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Questo blog non è più aggiornato

Finalmente ci siamo decisi: il blog è stato spostato su un server dedicato, e il nuovo indirizzo è www.democraziaesviluppo.it

Questo spazio, nel quale di fatto il blog è nato cinque anni fa (anche se viene aggiornato costantemente da solo tre anni), non sarà quindi più aggiornato a partire da oggi, ma resterà raggiungibile tramite wordpress e i vecchi link ancora attivi sparsi qui e là nel web.

Ci vediamo di là! 😉

Critica della ragion dell’assorbente

Il fatto è che Civati e alcuni parlamentari a lui vicini hanno presentato alla stampa un progetto di legge per la diminuzione dell’IVA sugli assorbenti dal 22 al 4%, equiparandoli in pratica a beni di prima necessità, come pane o latte.

La singolare proposta ha scatenato le ironie dei renziani e i pruriti dei social: i primi hanno dato una mano ai civatiani (in debito di visibilità da quando sono fuori dal Partito Democratico -ormai se li fila, ma di Striscia, solo Peppia Pig) a far parlare della loro attività politica; i secondi hanno diffuso la notizia a modo loro, tra canzonature e battute di spirito: i social sono i social, e qui dire “culo”, “tette” o “assorbenti” fa ancora ridere i quarantenni come un bambino di sei anni nella vita reale. Ma tant’è…

A mal pensare, forse la manovra è stata finanche studiata e voluta. La bizzarra proposta è infatti rimbalzata di bocca in bocca e anche le condivisioni ironiche hanno aiutato “Possibile” a dire alle donne: “ehi, noi pensiamo a voi!“. Direttamente a trenta milioni di destinatarie potenziali. Mica poche. Dal punto di vista comunicativo, insomma, una manovra simile a quella degli asili nido di Renzi (ricorderete, ce ne siamo già occupati), quando in piena campagna elettorale per le primarie pareva quasi che il problema fondamentale dell’Italia fossero i poveri bambini in lista d’attesa negli asili comunali. Forse non era proprio così, ma chi potrebbe contestarlo o dirne male? E anzi, peccato che ora il problema sia quasi scomparso dalle agende della politica. Ma tant’è, pure questo…

In verità non siamo riusciti a trovare il ddl Brignone-Civati sugli assorbenti nel database della Camera; forse non è stato ancora depositato, o ci vuole un po’ perché venga messo online, o forse siamo delle seghe noi nelle ricerche. In ogni caso affrontiamo la questione seriamente. Per quanto ci è possibile esser seri. Cioè poco. Ma tant’è (ma che è oggi sto tant’è?).

Com’è noto, avendolo di recente appreso da una puntata di Super Quark direttamente dalle carnose labbra di Alberto Angela, con cadenza di circa 28 giorni ogni donna in età fertile ha il ciclo mestruale. Il che significa da tre a sette giorni di mal di pancia, mal di testa, maltrattamenti a mariti e fidanzati, e soprattutto perdite ematiche. È su queste ultime in particolare che il ddl si concentra (io avrei puntato piuttosto a regolamentare i maltrattamenti, ma tant’è – e ancora? Basta!).

L’operazione, forse un po’ ruffiana ma di indiscutibile utilità, non sembra però essere del tutto indolore. Da un rapido calcolo a naso, considerando circa 20 milioni di donne mestruate al mese, ciascuna delle quali in obbligo di utilizzare almeno 5 assorbenti al giorno per, diciamo, una media di 5 giorni… arriviamo ad un consumo complessivo di circa 500 milioni di assorbenti al mese. Ora, il prezzo degli assorbenti varia enormemente, e non starò qui a tediarvi sulla differenza tra quelli con le ali e senza, o con il filtro controllo odori e la spugna in lactiflex superassorbente ma ultraslim che non si nota manco se giri in città in mutande, e tra modelli esterni ed interni. Che pure potrei. Ma non lo farò. Diciamo che da ricerche di mercato ad cazzum (praticamente ho chiesto a mia moglie) ho individuato che il costo di un pacco da 10/12 è intorno al 3/5 euro. Il che significa che al consumatore (-trice) ogni pezzo costa circa 30 centesimi. Centesimo più, centesimo meno. Per una spesa mensile media procapite, prendendo per buoni i dati di cui sopra, di almeno 8/9 euro; complessivamente il mercato degli assorbenti dovrebbe quindi valere 160 milioni di euro al mese; più di due miliardi di euro l’anno. Iva inclusa. Mettiamo qui la tabella con i calcoli eseguiti e le conclusioni dedotte, che saranno all’uopo commentate.

