili, ma molto disponibili, in camera sua. Fino al limite della immancabile, pingue bustarella.

Tutto è giustificabile, se sul piatto ci sono soldi.

Dubito fortemente, però, che se un imprenditore italiano andasse in Germania per comprare semilavorati per la sua impresa, farebbe saltare il tavolo perché a pranzo gli hanno servito wurstel e crauti, invece che pasta asciutta.

Speravo quindi che, almeno su questo, potessimo realizzare il primo vero e più importante #cambiaverso. Che è culturale, quindi la madre (o il padre, su questo la parità di genere costa nulla) di tutti i cambiaversi.

Ma niente. Gli italiani fanno (ancora) affari così, perché, in fondo, più o meno inconsciamente, temiamo di non essere all’altezza. All’altezza del mercato, all’altezza della competizione globale, all’altezza delle aspettative dell’ospite.

Ahivoglia a fare proclami di grandeur e di ritrovato orgoglio nazional-patriottico-sciovinista a reti unificate, di efficacia e di efficienza del sistema Italia, di riconoscimenti internazionali raggiunti o in corso di ottenimento.

Manco Checco Zalone poteva rendere meglio la nostra reale impreparazione e insicurezza, rivelatrici sul piano culturale di un banale provincialismo, e sul piano contrattuale di una endemica debolezza che le controparti non tarderanno ad intercettare.

Foto di copertina: credits.

Papa Francesco, l’ipocrisia e il potere.

Si legge in questi giorni che il Papa si sarebbe messo di traverso rispetto alla cordata capeggiata da una fronda interna della Chiesa che chiederebbe al Vaticano di spingere per la riuscita del Family Day, che quest’anno assume un significato del tutto particolare essendo seriamente in discussione la possibilità che finalmente il Parlamento italiano vari una norma per il riconoscimento universale dei diritti civili. Addirittura il cardinal Bagnasco, che aveva chiesto udienza a Bergoglio sarebbe stato rimbalzato dal Papa stesso. La Santa Sede si affretta a spegnere le polemiche, ma intanto una vocina si intrufola e gira insistentemente nei pensieri degli italiani: il papa è a favore dei gay? Beh, se certamente non lo vedremo mai sfilare in testa ad un Gay-Pride, di sicuro non è la prima volta che Papa Francesco strizza l’occhietto al movimento omosessuale, fin da quel “se una persona è gay, chi sono io per giudicarla?” del 2013, che fece partire una ola dalla curva dei vaticanisti più riformisti e aperti e di atei e laici vessati da secoli di ingerenza del potere spirituale su quello temporale, lasciando intravedere in fondo al tunnel la possibilità di un oramai insperato adeguamento della Chiesa ai tempi.

Eppure quando Papa Francesco era “solo” Jorge Bergoglio, cardinale della periferia del mondo al centro di Buenos Aires, le cose sembravano molto diverse.

Era solo il 2010 quando il futuro papa si mise di traverso, stavolta, alle riforme appena annunciate dall’allora Presidenta Cristina Kirchner, che stava per varare una legge per legalizzare il matrimonio fra persone dello stesso sesso. Ne parlarono la BBC, la Naciòn, e molti altri giornali e siti locali, basta una ricerca mirata su Google.

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Parteciparono tra le 50 e le 100 mila persone. Bergoglio fu l’animatore della protesta. “Distinguire non è discriminare… approvare il matrimonio omosessuale è un arretramento antropologico” disse l’allora cardinale. Bergoglio fece distribuire un volantino contro la proposta di legge argentina, secondo il quale essa era “la pretesa distruttiva del piano di Dio”. Toni da Inquisizione, come infatti Cristina Kirchner bollò la protesta e l’attivismo bergogliano. Riportiamo qui la traduzione dell’articolo de “La Nacion”, uno dei maggiori quotidiani argentini:

