Archivi categoria: Ritratti

Marco Masini, da Matera un Vaffanculo a Telecom?

“Voglio fare una dedica anch’io. Io la vorrei dedicare a tutte le aziende che fanno soltanto i conti e licenziano, senza pensare alle famiglie che poi restano a casa. Credo che si possa fare anche una politica aziendale diversa, pensando più che altro ai nostri valori e al principio che comunque è quello di poter creare una famiglia, di poter avere tramite il lavoro uno stimolo di vita: senza il lavoro non si vive.”

Con chi ce l’aveva Marco Masini, dal palco del Capodanno materano?

Aveva appena finito di cantare la sua hit “Vaffanculo”, dai conduttori simpaticamente e metaforicamente dedicata a diverse categorie di varia umanità, prima che la poderosa voce del “Maso” riempisse l’etere di liberatori improperi.

Come ricorderete, qualche giorno fa c’è stata a Matera una vertenza tra Telecom Italia e l’azienda lucana Datacontact. Il gigante italiano della telefonia ha minacciato di non rinnovare il contratto con il call center materano adducendo varie motivazioni, tra le quali la crisi economica e la condanna inflitta recentemente in via definitiva ad uno degli azionisti di Datacontact; condanna che contrasterebbe con il codice etico interno di Telecom che riguarda anche i fornitori. Tutto molto bello, ma da un’azienda che contemporaneamente minaccia di lasciare a casa da un giorno all’altro almeno la metà dei circa 400 dipendenti del call center con cui è in affari da dieci anni, lezioni di etica non vorremmo ascoltarne.

In ogni caso, abbiamo raccontato la vicenda in questo articolo, notificandolo anche a Marco Masini quale destinatario della chiosa finale, auspicando che proprio dal concerto di Capodanno di Matera potesse partire un potente “Vaffanculo” alle aziende come Telecom per invitarle in futuro “a guardare meno i numeri, i report e le tabelle, e pensare alla vita delle persone“. Quasi le stesse parole usate dal palco di fronte a 5 milioni di telespettatori da Marco Masini.

Che Marco abbia letto il nostro articolo è probabile, e dopo la sua pesante sparata, anche evidente: questo infatti il retweet dalla sua pagina ufficiale su Twitter:

marco masini tweet

Nel frattempo la vertenza tra Datacontact e Telecom Italia ha subìto un aggiornamento, essendo stato prorogato il contratto attuale di altri tre mesi. Beh certo non sarà stato il nostro articolo, pur molto letto e condiviso, a far desistere il colosso dai suoi intenti; che comunque immaginiamo solo rimandati e non abbandonati.

Ma in mezzo a tanta musica, balli e divertimenti, nella notte più festosa dell’anno, dalla Capitale della Cultura è comunque partito un messaggio importante, che condividiamo fortemente e fortemente sottolineiamo, non solo perché ci coinvolge direttamente, come autori e come materani, ma perché è parte fondante dell’esistenza stessa di questo blog.

E siamo oltretutto contenti che a lanciarlo sia stato proprio Marco Masini, che ha sempre mostrato sin dall’inizio della sua carriera artistica una spiccata sensibilità al disagio e alle sofferenza di ragazzi e ragazze che con fatica tirano avanti in “questa piccola storia infinita,
che chiamiamo ancora vita“.

Insomma Marco Masini ha dedicato “Vaffanculo” a Telecom? Noi non lo diciamo, e lasciamo il punto interrogativo.

Ma certamente Marco ha tratto dalla vicenda materana lo spunto per una riflessione di carattere generale e universale, che qui, con questo pezzo, sottolineiamo e sottoscriviamo.

Grazie Marco, ti aspettiamo ancora a Matera! 😉

 

Gramsci Togliatti Luongo Berlinguer

image

di Nino Carella

La prima volta che ho incontrato Antonio Luongo ero bambino. Da piccolo, alle Feste dell’Unità, o alle manifestazioni alle quali accompagnavo mio padre, o anche in casa per indottrinare la prole, sentivo echeggiare il canto popolare “Bandiera Rossa”, che in un tripudio di autocelebrazione terminava con: “Evviva il grande partito comunista, di Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer!”.

Quando anni più tardi entrai nella federazione del PCI in piazza Firrao, ancora bambino, mi presentarono il compagno Luongo. Non ricordo le circostanze, ma ricordo bene la stretta al cuore nel trovarmi di certo al cospetto di un grande uomo, se era citato addirittura in una canzone, che i grandi cantavano con tanta serietà e convinzione! Il carisma e l’autorevolezza del portamento e della voce, che lo caratterizzavano allora come ieri, insieme alla febbrile attesa con la quale si aspettavano i “compagni di Potenza”, erano la prova che doveva essere di certo lui il “Luongo” di quel canto. Anni dopo capìi l’equivoco, ma quel senso di deferenza che avevo da piccolo, mi è rimasto dentro ogni volta che, ormai adulto, l’ho rincontrato.