tw assorbenti

Sul consumo annuo di assorbenti in Italia abbiam anche trovato “autorevole” conferma in rete quindi la prendiamo per buona.

Ora, milione più milione meno, abbassare l’iva dal 21 al 4% si tradurrebbe in un risparmio mensile per la singola donna di circa un euro e quaranta centesimi; poca roba. Ma complessivamente tutte le donne italiane risparmierebbero ogni anno più di 300 milioni di euro. Centinaia di milione più, centinaia di milione meno. Insomma, un piccolo risparmio per una donna, ma un grande risparmio per l’umanità femminile.

Il che però, in maniera esattamente opposta e simmetrica, è anche quanto costerebbe allo Stato la suddetta riduzione. Trecento milioni l’anno non sono proprio bruscolini. A pioggia poi. Ovvero, posto per ipotesi che una donna miliardaria abbia lo stesso ciclo mestruale di una donna poverissima, risparmierebbero più o meno tutt’e due circa quindici euro l’anno. Un modo un po’ bizzarro di utilizzare il bilancio pubblico, la leva fiscale e le politiche di redistribuzione. Soprattutto pensando che Possibile ha appena fatto una campagna velenosissima contro il bonus cultura varato dal governo Renzi come “regalo” dello Stato ai diciottenni, rimproverando appunto di non fare differenze tra 18enni ricchi e 18enni poveri.

Siamo quindi davvero sicuri che il provvedimento, salutato dai civatiani come adeguamento alle più recenti tendenze legislative europee, sia proprio così utile? Dove troveremo i trecento milioni necessari per la copertura? In altre parole, a cosa dovremo rinunciare per ottenere quindici euro di tasse di risparmio all’anno per ogni donna? A quali servizi? O quale tassa sostituirà il mancato introito?

Per inciso, siamo poi abbastanza convinti che, conoscendo da una parte un po’ il mercato, dall’altra come gira questo porco mondo, parte del risparmio previsto, se non proprio tutto, verrà subdolamente intascato dai produttori, adeguando al rialzo i prezzi: i consumatori infatti sono già abituati a pagare una cifra tot, e non gli cambierà certo il mondo risparmiare qualche centesimo a pacco. Ammesso che se ne accorgano.

E magari sarebbe più “de sinistra” provare a spingere per l’uso di assorbenti lavabili e/o riutilizzabili, piuttosto che spingere per l’usa e getta.

In ogni caso, queste dovrebbero essere le vere domande da girare ai firmatari, o le vere critiche da muovere ai proponenti.

Ma tant’è. Culo, tette, assorbenti.

AGGIORNAMENTO del 15/01/2016: Secondo Vanity-Fair, che cita dati Nielsen forniti da Lines Italia, in realtà l’impatto della riduzione iva sugli assorbenti sarebbe ben minore: il risparmio dell’IVA sarebbe “solo” di 75.000.000 di euro, per un risparmio a donna di circa 5 euro l’anno.

Nel compilare i dati a naso abbiamo sovrastimato il costo medio delle confezioni (non 3 ma 2,3 euro) e il consumo medio procapite mensile (non 25 ma circa 10).