Bergoglio si è messo in testa alla marcia

Il Cardinale Jorge Bergoglio si è messo direttamente in testa alla marcia contro il Matrimonio gay. L’arcivescovo di Buenos Aires ha inviato una lettera a parroci e cappellani perchè facilitino ai loro fedeli la partecipazione, martedì prossimo, alla manifestazione di fronte al Congresso. Bergoglio ha anche chiesto che nelle messe di dopodomani venga letta la dichiarazione dell’Episcopato “sul bene inalterabile del matrimonio e della famiglia”. E’ infatti previsto che il prossimo mercoledì sia discusso in Senato il progetto di legge sul matrimonio omosessuale. Bergoglio ha inviato il messaggio gli ultimi giorni di giugno, ma è stato diffuso solo ieri. Un giorno prima era stato resa nota un’altra lettera di Bergoglio diretta alle monache carmelitane, nella quale criticava con durezza il progetto di legge approvato nella Camera dei Deputati.

La posizione del cardinale è stata rispedita al mittente da Néstor Kirchner. Il marito della Presidenta, uno dei principali promotori del matrimonio egualitario, ha tuonato contro la Curia: “L’Argentina deve abbandonare definitivamente le visioni discriminatorie e oscurantiste”. In questi sette anni di Kirchnerismo al governo la coppia presidenziale non ha mai nascosto la scarsa simpatia per il cardinal Bergoglio. Uno degli atti concreti del Governo nella sua “guerra” con Bergoglio fu di trasferire la messa ufficiale del 25 maggio (Festa Nazionale Argentina, ndt), a diocesi considerate “amiche”.  […]

La deputata Elisa Carrió ha commentato che il dibattito legislativo è condizionato pesantemente da motivazioni quasi personali: “Le posizioni rigide sono riscontrabili in entrambi i lati, dai settori estremisti della Chiesa, però anche dalla parte di Nestor Kirchner, che vuole usare il matrimonio gay per confrontarsi con Bergoglio”. E ha aggiunto: “La verità è che a Kirchner non gli importa nulla della comunità gay, quello che a Kirchner interessa è combattere con qualcuno e sta usando gli omosessuali.”  […]

Dichiarazione della Chiesa (attribuita a Bergoglio, ndt)

“Affermare l’eterosessualità come requisito per il matrimonio non è discriminare, ma partire da una nota oggettiva come suo requisito preventivo. Il matrimonio non è una istituzione solamente umana, nonostante le numerose variazioni subite nel corso dei secoli. Non siamo di fronte ad un fatto privato o a un’opzione religiosa, ma di fronte a una realtà che ha le sue radici nella stessa natura dell’uomo, che è uomo e donna. Il matrimonio come relazione stabile tra l’uomo e  ladonna, che si completano con la trasmissione e la cura della vita.”

Insomma, al di là dei fatti e delle reciproche posizioni, emerge quindi dalla lettura degli articoli dei quotidiani, una guerra fredda, anzi piuttosto calda, tra il Kirchnerismo e il Bergoglismo, nella quale gli omosessuali sono, loro malgrado, solo un’arma nelle mani rispettivamente dello Stato e della Chiesa.

Le posizioni molto più morbide (e condivisibili) di oggi di Papa Francesco sono dunque solo un’arma da scagliare contro i propri nemici interni?

Possibile. Il dietro front è davvero di quelli clamorosi, anche se parzialmente giustificabile dalla differenza dei due ruoli.

Ma proprio per questo sarebbe il caso di cogliere l’opportunità che il momento storico offre a questo Paese, forse irripetibile, per portarsi alla pari con il resto dell’Europa.

Critica della ragion dell’assorbente

Il fatto è che Civati e alcuni parlamentari a lui vicini hanno presentato alla stampa un progetto di legge per la diminuzione dell’IVA sugli assorbenti dal 22 al 4%, equiparandoli in pratica a beni di prima necessità, come pane o latte.