E l’ultima volta che ho incontrato Antonio Luongo è stato giovedì scorso, e certamente nessuno dei due pensava che sarebbe stata l’ultima. Era stato chiamato a presenziare la direzione cittadina del PD. Dirimere questioni, prendere posizioni, era il suo compito. La ricerca spasmodica del punto che tenesse tutto in equilibrio sulla punta di un dito erano la sua missione. Prendersi le responsabilità degli errori commessi, anche quando non ne aveva, era la sua cifra. Con una leggerezza invidiabile, come se tutta questa corsa a schierarsi, a dichiarare pubblicamente, a puntare il dito di qui o di là, non fosse tanto importante quanto la nostra animosità tradiva. La vita e le cose fondamentali sono altre, sembrava dire Luongo tra le righe, commentando con una battuta o un sorriso sornione i passaggi più tesi. La politica è passione, e le passioni completano l’esistenza, non ne occupano tutto lo spazio. Politici così non ce ne sono più, e sono certo che la sua assenza graverà su di noi in un modo oggi nemmeno immaginabile.

All’ultimo Luongo, non avendo comunque per motivi di distanza geografica potuto valutare il primo, ho rimproverato molto. Ma con un “chi te l’ha fatto fare” di sottofondo, tanto era evidente l’impossibilità di conciliare i suoi condivisibili valori e il suo naturale senso del partito e della politica con questi tempi disordinati. Valori e identità che ancora di più dovremo impegnarci adesso a ricercare,  diffondere, e soprattutto praticare.

Con la sua improvvisa scomparsa si apre un vuoto nella politica lucana. E nel giorno del dolore e del ricordo, si fa ancora più evidente l’urgenza con la quale si sarebbe dovuto dar corso al nuovo corso, da tutti sempre evocato, da nessuno mai realizzato. Era infatti Antonio Luongo, con lo stesso carisma e la medesima autorevolezza di trent’anni fa, a fare da diga alle ambizioni, a fare da argine alle velleità, a tenere in equilibrio un partito senza più identità e direzione chiara, e dai confini incerti e facilmente valicabili. Non aver saputo, voluto o potuto creare una squadra, una guida che prescindesse dalla sua persona, priva infatti improvvisamente il Partito Democratico lucano della sua testa. Ma a questo ci si penserà domani.

Nel bene o nel male, a seconda di come la si pensa, Luongo è stato il protagonista silenzioso di questa ultima stagione.

Ciao, Antonio. Buon viaggio.

Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer ti aspettano. Per cantare insieme, ancora una volta, “bandiera rossa”.

Miss Italia e gli #indivanados del web

image

Gli indignados del web oggi si scagliano contro Miss Italia.

Una ragazza di diciotto anni cresciuta guardando la guerra in TV all’ora di pranzo; ammirando al cinema le performance di grandi eroi di cellulosa; seguendo le avventure in HD in millemila fiction dalle trame mozzafiato; leggendo i reportage dai luoghi di guerra su twitter in tempo.

Miss Italia sogna di poter tornare indietro nel tempo, e vivere di perdona la Seconda Guerra Mondiale.

È convinta di poter vivere una guerra guardandola dal divano.

Che è poi quello che fa ogni giorno.
Come noi, del resto. Gli indignados del web (#indivanados).

Forse non diremmo mai una cosa così ingenua, specie davanti alle telecamere.
Ma siamo poi così diversi da lei?

Chi paga il debito di Zombilandia?

image

Nel Paese di Zombilandia gli zombilandesi elessero Mr. Zombie Presidente.

Mr. Zombie era un tipo brillante. Pieno di sorrisi, ammiccava alle telecamere, e nei numerosi talk show in TV ai quali era invitato, risolveva ogni domanda con una battuta, tranne le volte che diventava serio, e parlava di asili nido, commuovendo le mamme di Zombilandia, che in massa lo votarono.

E così Mr. Zombie iniziò a governare. La situazione economica di Zombilandia non era florida, ma non era nemmeno seria: c’era sempre spazio per una battuta ad effetto con la quale stemperare la tensione. Gli efficaci slogan della campagna elettorale ancora risuonavano nell’aria, e gli zombilandesi erano ricolmi di speranza e di una sordida felicità che non sapevano spiegare. Vivevano tranquilli e andavano ogni sera al ristorante a mangiare grandi piatti di vermi. I ristoranti infatti erano pieni zeppi.

Mr. Zombie fece tante cose, alcune buone, alcune meno. Ma soprattutto si mise in testa che gli zombilandesi dovessero dotarsi di un esercito per difendersi dalla minaccia dei Maiali, che sembrava dovessero invadere il Paese da un giorno all’altro. Gli zombilandesi avevano paura, e la TV confermò loro che la paura era parecchio giustificata!