In ogni caso, come emerge anche dai commenti a questo articolo e dalle reazioni social provocate dall’annuncio del ddl (complimenti agli strateghi marketing di Possibile, in questo sempre capaci e attenti) il provvedimento si tradurrebbe quindi più una enunciazione di principio (“gli assorbenti sono un bene di prima necessità”, “lo Stato è attento ai bisogni delle donne”, ecc) che in un effettivo beneficio economico. Pertanto, fermo restando il principio, riteniamo sarebbe maggiormente utile utilizzare i 70 milioni di euro – ad esempio – per una distribuzione a prezzo politico o gratuita per le fasce di popolazione meno abbienti.

Se Grillo piange, il PD non deve ridere

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Diciamoci la verità: vedere quelli del PD che fanno i grillini è uno spasso. A Quarto vengono fatti buttare fuori dall’aula del consiglio comunale dal servizio d’ordine, perchè esponevano il cartello “Dimissioni”… Ahahah! Ma dai, proprio loro! Che su quei cartelli ci mangiano e dormono (a favore di telecamera).

È troppo divertente vedere dietro a quanti distinguo e difese d’ufficio, a quanti “ma” e “però” si nascondano i paladini dell’onestà sputata in faccia ai cittadini come ne fossero gli unici detentori, un marchio col copyright da difendere col pugnale fra i denti. Ora che ad inciampare sulla strada del potere disseminata di buche pericolose sono proprio loro. E di strada ne hanno pure fatta (e fatta fare) ben poca…

È impagabile vedere quanto soffrano, perchè non si può mettere in discussione che (come avranno realizzato i lettori di questo blog) il modello pentastellato sia sbagliato, faccia acqua da ogni parte, non garantisca assolutamente quel che dovrebbe garantire, ovvero la selezione di una classe dirigente onesta e competente. Onesta, forse (!?). Competente, ma quando mai…

E’ consolante vedere grillini che sui social difendono “la Ditta” – ohibò – chiosando che è noto che la mafia salga sempre sul carro dei vincitori. È quindi è normale trovarsela di fianco, se vincono loro. Eh, ma allora questo non varrebbe per tutti? E no, la presunzione d’innocenza vale solo se voti il comico nazionale. Se no sei un corrotto. A prescindere, come diceva Totò.

È davvero troppo appagante rivolgere loro, per una volta, le accuse, gli sfottò, finanche gli insulti che quotidianamente ogni onesto militante del Partito Democratico deve subire. Quasi vergognandosi di quella tessera in tasca, fatta col sogno di cambiare se non il mondo, perlomeno il pianerottolo davanti al portone di casa. Pur sentendola insufficiente, inadeguata, e soffrendo ogni santo giorno per quanto cambiare qualcosa in questo Paese sia così tremendamente difficile. Ma sentendo che ogni altra strada possibile, è un vicolo cieco.

E’ bello, impagabile, consolante, appagante. Per una volta. Poi basta.

Perché nella sfida al ribasso tra gli sbandieratori della legalità e i difensori del principio “avete visto che alla fine siamo tutti uguali”, vincono loro. Loro, che governano dieci Comuni, nessuna Regione. Loro che salgono sui tetti, che in Parlamento non ci sanno stare. Loro che parlano da un blog. Loro che votano le espulsioni, ma non gli indirizzi politici. Loro che alla fine dei conti, non contano un cazzo, e s’illudono di valere uno. E magari! Uno sarebbe già tanto.

A buttarla in cagnara vincono loro. Perché significa che abbiamo rinunciato a guidare la società, e ci fermiamo per prendere a ceffoni quello m che strombazza col clacson da dietro, perchè vuole passare avanti, non riuscendo a vedere che il Paese è ridotto a una sola corsia da eterni lavoro in corso, e siamo tutti in fila a passo di lumaca.

Perchè quelli che devono dimostrare di essere costantemente al di sopra di ogni sospetto siamo noi. Anche quando il sospetto, come nel caso Banca Etruria, è solo farneticazione urlata dal web.

A buttarla in cagnara, vincono loro. Perchè non hanno nulla da dimostrare. Nulla da perdere. Nulla da farsi perdonare.

Che poi l’ultimo che ha provato a dire: siamo tutti uguali; bisogna prenderne atto, così fan tutti; è morto solo, in esilio.