La singolare proposta ha scatenato le ironie dei renziani e i pruriti dei social: i primi hanno dato una mano ai civatiani (in debito di visibilità da quando sono fuori dal Partito Democratico -ormai se li fila, ma di Striscia, solo Peppia Pig) a far parlare della loro attività politica; i secondi hanno diffuso la notizia a modo loro, tra canzonature e battute di spirito: i social sono i social, e qui dire “culo”, “tette” o “assorbenti” fa ancora ridere i quarantenni come un bambino di sei anni nella vita reale. Ma tant’è…

A mal pensare, forse la manovra è stata finanche studiata e voluta. La bizzarra proposta è infatti rimbalzata di bocca in bocca e anche le condivisioni ironiche hanno aiutato “Possibile” a dire alle donne: “ehi, noi pensiamo a voi!“. Direttamente a trenta milioni di destinatarie potenziali. Mica poche. Dal punto di vista comunicativo, insomma, una manovra simile a quella degli asili nido di Renzi (ricorderete, ce ne siamo già occupati), quando in piena campagna elettorale per le primarie pareva quasi che il problema fondamentale dell’Italia fossero i poveri bambini in lista d’attesa negli asili comunali. Forse non era proprio così, ma chi potrebbe contestarlo o dirne male? E anzi, peccato che ora il problema sia quasi scomparso dalle agende della politica. Ma tant’è, pure questo…

In verità non siamo riusciti a trovare il ddl Brignone-Civati sugli assorbenti nel database della Camera; forse non è stato ancora depositato, o ci vuole un po’ perché venga messo online, o forse siamo delle seghe noi nelle ricerche. In ogni caso affrontiamo la questione seriamente. Per quanto ci è possibile esser seri. Cioè poco. Ma tant’è (ma che è oggi sto tant’è?).

Com’è noto, avendolo di recente appreso da una puntata di Super Quark direttamente dalle carnose labbra di Alberto Angela, con cadenza di circa 28 giorni ogni donna in età fertile ha il ciclo mestruale. Il che significa da tre a sette giorni di mal di pancia, mal di testa, maltrattamenti a mariti e fidanzati, e soprattutto perdite ematiche. È su queste ultime in particolare che il ddl si concentra (io avrei puntato piuttosto a regolamentare i maltrattamenti, ma tant’è – e ancora? Basta!).

L’operazione, forse un po’ ruffiana ma di indiscutibile utilità, non sembra però essere del tutto indolore. Da un rapido calcolo a naso, considerando circa 20 milioni di donne mestruate al mese, ciascuna delle quali in obbligo di utilizzare almeno 5 assorbenti al giorno per, diciamo, una media di 5 giorni… arriviamo ad un consumo complessivo di circa 500 milioni di assorbenti al mese. Ora, il prezzo degli assorbenti varia enormemente, e non starò qui a tediarvi sulla differenza tra quelli con le ali e senza, o con il filtro controllo odori e la spugna in lactiflex superassorbente ma ultraslim che non si nota manco se giri in città in mutande, e tra modelli esterni ed interni. Che pure potrei. Ma non lo farò. Diciamo che da ricerche di mercato ad cazzum (praticamente ho chiesto a mia moglie) ho individuato che il costo di un pacco da 10/12 è intorno al 3/5 euro. Il che significa che al consumatore (-trice) ogni pezzo costa circa 30 centesimi. Centesimo più, centesimo meno. Per una spesa mensile media procapite, prendendo per buoni i dati di cui sopra, di almeno 8/9 euro; complessivamente il mercato degli assorbenti dovrebbe quindi valere 160 milioni di euro al mese; più di due miliardi di euro l’anno. Iva inclusa. Mettiamo qui la tabella con i calcoli eseguiti e le conclusioni dedotte, che saranno all’uopo commentate.

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Sul consumo annuo di assorbenti in Italia abbiam anche trovato “autorevole” conferma in rete quindi la prendiamo per buona.

Ora, milione più milione meno, abbassare l’iva dal 21 al 4% si tradurrebbe in un risparmio mensile per la singola donna di circa un euro e quaranta centesimi; poca roba. Ma complessivamente tutte le donne italiane risparmierebbero ogni anno più di 300 milioni di euro. Centinaia di milione più, centinaia di milione meno. Insomma, un piccolo risparmio per una donna, ma un grande risparmio per l’umanità femminile.