Fu così che Mr. Zombie andò in banca e chiese un prestito di 400 mila Zombini. Zombilandia fu dotata di un grandioso esercito, che si esercitava ogni giorno preparandosi a difendere il Paese, se ce ne fosse stato bisogno. Gli zombilandesi erano fiduciosi e sicuri: se i Maiali avessero provato a minacciarli, ora avrebbero potuto rispondere e difendersi. Furono acquistati aerei e carri armati, che per qualche anno fecero bella figura sfoggiati nelle parate della Festa Nazionale. Gli zombilandesi erano felici.

Arrivò la prima rata del mutuo, e Mr. Zombie la pagò. Dovette certo tagliare un po’ le spese generali. Qualcuno si lamentò, ma gli zombilandesi erano sempre abbastanza felici, e confidavano nella saggezza del loro carismatico leader, che continuava a sorridere ed ammiccare. E che figurino appariva al fianco dei grandi del pianeta durante le parate!

Arrivò poi la seconda rata del mutuo. Per pagarla Mr. Zombie chiese agli zombilandesi un sacrificio. Una tassa straordinaria sulla notte: per i giorni in cui il sole sorgeva dopo le 5 di mattina, si dovevano versare 10 Zombini. Un po’ riluttanti, gli zombilandesi accettarono però di buon grado – che altro potevano fare? – anche perchè il loro leader spiegò che una parte del loro sacrificio sarebbe stato investito per la crescita. Difatti furono acquistati altri 30 carri armati, e l’esercito di Zombilandia crebbe. Gli zombilandesi non erano più tanto felici. Qualcuno tirò la cinghia e smise di andare al ristorante. Un lusso inutile, del quale si poteva certo fare a meno. Ma Mr. Zombie in TV giurava che i ristoranti erano pieni come un tempo, e che se qualcuno aveva smesso di andare a cena fuori, in ogni caso l’industria del verme in scatola andava a gonfie vele e compensava la perdita. Era macroeconomia, spiegò in TV, e fece bella figura.

Arrivò la terza rata del mutuo. Mr. Zombie si fece serio serio e in diretta TV nazionale spiegò che la crisi del settore dei vermi aveva causato meno entroiti per le casse dello Stato, e che per questo si dovevano tagliare le pensioni. Ma come, quel settore non andava a gonfie vele, chiese il Giornalista a Mr. Zombie. “Io non ho mai detto una cosa del genere. Lo giuro sulla testa dei miei figli”. La TV confermò infatti che non l’aveva mai detto, e che invece erano state parole messe in bocca al Presidente dalla propaganda dell’opposizione, che voleva instaurare un regime dittatoriale a Zombilandia, in accordo coi Maiali.

Il sistema delle pensioni fu dunque riformato, anche perchè adesso gli zombilandesi non morivano più come un tempo. Agli zombilandesi questa cosa non andava giù, ma che potevano fare? Qualcuno protestò, qualcuno minacciò che non avrebbe più votato Mr. Zombie, e qualcun altro fiutò il cambio di vento e mise su un Nuovo Partito. Il Nuovo Partito parlava quasi sempre male di Mr. Zombie, e gli zombilandesi erano adesso un po’ confusi.

Ma arrivò presto la quarta rata del mutuo. I Maiali non avevano ancora invaso il Paese, e quindi l’esercito continuava a prepararsi marciando e sparando tutto il giorno. I carri armati erano diventati però obsoleti e dovevano essere sostituiti, o la difesa contro i Maiali poteva non risultare efficace. Mr. Zombie andò in banca. Chiese un nuovo mutuo, e la banca glielo concesse. La rata in scadenza fu pagata senza sacrifici utilizzando parte del nuovo prestito, mentre il resto fu impegnato per comprare carri armati di nuova generazione. Gli zombilandesi erano di nuovo felici, e ricolmi di speranza, e ammiravano i carri armati di Zombilandia nuovi fiammanti.

Arrivò presto però la quinta rata del prestito vecchio, più la prima del nuovo. Mr. Zombie confidava in una ripresa economica che non si era verificata, a causa dell’aumento del prezzo dell’olio delle lampade votive, che aveva provocato la recessione. Per onorare il prestito Mr. Zombie vendette, per mezzo della Banca (che incassò laute commissioni), tutti i cimiteri statali ai Maiali, che furono così privatizzati. Gli zombilandesi erano perplessi, ma Mr. Zombie spiegò che i cimiteri sarebbero diventati adesso molto più efficienti, anche se ora per l’ingresso si sarebbe dovuto pagare un biglietto, e che i Maiali grazie alle sue doti diplomatiche, erano ora diventati amici di Zombilandia. La guerra era scongiurata, il Paese era salvo!