L’onestà è già qui, nella pratica di centinaia di amministratori, dirigenti, militanti che vogliono un’Italia diversa. Che non si vuole vedere. Tiriamo invece fuori il loro esempio, e allora sì, l’onestà tornerà di moda.

Che non è mica una T-shirt figa da indossare in discoteca. Ma un costume anonimo da indossare ogni giorno. Tutti.

Il 31 Matera festeggia, il 31 Matera sprofonda

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E’ l’eterna storia delle contraddizioni lucane, e a volte il destino ci mette lo zampino in modo davvero beffardo. Il 31 dicembre segnerà l’inizio di una nuova stagione per la città, di un nuovo modo di concepire ed intendere la cultura e lo sviluppo (invero piuttosto deprecabile da quel poco che si intende e si ascolta) e pesantemente simboleggiato dal mega palco che alternativamente oscura o illumina a giorno piazza Vittorio Veneto; ma il 31 dicembre sarà anche la fine per centinaia di famiglie di certezze e stabilità, e si trasformerà in incubo. E ci sarà ben poco da festeggiare.

Com’è noto Telecom dopo 10 anni staccherà la spina al più grande call center materano, che impiega stabilmente oltre 400 persone. Una piccola miniera d’oro per la piccola comunità materana che non può (o non vuole) tuffarsi nel business turistico.

Da queste pagine virtuali più volte abbiamo espresso l’augurio che Matera 2019 potesse trasformarsi in occasione di sviluppo soprattutto per altre attività, diverse da quella turistica, che per parte sua già gode e godeva di ottima salute; ma di voler cogliere la spinta di questa occasione non se ne parla ancora, e  anzi si minano le già poche certezze di questa terra.

Datacontact non deve chiudere. Alla politica l’appello a fare tutto il possibile per salvare ogni singolo posto di lavoro, mettendo l’azienda in grado di lottare con tutti i mezzi per continuare a vivere, anche sfruttando le competenze accumulate per incontrare nuovi mercati e nuovi clienti; a Telecom di guardare meno i numeri, i report e le tabelle, e pensare alla vita delle persone, le stesse che per dieci anni si sono dedicati a tenerne alto il nome, mettendoci faccia e voce con professionalità di fronte a clienti vessati da disservizi, veri o presunti. Ed è questa l’unica etica che conta.

Telecom deve farlo, o l’immenso e maestoso Vaffanculo che partirà dal palco del Capodanno dalla Capitale della Cultura, sarà di quelli che non si dimenticano, e che può far male anche ai bilanci.

Il salva-banche, spiegato bene (almeno ci proviamo)

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Sarà capitato anche a voi. Di avere una musica in testa? No, di leggere su bacheche e siti online del caso delle banche “salvate” dal governo. Tra le banche “salvate” c’è anche quella in cui lavorava il padre del ministro Boschi, e nel governo c’è il Ministro Boschi. Un’equazione sufficiente per gridare all’ennesimo scandalo all’italiana. Manco a dirlo il primo a buttarcisi a pesce è Beppe Grillo, dalle colonne del Sacro Blog, cui seguono a ruota molti esponenti e militanti della costituenda sinistra extra-PD. Ma le cose stanno realmente così? La materia è complessa, ma certamente con tutte le cautele di un caso ancora in evoluzione, possiamo affermare che molti degli articoli e slogan grillini, al netto degli insulti, siano – strano, eh? – quantomeno imprecisi, se non proprio falsi e tendenziosi.

Cominciamo subito col dire che l’antitrust ha valutato corretto il comportamento della Boschi (assente nel Consiglio dei Ministri che ha approvato il provvedimento) e inesistente fino a prova contraria l’ipotesi di conflitto d’interesse, perchè non si capisce quale vantaggio avrebbe acquisito la famiglia Boschi dal provvedimento. Che anzi in quanto azionista dovrebbe averci rimesso un bel po’, come vedremo di qui a breve. Ma so già che direte che non vi fidate mica dell’antitrust, nel Paese in cui Berlusconi ha potuto spadroneggiare in lungo e in largo; allora vediamo più in dettaglio di cosa si tratta, e perchè i grillini ancora una volta ciurlano nel torbido solo per un ritorno personale e perchè di fare politica, o anche solo corretta informazione, se ne sbattano altamente le perifrasi.