Il che però, in maniera esattamente opposta e simmetrica, è anche quanto costerebbe allo Stato la suddetta riduzione. Trecento milioni l’anno non sono proprio bruscolini. A pioggia poi. Ovvero, posto per ipotesi che una donna miliardaria abbia lo stesso ciclo mestruale di una donna poverissima, risparmierebbero più o meno tutt’e due circa quindici euro l’anno. Un modo un po’ bizzarro di utilizzare il bilancio pubblico, la leva fiscale e le politiche di redistribuzione. Soprattutto pensando che Possibile ha appena fatto una campagna velenosissima contro il bonus cultura varato dal governo Renzi come “regalo” dello Stato ai diciottenni, rimproverando appunto di non fare differenze tra 18enni ricchi e 18enni poveri.

Siamo quindi davvero sicuri che il provvedimento, salutato dai civatiani come adeguamento alle più recenti tendenze legislative europee, sia proprio così utile? Dove troveremo i trecento milioni necessari per la copertura? In altre parole, a cosa dovremo rinunciare per ottenere quindici euro di tasse di risparmio all’anno per ogni donna? A quali servizi? O quale tassa sostituirà il mancato introito?

Per inciso, siamo poi abbastanza convinti che, conoscendo da una parte un po’ il mercato, dall’altra come gira questo porco mondo, parte del risparmio previsto, se non proprio tutto, verrà subdolamente intascato dai produttori, adeguando al rialzo i prezzi: i consumatori infatti sono già abituati a pagare una cifra tot, e non gli cambierà certo il mondo risparmiare qualche centesimo a pacco. Ammesso che se ne accorgano.

E magari sarebbe più “de sinistra” provare a spingere per l’uso di assorbenti lavabili e/o riutilizzabili, piuttosto che spingere per l’usa e getta.

In ogni caso, queste dovrebbero essere le vere domande da girare ai firmatari, o le vere critiche da muovere ai proponenti.

Ma tant’è. Culo, tette, assorbenti.

AGGIORNAMENTO del 15/01/2016: Secondo Vanity-Fair, che cita dati Nielsen forniti da Lines Italia, in realtà l’impatto della riduzione iva sugli assorbenti sarebbe ben minore: il risparmio dell’IVA sarebbe “solo” di 75.000.000 di euro, per un risparmio a donna di circa 5 euro l’anno.

Nel compilare i dati a naso abbiamo sovrastimato il costo medio delle confezioni (non 3 ma 2,3 euro) e il consumo medio procapite mensile (non 25 ma circa 10).

In ogni caso, come emerge anche dai commenti a questo articolo e dalle reazioni social provocate dall’annuncio del ddl (complimenti agli strateghi marketing di Possibile, in questo sempre capaci e attenti) il provvedimento si tradurrebbe quindi più una enunciazione di principio (“gli assorbenti sono un bene di prima necessità”, “lo Stato è attento ai bisogni delle donne”, ecc) che in un effettivo beneficio economico. Pertanto, fermo restando il principio, riteniamo sarebbe maggiormente utile utilizzare i 70 milioni di euro – ad esempio – per una distribuzione a prezzo politico o gratuita per le fasce di popolazione meno abbienti.

Il blogger trolla, il palazzo crolla

Stamane è apparso sulla nostra pagina fecebook un link che ha fatto accapponare la pelle  a molti. Gente si è trovata a scattare in piedi sul letto leggendo il suo iPad, sbattendo le corna contro il soffitto della mansarda nella quale è costretta a dormire per aver litigato con la moglie; centinaia di persone si sono riversate per strada in preda al panico; TRM per non sbagliarsi, non ne ha fatto parola.

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Per come siamo abituati a leggere i link, infatti, sembrava quasi che il redattore di Sassilive, notoriamente sobrio ed equidistante dalle beghe della politica locale, avesse perso la pazienza come tanti cittadini materani di fronte alle imbarazzanti uscite dei nuovi amministratori e avesse puntato per un titolo ad effetto. Ma bastava aprire il link per scoprire l’arcano: il titolo lo abbiamo modificato noi!

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La redazione di Sassilive ci ha presto contattato per ottenere il cambio di titolo, cosa che naturalmente ci siamo ben guardati dal fare. Ma altri a quanto pare molt-ben-informati, si sono sentiti in dovere di mandare un avvertimento a mezzo social:TW

“Conosciamo le tue manovre informatiche illecite”. Conosciamo chi?