Il Paese era però adesso molto diverso. Zombilandia era in recessione, con un esercito inutilizzato sul groppone, e pieno di debiti. Alle elezioni vinse il Nuovo Partito, al quale il popolo di zombilandesi affidava le proprie speranze di riportare Zombilandia quantomeno al precedente livello di benessere. Il leader del Nuovo Partito era un severo Professore, che senza troppi giri di parole spiegò che la situazione era gravissima e gli zombilandesi dovevano prepararsi a grandi sacrifici per qualche anno, ma che alla fine tutto si sarebbe risolto per il meglio. Gli zombilandesi non ci capivano molto, ma si fidavano del Professore, che aveva fatto le scuole alte, e studi approfonditi in materia. Fecero quindi tutti i sacrifici loro imposti: le tasse aumentarono, i servizi pubblici diminuirono di qualità e quantità, le pensioni nuovamente riformate. Molti smisero di acquistare del tutto vermi. Molti allevamenti e imprese di confezionamento vermi per questo chiusero, altre si trasferirono all’estero, nel Paese dei Maiali, dove la manodopera costava poco perchè i Maiali non facevano controlli, e tanti zombilandesi si trovarono senza lavoro. Ma lo Stato non aveva fondi per alleviare le sofferenze degli zombilandesi disoccupati, perchè tutti i tagli e le tasse erano destinate alla copertura dei primi due prestiti. Così il Professore andò in Banca, e chiese un terzo prestito. La banca glielo concesse.

Ma l’economia non decollò e alla scadenza successiva Zombilandia ci arrivò con le casse vuote. Il Professore si dimise, la Banca e i Maiali suggerirono al Parlamento che se avesse nominato Presidente tal Leccapiedi, avrebbero ritrattato il debito pregresso e concesso nuovi finanziamenti. Leccapiedi diventò dunque Presidente di Zombilandia senza passare per le urne, e il nuovo prestito fu concesso, ma la Banca chiese garanzie: Zombilandia dovette promettere di vendere ad un prezzo prestabilito tutti gli aerei e i carri armati ai Maiali, che da parte loro garantirono il prestito. Ma i Maiali adesso erano amici, i carri armati non servivano a granché, e Leccapiedi firmò.

Per consentire la ripresa dell’economia, Leccapiedi varò una serie di Riforme, concertate con la Banca: per incentivare il settore dei vermi, agli imprenditori che riaprivano le fabbriche ora chiuse fu concesso di licenziare quando avessero voluto e senza fornire giustificazioni. Le fabbriche infatti riaprirono, ma gli zombilandesi adesso non erano felici per niente: se non lavoravano alle condizioni imposte dagli imprenditori, venivano licenziati e sostituiti con altri lavoratori disoccupati più disperati di loro. Il settore del verme era stato peraltro nel frattempo trasformato, e il lavoro richiedeva poco impegno e poca specializzazione: i vermi venivano coltivati dai Maiali e importati; a Zombilandia ci si limitava a confezionarli utilizzando macchinari semiautomatici a basso impiego di manodopera. Era diventata una gara tra disperati, ma che si poteva fare? Peraltro chi un lavoro ce l’aveva ancora e vedeva gli altri disoccupati, era molto preoccupato di perderlo, e non solidarizzava affatto con i suoi concittadini, ai quali dava anzi la colpa di non sapersi cercare o mantenere un lavoro, e di avere troppe pretese. Il Paese si spaccò, e la tensione crebbe.

La situazione non poteva durare a lungo. Ad un certo punto a Zombilandia gli zombilandesi si ribellarono, scesero in piazza e Leccapiedi dovette dimettersi. Si andò a elezioni anticipate. Mr. Zombie si ripresentò e vinse: gli Zombilandesi ricordavano che quando fu eletto la prima volta, si stava di molto meglio! Ma durò poco. Giusto il tempo di ottenere un nuovo prestito dalla banca, che impose però come condizione non trattabile, che i macchinari per confezionare i vermi fossero acquistati dalla Tettonia: i Téttoni erano infatti ottimi clienti della Banca. A Mr. Zombie parve tutto sommato un buon affare, tanto i macchinari da qualche parte li si doveva pur comprare, e firmò. Ma i Téttoni aumentarono il prezzo dei macchinari del 67,5% e Zombilandia sprofondò di nuovo in recessione.

Si tornò di nuovo al voto, e questa volta vinse Tzombis. Tzombis era stato, inascoltato, l’unico a dire in quegli anni che il Paese era corrotto e malgovernato, e che il debito mal speso non si sarebbe mai potuto ripagare.