Come ben spiegato in questo articolo, il provvedimento del Governo anticipa in una certa misura il famigerato bail-in, in vigore dal primo gennaio 2016 e anch’esso oggetto della violenta campagna di disinformazione grillina, che di condivisione in condivisione punta a solleticare la pelle pruriginosa del ventre molle del Paese. In realtà il bail-in (letteralmente “salvataggio da dentro”) è di fatto una procedura concorsuale: quando un’azienda ha troppi debiti per sopravvivere, fallisce. Il fallimento è appunto una procedura concorsuale: viene nominato una sorta di commissario esterno (il curatore fallimentare) che valuta se risanare l’azienda o liquidarla. Nella stragrande maggioranza dei casi viene liquidata, e così facendo i suoi creditori perdono i loro crediti, o concorrono a recuperarne solo una piccola parte dalla vendita dell’attivo dell’azienda. Beh, sembra strano, ma anche la banca è un’azienda. E creditori della banca sono non solo gli obbligazionisti, che prestano alla banca denaro sottoscrivendo titoli detti appunto obbligazioni, ma anche i correntisti: quando versiamo il nostro stipendio sul c/c di fatto prestiamo i nostri soldi alla banca, che infatti per questa magnanimità ci riconosce un (misero) interesse. Naturalmente le banche non sono aziende qualunque, e i correntisti non sono creditori qualunque, essendo interessati soprattutto ai servizi più che al misero interesse ricavabile dal deposito. Per questa ragione finora le banche gestite coi piedi da manager incapaci o addirittura corrotti, sono state salvate con procedure di bail-out, ovvero di salvataggio esterno. In pratica lo Stato (cioè tutti noi) ci metteva i soldi per risanare le banche in crisi. Come dire che loro sperperavano il denaro dei loro creditori (obbligazionisti e correntisti) per anni, a volte decenni, e poi noi dovevamo rimetterci. Questa procedura ha difatti provocato scossoni enormi negli equilibri dei bilanci statali di molte Nazioni, alimentando la crisi finanziaria globale dalla quale non siamo di fatto ancora usciti.

Con il bail-in, quindi, in pratica la banca torna ad essere un’azienda più simile alle altre. A pagare per il suo salvataggio (cioè a rimetterci i soldi) saranno allora solo i suoi azionisti (cioè i proprietari) e i suoi creditori. Compresi obbligazionisti e correntisti. Tutti, nessuno escluso. Anche chi ha poche migliaia di euro depositati potrebbe infatti rimetterceli, ma in Italia fino a 100.000 euro è comunque garantito da un fondo di garanzia sui depositi e potrà recuperarli interamente, fino appunto al limite indicato. Oltre, li perderà, perchè la banca decotta e fallita non potrà più restituirglieli.

Che senso ha tutto questo? Beh, pare evidente il senso del provvedimento. Si vuole innanzitutto responsabilizzare i prestatori di capitale, invitandoli a stare attenti a dove mettono i loro soldi, e a chi prestano il loro denaro. Da parte loro le banche dovranno necessariamente dare maggiore garanzia di solidità ai risparmiatori, concorrendo tra loro con gestioni virtuose, anche perchè appena si dovesse sentire uno scrocchiolìo, un rumors che mettesse in dubbio la solidità della propria banca, ci sarebbe una fuga di capitali che accellererebbe la cris e non darebbe scampo al management. Le banche insomma dovranno rischiare meno, concentrarsi su investimenti sicuri, magari sull’economia reale invece che pompare bolle speculative sui mercati finanziari per macinare capital gain e gonfiare i bilanci. Questo in teoria. Quel che accadrà nella realtà è da vedere; in ogni caso è finita l’epoca in cui i dividendi se li intascavano gli azionisti e i creditori delle banche (spesso altre banche) godevano di rendite superiori, mentre poi le perdite le pagavamo tutti noi attraverso gli interventi dello Stato.