E come si spiega la pressione dei peones ventiventini esercitata ultimamente contro il Quotidiano di Basilicata, reo di dare spazio e risalto a cose ritenute sconvenienti (anche se spesso provenienti da fonti vicine al sindaco, come nel caso della polemica sul dossier a Bruxelles), tanto da portare la direttrice Lucia Serino a sbottare su Twitter?

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C’è poi gente a Matera seriamente convinta che se tre-quattro persone fanno la stessa critica al sindaco, siano in qualche modo collegate da un patto di sangue di stampo massonico. E Madonna! Almeno quello a Roma si limita in questi casi a derubricarli nella categoria gufi/rosiconi, pur di non stare ad ascoltarli. Ma nella Capitale Europea della Cultura ci piace esagerare.

Da parte nostra, sveliamo l’arcano che ha tenuto la città col fiato sospeso per mezza giornata: la manovra informatica illecita consiste banalmente nella modifica del titolo del link direttamente su facebook. Facebook lo consente, noi lo facciamo. Consigliamo a questo proposito agli inesperti consulenti “informazionatici” del Comune di consultare questa guida online. Altro che manovra illecita:  un lazzo piuttosto, o un frizzo, un gesto istrionico: tanto per sondare il livello di nervosismo dalle parti del sesto piano che, a naso, dovrebbe in effetti essere piuttosto alto. Chissà poi perchè.

Fatevela una risata ogni tanto, e ricordate di andare a firmare per i referendum in piazza, anche a Matera, domani sabato 19 settembre dalle 10 alle 13 in piazza Vittorio Veneto.

E’ dal comitato promotore dei referendum che è infatti partita la “moda” di modificare i titoli dei link per ottenere l’attenzione negata da TV e giornali (vedi foto sotto, e cliccare sulla stessa per aprire il “vero” link). Moda che ci siamo limitati umilmente a seguire, perché la trovavamo divertente, e poi si sa, stiamo sempre sul pezzo. Mica come Cuccurucù che è rimasto a parlar male di Adduce.

E quindi materani-molto-nervosi: fatevi un mega clistere di Valium, e andate tutti a firmare!

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La pelle dei lavoratori.

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La campagna di Natuzzi, vista su Panorama.

Ma non dovrebbe essere il marketing a porsi questo genere di problema.

Dovrebbe essere la politica ad affrontare il problema dei diritti e della legalità, non lasciando da sole aziende oneste a combattere senza armi una lotta impari.

Senza armi, tranne quelle del marketing, appunto.

Efficaci comunicativamente nel sollevare la denuncia, ma largamente insufficienti a cambiare le cose.

I 5 stelle, l’onestà, il Jobs Act e il “chiagn e fott”

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Dopo aver fatto le barricate contro il Jobs Act i grillini vedono che conviene e ne approfittano: assumono 25 loro dipendenti con il contratto messo a punto dal governo renziano.

Sono loro stessi a dichiararlo nel bilancio del gruppo parlamentare presentato alla Camera:

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L’establishment governativo si butta naturalmente a pesce su questo scivolone politico, commentando che se l’hanno trovato conveniente loro, a maggior ragione l’avrebbero trovato conveniente gli imprenditori italiani. E dunque il loro atto dimostra oltre ogni ragionevole dubbio che il tanto bistrattato strumento funziona.

Ma quel che colpisce è la replica e tentata giustificazione addotta dai vertici grillini:

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Il Tesoriere Vincenzo Caso, arrampicandosi su uno specchio (a Caso) particolarmente scivoloso, ammette insomma che Grillo e i suoi hanno approfittato di un buco legislativo del Jobs Act che non disciplinando il caso dei gruppi parlamentari (per loro natura determinati) ha permesso al movimento di applicare il contratto a tempo indeterminato, ma a termine: verrà in ogni caso meno al termine della legislatura.

Un paradosso contrattuale, che però non risolve il problema: perchè lo hanno fatto? Forse per approfittare delle agevolazioni contributive concesse a chi trasforma contratti a tempo determinato nella forma contrattuale prevista dal Jobs Act? Ma se le cose stanno come ammette il tesoriere Caso, pur essendo concesso dalla norma letterale, il caso in specie va contro la ratio stessa della legge. Si tratterebbe in sostanza di elusione contributiva.