Diventato Presidente, Tzombis andò in banca. Non chiese soldi. Disse alla Banca: “Il debito di Zombilandia non è pagabile. Gli zombilandesi da anni fanno sacrifici enormi per ripagare un debito del quale non hanno beneficiato in alcun modo. Ci ha guadagnato chi ha governato, ci ha guadagnato la Banca e suoi partner commerciali. Ma nessun altro zombilandese. Noi quindi non pagheremo più”.

La Banca si risentì molto e protestò con veemenza. I Maiali fecero durissime interviste alla TV, dicendo che Tzombis era un poco di buono, un folle che avrebbe gettato Zombilandia nel caos.
Ma Tzombis continuò: “Gli unici che stanno pagando questa situazione sono i miei concittadini. Per quanto dovranno pagare il prezzo di essersi fidati di governanti incapaci e corrotti? Voi piuttosto: avevate la possibilità di capire, e nonostante questo avete prestato soldi senza verificare come sarebbero stati spesi. Avete fatto un cattivo investimento. Capita. Arrivederci.”

Così Zombilandia non pagò nessuna rata. La Banca protestò, disse che non avrebbe mai più concesso prestiti a Zombilandia se non avessero subito cambiato Presidente. I Maiali minacciosi schierarono i carri armati, che una volta erano di Zombilandia, lungo i suoi confini. Furono emesse numerose sentenze internazionali che obbligavano Zombilandia a ripagare il debito.

Ma Tzombis non se ne curò e resistette: nessun tribunale straniero poteva obbligare Zombilandia a pagare, nessun giudice poteva ordinare pignoramenti in un territorio nel quale non aveva giurisdizione, e quando qualcuno forzatamente lo fece, nessun ufficiale giudiziario potè eseguire la sentenza. La crisi internazionale fu lentamente stemperata dai Paesi Confinanti, che non volevano certo una guerra nel loro Continente – e poi per cosa? per soldi? si era mai visto un motivo più futile per fare la guerra? Nessuno nel Continente avrebbe messo a repentaglio la propria vita per della carta stampata!

I Maiali, che avevano garantito il prestito, dovettero restituirlo di tasca loro, e per farlo cedettero tutta la flotta di carri armati acquistati tempo addietro da Zombilandia.

Nel frattempo gli zombilandesi ripresero a coltivare vermi. Qualche anno dopo erano diventati così bravi da venderne il surplus ai Paesi Confinanti, che compravano gli squisiti vermi di Zombilandia nonostante l’embargo proclamato dalla Banca e dai Maiali. Alcuni illuminati imprenditori inventarono dei nuovi macchinari per confezionare vermi, e strinsero partnership coi Téttoni, che di buon grado si adeguarono alle mutate condizioni di mercato, pur di non perdere del tutto il business.

Alla fine Zombilandia tornò, con un po’ di fatica, un Paese felice. Si lavorava per vivere, non si viveva per lavorare e per ripagare un debito che nessuno, adesso, ricordava nemmeno più per quale motivo era sorto.

P.S.: è solo una favola estiva. Ogni riferimento a fatti o persone è puramente casuale.

Maurizio Landini a Matera, incontro pubblico

tw1

 

Il segretario della FIOM Maurizio Landini sarà a Matera mercoledì  11 marzo 2015 alle ore 18:30 per parlare di lavoro (di quel poco che c’è, e di quello che manca), in un incontro organizzato dall’Associazione “Statuto dei Lavoratori.it” e del quale questo blog è Media Partner.

Il titolo del ciclo di incontri, di cui questo è solo il primo, è significativo: “Lavoro, si fa per dire”.

Per il programma completo cliccare sull’immagine in apertura a questo articolo, o seguire l’evento Facebook, confermando la partecipazione per rimanere sempre aggiornati, e se vi va, condividendo l’evento sulle vostre bacheche o invitando i vostri contatti, per quello che consideriamo essere un importante appuntamento di riflessione e approfondimento per la nostra città, alla vigilia di una svolta storica che ci auguriamo di vivere da protagonisti.

Ci scusiamo per i tempi stretti con i quali diamo avviso dell’evento, ma la complessità dell’organizzazione ha impedito di poter dare conferma prima di oggi.

Contiamo quindi sul vostro aiuto per diffondere la notizia viralmente!

Infine, in ottemperanza al nostro compito di Media Partner (oh yeah), daremo dettagliato conto dell’evento, augurandoci di avere modo di intervistare in esclusiva Maurizio Landini su questioni più prettamente politiche che tante volte abbiamo affrontato dalle pagine di questo blog.

Vi aspettiamo!

P.S.: questo è anche il nostro 200mo post, e riteniamo non ci sia maniera migliore di festeggiarlo! 🙂

Cuccuruccù 2: la vendetta.

Aggiorniamo i nostri 4 lettori (tutti miei parenti, che saluto) sullo stato dell’arte nella querelle (virtuale, ma presto giudiziale) Carella vs. Cuccuruccù.

Per la prima volta dall’apertura di questo blog, riceviamo minaccia di querela. Eppure in questi anni abbiamo scritto su (e contro) politici locali e nazionali, caporali e colonnelli, alternando analisi politiche (banali, come ebbe a dire uno, ma pur sempre le mie) a pezzi più satirici e sbeffeggianti.

Naturalmente non poteva che essere un guitto, un satiro, a denunciare la satira. Perché, si sa, va bene prendere per il culo gli altri. Ma quando il culo è il proprio, la stessa presa non va più bene.

Mi riferisco, ovviamente, all’articolo di ieri, pubblicato su questo blog, nel quale ho riportato l’intenso scambio di battute su Facebook con il conduttore di Cuccuruccù. Il divertente conduttore mi ha riempito di insulti infamanti: “lekkino” (sì con la kappa, che fa più grave!), “leccaculo”, “campione senza valore”, “microbo”, “molecola come quella di sodio dell’acqua Lete” (questa fa riderissimo!), “batterio fecale”, per concludere con il famoso “vaff…” e lasciando intendere che, per aver espresso un parere contrario al suo, una poltrona era pronta ad aspettare il mio sedere (eh, sticazzi, magari!).

Evidentemente lui scherzava.

Non di meno, vista la rara opportunità (e approfittando dell’ospitalità di Francesco Foschino, al quale ho subito rivolto le mie scuse per l’invasione di bassissima lega) al fine di condurre l’esperimento di natura socio-psicologico-politica riportato nell’articolo, ho risposto in parte per le rime, adeguando il mio forbito linguaggio (<— Giordano, guarda, questa è una battuta) al suo, al fine di denunciare che l’accanimento elettoral-tifoso del quale il nostro fenomeno si è – per sua stessa ammissione – fatto disinteressatamente (<– anche questa è una battuta) portatore, scimmiottato da mille altri come lui, finirà per distruggere tutto il valore aggiunto che faticosamente stiamo provando a costruire in questa città.

E niente. S’è incazzato. E minaccia di querelarmi:

Ora, a parte i miei personali ringraziamenti per aver accostato l’autorevolezza di due sindaci della città al sottoscritto, modesto blogger di famiglia, secondo me l’articolo faceva riderissimo, non meno delle sue minch… ehm battute.

E quindi: potrei fare un pistolotto sulla ipocrisia e la permalosità di chi, sparando a zero su tutti e tutto (e meno male che lo si fa), poi si offende se si mettono in ridicolo certe sue inflessioni, denunciandone al contempo contenuti faziosi. E’ satira amico, rassegnati. La si fa, e a maggior ragione la si riceve. Aspetto magari una tua puntata su di me; ma sarebbe troppo onore. O, forse, non avresti materiale a sufficienza. Capisco quindi il nervosismo.

Invece vi risparmio il banale pistolotto, ed entro piuttosto già nel merito della futura causa giudiziale.

In sostanza, il denunciante mi accuserebbe di aver omesso parti del dialogo. Beh certo. Non è che potevo riportare tutti e 50 e oltre commenti. Poi non volevo denunciare la scurrilità, la deficienza di proprietà di linguaggio, la scorrettezza del dialogo, il basso o nullo contenuto di analisi, la gratuità delle illazioni; che tutt’al più facevano da sottofondo al pezzo. Il mio intento era altro: appunto, satirico e propositivo insieme. Per arrivarci, ho dovuto tagliare, per arrivare presto al dunque senza annoiare…

Tagliare? Aspetta, cosa mi ricorda? Ah sì: tagliare! Operazione che Giordano ben conosce!

Vi rivelo infatti come, per una recente intervista, il capogruppo PD alla Regione, Roberto Cifarelli, abbia lamentato la stessa cosa; solo che a “tagliare” parti dell’intervista (praticamente: le risposte) era stato Giordano stesso …

E sapete cosa rispose il fenomeno, a Cifarelli? Eccola qui la sua risposta:

tw

Insomma, ringraziando Giordano per l’assist, al giudice dirò: “Sì, è vero, ho tagliato parte del dialogo, ma Giordano sa benissimo come funzionano gli articoli su un blog, nn è la sceneggiatura di ben hur ka dur tre or e poi anke riportando tutto scusami ha detto delle cose ke forse è stato meglio così!“. Spero il giudice sia di Matera, e mi possa capire. In un qualche modo.

Insomma, attendiamo serenamente la querela, penso la sfangheremo e che ci divertiremo un bel po’. Ma non avendo una lira, ai nostri 4 lettori – che essendo tutti parenti, si metteranno una mano sul cuore – chiediamo: “c’è un avvocato in salaaaa?”

Dalla Capitale Europea della Cultura (per ora) è tutto, amici di D&S, stat’v bbun!