La stessa piaga che affligge il precariato italiano, applicato dalle migliaia di scorretti imprenditori che approfittando di imperfezioni o vuoti legislativi, di mancanze nei controlli praticati, di norme talvolta confuse e contraddittorie, tengono al laccio corto i loro dipendenti, e al palo le loro famiglie, i consumi, la possibilità di pianificare il futuro.

Che lo faccia un imprenditore che ha fine di lucro appare comunque lontanamente giustificabile.

Ma che sia la furbata di un Movimento che la rabbia dei precari vorrebbe rappresentare, e che si vanta di un codice etico e morale superiore alla media, fa parecchio riflettere, e anche un po’ ridere.

Dalla Grecia una speranza per l’Europa, dalla Lucania uno Speranza per l’Italia?

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Come i nostri quattro assidui lettori sapranno, non siamo mai stati teneri con Roberto Speranza. Quando l’ardore del Cambiamento un paio di anni fa era alla massima temperatura, arrivammo a definirlo addirittura “l’amaro lucano“, per l’aurea di difensore dello status quo che sembrava essersi cucita addosso.

Sembrava, insieme a tutta la neo classe dirigente bersaniana, piuttosto preoccupato di tenere chiuso il coperchio di quella pentola a pressione che di lì a poco sarebbe esplosa, regalando a Renzi quasi il 70 per cento di consensi perché fosse il segretario del Partito Democratico (ne avrebbe poi fatto l’uso scellerato che conosciamo) e relegando la sua componente a meno del 20. Un’altra diversa declinazione di Cambiamento, forse la migliore proposta, era portata da Pippo Civati, poi uscito dal Partito dopo lunga tribolazione, che ha dimostrato però limiti intrinseci e di coerenza interna, da noi stessi più volte denunciati, che temiamo possa essersi portato fuori. Vedremo.

E’ però un fatto da registrare che dopo le dimissioni da Capogruppo alla Camera, Roberto Speranza si sia messo in testa di non seguire affatto la corrente, e da allora abbia dato sempre maggiore prova di resistenza al renzismo; un Renzi che, forte negli organigrammi di partito in seguito ai risultati del Congresso, e forte in Parlamento grazie alla provvidenziale conversione di tanti ex-Bersaniani, oggi appare invece debole, contraddittorio e relativamente isolato nell’opinione pubblica.

Da allora, in un vortice di autocritica ma anche di sempre maggiore presa di coscienza, Roberto Speranza si è imposto come punto di riferimento nazionale per quanti non si ritrovano nelle posizioni “estreme” di Matteo Renzi, e che non vogliono lasciargli campo aperto proprio adesso che la spinta (più che altro un’abile operazione pubblicitaria) con la quale si è presentato appare esaurirsi, che le strategie messe in campo appaiono tristemente di corto respiro, che sta aumentando la consapevolezza che se il Cambiamento del Partito e nel Partito appare ancora (anzi più di ieri) necessario, la direzione da imprimere è decisamente un’altra rispetto a quella confusamente indicata dal Segretario Nazionale.

Fino a quella dichiarazione di sabato, quell'”abbiamo sbagliato“, che determina un giro di boa ci auguriamo definitivo rispetto ad una convivenza forzata con posizioni che con il PD, la sua storia e i valori che ancora incarna per larga parte del suo elettorato, pare evidente non debbano avere nulla a che fare.

La poca distanza poi che Matteo Renzi ha messo tra sè e i vecchi dirigenti del PD, tra le vecchie pratiche di inquinamento e condizionamento delle scelte degli elettori e le proprie, la sempre evocata ma mai compiuta rottamazione, la spaventosa debolezza con la quale ha affrontato lo scandalo di Mafia Capitale (arrivando addirittura a chiedere la testa del Sindaco Marino, l’unico certamente incolpevole di quell’infamia), rappresentano la coda di una inutile perdita di tempo – e di terreno sulla strada della competitività e delle giuste Riforme – che magari servirà di lezione agli elettori sempre in cerca della scorciatoia e del mago che risolve problemi agitando una bacchetta. Non ci sono scorciatoie, non ci sono maghi. C’è solo la buona e la cattiva politica. Distinguerle non è facile, a volte, spesso sono anche intrecciate tra loro, ma sta a noi dar forza alla buona e ricacciare indietro la cattiva: informandoci correttamente, analizzando i problemi, partecipando attivamente alla politica, senza rilasciare più deleghe in bianco.