And a Happy New Year.

image

Ma vaffanculo.

Vaffanculo ai burocrati, che non sono mai in fila.
Vaffanculo ai corrotti, e ai corruttori.

Vaffanculo ai vecchi che ci hanno rubato il futuro.
Vaffanculo ai giovani rassegnati al presente.

Vaffanculo a chi è per il cambiamento se il cambiamento sono loro (e magari sono lì da trent’anni).
Vaffanculo a quelli che tanto non cambia niente, e non fanno nulla per cambiare.

Vaffanculo ai governanti, che indorano pillole.
Vaffanculo ai governati, che se le litigano.

Vaffanculo al teatro vuoto e inutile della politica, capace di recitare solo repliche di sè stessa.
Vaffanculo a quelli che il PD è il male.
Vaffanculo al PD, che non estirpa il male.
Vaffanculo ai 5 stelle, che bruciano occasioni.
Vaffanculo a Berlusconi. E al berlusconismo.

Vaffanculo anche a noi, che pensiamo di cambiare il mondo battendo dita su una tastiera.

E se ve la siete presa, fanculo ai permalosi.

Che tanto, prima o poi, c’annamo tutti.

Capitale dell’Accoglienza, ma fuori dal mio pianerottolo

 

Non so se Matera diventerà capitale europea della cultura nel 2019, ma certamente posso dire che Matera è – e sarà – capitale mondiale dell’accoglienza”. Con queste parole Jordi Pardo, uno dei cinque componenti della delegazione che lo scorso 7 ottobre ha ispezionato Matera, concludeva la visita alla nostra città. Il seguito è storia recente, e dalla medaglia di legno di Capitale dell’Accoglienza, siamo passati a quella d’oro di Capitale della Cultura.

Nelle stesse ore un intero condominio materano era in subbuglio. Uno dei suoi condomini aveva osato siglare un contratto di locazione con un’Associazione che si occupa di dare accoglienza (guarda un po’ tante volte la combinazione) a rifugiati politici per fini di protezione internazionale e umanitaria, d’intesa con il Comune di Matera e nell’ambito del progetto S.P.R.A.R. (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati) del Ministero degli Interni.

E nella migliore tradizione dell’ipocrisia italiota, per la quale nessuno è razzista ma non è colpa mia se sono negri, ecco sfornata e declinata la nuova massima: sono un fautore dell’accoglienza, ma mica a casa mia.

Il condominio ha preso carta e penna e scritto al Comune, e all’Associazione e al proprietario, adducendo vaghi rilievi sulla destinazione d’uso dell’appartamento. Questa casa non è un albergo, dicono, ed effettivamente non voleva esserlo. Ma tant’è. Pare quasi sentirli: non è che siamo contro l’accoglienza agli immigrati, al contrario; solo che invitiamo tutti a ricercare “soluzioni meno impattanti per le famiglie che vivono nello stabile prescelto“.

Meno impattanti.

Come se l’appartamento dovesse essere utilizzato per ospitare missili a testata nucleare, e non uomini. I primi impattano, i secondi, invece, mi risulta di no.

L’Associazione ha invero provato a resistere, rilevando che per dar seguito al contratto non occorreva alcun ventilato nulla-osta condominiale, e che era evidente la malcelata volontà di “non incontrare per le scale persone immigrate”.

Ma alla fine ha dovuto rescindere il contratto già firmato e registrato, e il Comune di Matera prendere atto dell’incompatibilità ambientale venutasi a creare. Anche perché nel frattempo, per una specie di effetto “culturale” ad induzione, anche il Palazzo di fronte si era unito alle proteste…

Rendo la cosa nota solo oggi, a iter ormai concluso, perché sono in conflitto di interesse conoscendo il proprietario, e non sia mai qualcuno osasse dire che faccio del mio blog un uso privatistico (che peraltro essendo mio, potrei anche fare) per favorire la conclusione di un contratto.

Ma spero che qualcuno di questi condomini, che magari ha anche gonfiato il petto ascoltando le parole di Jordi Pardo alla TV, riferite alla sua città, si rendesse conto leggendo queste righe di quanta strada abbia(mo) ancora da fare da qui al 2019.

Invito poi il Comune (pur conscio della missione impossibile) a tentare di piegare le primitive resistenze di una parte (spero piccola) dei suoi abitanti, proprio con la Cultura, della quale siamo oggi portabandiera internazionale.

E, infine, magari, questo articolo potrà servire a trovare una soluzione per queste persone, e una calda accoglienza da parte del resto della città.

Che è poi la cosa più importante.

Il colonnello

C’è una piega della politica spesso ignota, e che ignoravo. Tutti dietro ad esaltare (o fischiare) le gesta dei Generali, le dichiarazioni sagaci, le battute fulminee, le comparsate televisive, a inseguire tattiche e strategie alla conquista del consenso perduto.