Una parentesi triste, se così sarà, per il Partito Democratico e per l’Italia.

Italia che dalla Grecia dovrebbe magari prendere esempio e ispirazione. Non tanto per importare formule politiche con la speranza di sbancare un’elezione. Ma per la forza e la tenacia con la quale si sta mettendo in imbarazzo l’Europa dei tecnocrati, dei monetaristi e della finanza, svelando le radici vere della nostra Unione: l’Europa dei popoli, l’Europa dei bisogni, l’Europa del lavoro e della dignità.

Un’altra Europa, appunto. Indipendentemente da come la vicenda si concluderà, si sta scrivendo una bella pagina di politica, e siamo certi che la pagina successiva seguirà necessariamente un altro canovaccio.

E, forse, come una periferia Europea sta combattendo una battaglia di civiltà e per indirizzare la storia nella giusta direzione, imprimendo realmente il cambiaverso che i cittadini chiedono di toccare con mano e non solo di leggere su manifesti e infografiche, da una periferia d’Italia, la Lucania, potrebbe partire la sfida ad una politica sempre più lontana dalle persone e dai suoi reali bisogni.

La Lucania del “ribelle gentile” Roberto Speranza, del deputato Vincenzo Folino che si autosospende per la violenza decretata alla sua terra dallo Sblocca Italia, La Lucania dell’unico segretario regionale a non firmare l’appello per le Riforme renziane, la Lucania della Capitale Europea della Cultura, che è disposta a sacrificare un’elezione pur di tenere dritta la barra di una coerente proposta politica senza cedere a pasticci, giochi di potere, ricatti amorali.

C’è sempre tanto lavoro da fare, anzi oggi più di prima, ma crediamo fermamente, oggi più di ieri, che sia questa la strada giusta. Apparendo del tutto evidente che, prima di provare a fare un’altra Italia, occorrerà provare ad costruire, su queste stesse basi, un’altra Basilicata.

La fiducia sull’Italicum è illegittima, in palese violazione dei regolamenti parlamentari.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo intervento sulla questione della fiducia del governo posta sulla legge elettorale in discussione in Parlamento. Operazione che vanta solo due “illustri” precedenti: secondo Left la fiducia su una legge elettorale è stata messa solo due volte nella storia della Repubblica: nel 1923, per l’approvazione della legge Acerbo che consacrò l’ascesa al potere del partito nazionale fascista, e nel 1953 quando la Dc fece approvare la cd. “legge truffa”. Precedenti non proprio illustri…

Di Andrea Casarano
(Membro Assemblea Nazionale Partito Democratico)

Se ne parlava da giorni. Ci si chiedeva se il Governo avrebbe davvero fatto il passo più lungo della gamba ponendo sulla legge elettorale, in arrivo alla Camera, la questione di fiducia. E alla fine è cosi che è andata: sarà questione di fiducia e questa scelta non è affatto casuale.

Intanto, qualche nozione per intenderci. La questione di fiducia, nella dialettica parlamentare, è uno strumento posto nelle mani del Governo che consiste, come molti di voi sapranno, nel qualificare l’atto legislativo come fondamentale per l’azione politica del Governo facendo dipendere dalla sua approvazione la permanenza in carica. Nella pratica politica tale strumento viene usato dal Governo per compattare la maggioranza parlamentare che lo sostiene e per evitare l’ostruzionismo dell’opposizione in quanto il suo effetto più importante e più rilevante è quello di rendere caduchi tutti gli emendamenti dovendosi direttamente procedere alla votazione articolo per articolo del provvedimento cosi come è strutturato.
Un effetto non da poco specie se si considera la travagliata storia dell’Italicum, approvato frettolosamente al Senato col soccorso azzurro di Forza Italia, quello stesso Senato che è un campo minato dal punto di vista dei numeri per il Governo perché ad oggi, con la fine del Nazareno, i numeri della maggioranza sono ancora più risicati.

Ecco dunque spiegato il ricorso ad uno strumento quale la questione di fiducia, idoneo a mettere in sicurezza il provvedimento da un eventuale ritorno al Senato, grazie al blocco degli emendamenti, ed allo stesso tempo atto forte per mettere la minoranza interna e l’opposizione con le spalle al muro. Quasi come se convivessero in uno strano ossimoro politico la forza intrinseca alla questione di fiducia, in grado di piegare tutto e tutti e la debolezza insita nella paura latente di un ritorno al Senato.

Tuttavia, il Governo non può fare un uso indiscriminato di questo strumento che, in qualche modo snatura il normale andare della vita Parlamentare espropriando nel vero e proprio senso della parola il Parlamento della propria funzione legislativa.

La possibilità di apporre la questione di fiducia ad una proposta di legge è disciplinata non dalla Costituzione (nulla c’entra l’articolo 72, 4°comma Cost, pure sbandierato da qualcuno) bensì dai regolamenti della stessa Camera dei Deputati e del Senato.

Proviamo quindi a chiederci: è sempre possibile apporre la questione di fiducia? E se non è possibile, in quali casi è possibile fare uso di questo strumento? La risposta non possiamo che andarla a rintracciare nella lettera delle norme dei regolamenti, in particolare negli articoli 116 e 49 del regolamento della Camera.

Dall’articolo 116, 4° comma si legge “La questione di fiducia non può essere posta su […] tutti quegli argomenti per i quali il Regolamento prescrive il voto per alzata di mano o il voto segreto”.

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Conseguentemente dobbiamo chiederci dunque: quali sono gli argomenti sui quali si prescrive voto segreto? Infatti, se la legge elettorale fosse inquadrabile tra questi, si starebbe agendo in violazione dei regolamenti con una forzatura degli stessi che sarebbe da giudicarsi quantomeno innaturale. Le ipotesi di voto segreto sono previste dall’art. 49, 1° comma secondo il quale: “Sono effettuate a scrutinio segreto le votazioni riguardanti […] leggi ordinarie relative agli organi costituzionali dello Stato (Parlamento, Presidente della Repubblica, Governo, Corte costituzionale) e agli organi delle regioni, nonché sulle leggi elettorali”Ecco la parola magica: “Leggi elettorali”.

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Quel che ne emerge è dunque che il governo agisce in piena violazione dei regolamenti, e che le opposizioni, hanno perlomeno qualche motivazione giuridica per inveire contro il Governo. Certo, ad alcuni potrà sembrare un cavillo da tecnici del diritto e sostanzialmente di poco conto, anche perché se nessuno eccepisce il contrasto con i regolamenti, nulla cambia e tutto è perfettamente legittimo.

Tuttavia, è implicito in un gesto del genere, nell’insensibile calpestare deliberatamente i regolamenti e le normali dinamiche della democrazia, un messaggio politico che molto dice sul metodo prima ancora che sul merito scelto per l’Italicum. Un metodo machista e fortemente autoritario che il Governo ha da sempre propugnato in questi mesi e che probabilmente ad oggi rappresenta il tratto maggiormente caratterizzante del Governo Renzi e della sua azione politica.

Lezione di Opposizione n. 1 – “Il Pesce Morto”

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Il consiglio Comunale di Matera, nel suo piccolo, offre spunti notevoli per comprendere la politica e l’esercizio (spesso ahimè vuoto) della democrazia.

Ecco quindi la prima puntata di un breve videocorso che vi svelerà i segreti per una perfetta opposizione: quella che con una mano protesta, con l’altra chiede e spesso e volentieri ottiene. Per sé, non per tutti.

Quindi: se le avete provate tutte, ma proprio tutte, e non siete riusciti a combinare nulla nella vita, non disperatevi: c’è sempre l’opposizione.

Posto sicuro, reddito garantito, alta posizione sociale, e zero responsabilità.

Che poi, dovete solo fare finta.

Che mica davvero davvero.

P.S.: si ringrazia VideoUno per la concessione delle immagini del Consiglio Comunale. Il video dell’intera seduta del 14.04.2014 è qui.