Ma diciamocelo: Gesù Cristo sarebbe stato nessuno senza quei dodici Santissimi Apostoli. Parimenti, il sottobosco della politica è animato da figure minori per visibilità, non certo per importanza: sono i colonnelli.

Costoro rappresentano la spina dorsale del candidato principale. Se sono dritti, i Generali terranno la schiena dritta. Se sono storti, ingobbirsi sarà inevitabile quanto un’indigestione dopo il quinto McChicken.

Sono, costoro, affetti da una non rarissima, ma incurabile, forma di tappetinismo. Vivendo soltanto della luce che il Generale può riflettere, hanno sviluppato nel tempo una singolare forma di vita a metà strada tra il metabolismo e la fotosintesi. Tanto che dalla loro bocca non escono più parole, ma suoni gutturali simili a rutti rauchi.

Come talpe cieche, scavano infaticabilmente le gallerie sotterranee che permetteranno al Generale Leader di percorrere più velocemente le distanze tra i diversi centri di consenso. E i loro metodi di lavoro, la dicono lunga sulla veridicità del Messaggio, la cui ipocrisia è direttamente proporzionale alla bassezza del loro agire.

Alcuni Colonnelli, ad esempio, si svegliano pensando di essere al mondo unicamente per compiere una missione: scavare gallerie talmente lunghe e tanto larghe, che i Generali Leader possano percorrerle senza mai che i loro piedi debbano toccare l’umile terra. Travolgendo e distruggendo tutto quello che incontrano nel loro cammino: la Missione, prima di tutto.

Si sentono così ad esempio in dovere di contattare segretamente e privatamente ogni libero pensatore che incontrano sul loro cammino, per insultarlo e redarguirlo. Incapaci di esprimere un solo pensiero autonomo e razionale che non sia stato loro preinciso, scaricano bile in quantità industriale, nel goffo tentativo di soffocare ogni traccia di pensiero libero. Magari stupido, chi dice di no. Ma comunque libero.

Ma se il tuo Generale si è messo in testa, per esempio, di costruire la Sinistra, tra i tanti modi sbagliati indefessamente analizzati (anche) in questo blog, secondo me – ma secondo me, eh – il più sbagliato ma proprio sbagliatissimo di tutti, è provare a farlo con metodi di destra.

I modi da bulletto fascistoide no, quelli no, per favore. Risparmiatemeli, che mi si rovina tutta la poesia. Perché poi la retorica di un campo aperto dove tutte le opinioni sono rispettate, condivise, tutelate, beh, va un pochino a farsi friggere. Penso si capisca, è logica da bambino delle elementari, chiunque dovrebbe poterci arrivare.

E quindi “compagni”, ve lo dico forte e chiaro, che forse non vi è arrivata la notizia giusta all’orecchio. A me delle vostre Mission Impossible, non me ne frega una mazza. Siete liberi di fare, di non fare, di disfare, di fare quel cazzo che volete, insomma. Io vi osservo con lo stesso interesse e coinvolgimento di un documentario di National Geographic Channel: non sono un astrofisico, né pretendo di esserlo, ma sai mai che guardando guardando, si possa tante volte imparare qualcosa sulle meteore.

Non capisco come questo possa turbare le vostre notti, visto che non credo affatto che la mia opinione possa interessare a qualcuno; che il mio impegno – che c’era e ci sarà a prescindere dal vostro – possa portare carrellate di voti (che tanto a quanto pare solo quello vi interessa); che la mia stima possa riservare al vostro volto anche solo un millesimo dei raggi di magnificenza che siete soliti ricevere dal vostro Generale Leader. E poi, ve lo dico senza falsa modestia: io non conto veramente nulla nell’universo.

Infine, diciamo – e ve l’ho detto – dall’analisi di caratteristiche e limiti caratteriali di chi maneggia la cosa pubblica, o ambirebbe a farlo, si capisce bene e si intende il perché e il percome di determinate posizioni politiche, pur infarcite di nobile idealismo a favore di opinione pubblica (e ci mancherebbe: dire nel salotto di Bruno Vespa che io con quello non ci parlo perché mi sta sul cazzo, non è poi tanto tanto bene).

Quindi, crescete, se volete, ma in ogni caso lasciatemi tranquillo. Quel che faccio, quel che dico, finanche quel che penso, non è (più) affar vostro. E se ritenete che lo sia, e putacaso non foste d’accordo, i canali pubblici sono aperti, monitorati e interattivi. Usate quelli, che magari imparo qualcosa più e meglio che guardare comete alla TV.

Chiedo scusa ai miei 3 lettori di questo sfogo. Ma credo che un punto, pubblicamente, bisognasse metterlo. Anche se mi pareva di averlo già messo.

Ora, comunque, andiamo a capo.

.