Insomma, tutto il contrario dell’aiuto di Stato di cui si vaneggia su inattendibili siti e blog di controinformazione, a cominciare dal principale: il blog di Beppe Grillo. E fa anche strano che certa sinistra si opponga duramente al provvedimento, senza spiegare perchè, magari facendo leva populisticmente su casi di cronaca che certamente sconvolgono e lasciano l’amaro in bocca.

Si può tutt’al più evidenziare che la soglia di garanzia di 100.000 euro debba essere aumentata, dal momento che per chi porta denaro in banca aumentano di sicuro i rischi, mentre non è certo che aumenteranno le informazioni a disposizione per poterli correttamente valutare. E magari la garanzia dovrebe essere estesa anche ai piccoli investitori, per lo stesso ammontare, che sono spesso per lo più alla ricerca di un posto alternativo al materasso nel quale parcheggiare i propri risparmi.

In ogni caso quel che è certo è che quello varato dal Governo non è affatto un provvedimento che va contro i piccoli risparmiatori, almeno non intenzionalmente. Anzi, l’aver anticipato il provvedimento rispetto all’entrata in vigore del vero e proprio bail-in mira proprio a tutelare i risparmiatori: se le banche oggetto del “salvataggio” fossero state salvate nel 2016, cioè fra poche settimane, con l’entrata in vigore delle nuove norme sarebbero stati toccati anche i correntisti, quindi appunto i risparmiatori. Come detto, infatti, dal primo gennaio in caso di fallimento di una banca a rimetterci saranno azionisti, investitori e grandi correntisti. In ogni caso di certo non la platea tradizionale di un classico partito di sinistra, il che rende tutta questa polemica assolutamente incomprensibile e surreale.

Vorremmo comunque concludere questo articolo, al quale farebbe molto piacere ricevere le vostre riflessioni, con il pensiero di Aldo Nove, che forse riesce a restituire il giusto peso e dimensione alle cose, anche a chi, qui a sinistra, il giusto peso e dimensione delle cose dovrebbe conoscerlo bene.

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E Grillo cadde sulla spazzatura

L’attacco de l’Unità contro Grillo colpisce un obiettivo insperato. Il giornale di Renzi, nel denunciare da diversi giorni le condizioni delle strade di Livorno amministrate dal Movimento, ricolme di spazzature come nei peggiori giorni di Napoli, voleva mettere in evidenza la fallacia dell’azione amministrativa grillina, tutta chiacchiere e distintivo quando sta all’opposizione a puntare il dito, così fragile quando tocca loro governare.

Ma, come dicevo, l’attacco sortisce ben più pesanti risultati: viene fuori con violenza la vera natura di questo movimento, così nobile nelle intenzioni e così debole nelle azioni, eterodiretto da un manipolo di persone disseminate da qualche parte nel web.

Grillo, al limite dell’isteria, tira fuori questo post, dicendo in pratica che Livorno è pulita, invece Reggio Calabria dove governa il PD è sommersa dalla spazzatura:

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Tranquilli cittadini, è tutto a posto, è la solita disinformazione del Bildenberg. Sarà, ma intanto i livornesi protestano anche sul Sacro Blog, dove vengono prontamente bollati come piddini, quindi bruciati sul rogo come ogni eretico si merita, per non aver avuto fede nell’infallibilità del Guru:

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Come se non bastasse, un comunicato stampa della dirigente PD reggina Anna Rita Leonardi smaschera la falsità: la foto attribuita a Reggio Calabria 2015 è di due anni fa, prima che l’attuale amministrazione si insediasse e mettesse mano al problema. Anche il sindaco di Reggio conferma…

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E come ulteriore conferma della tendenza bufalara del capo del Movimento, il post incriminato viene rimosso, ma ormai la figuraccia è fatta, e fa comunque il giro del web: la rete ha memoria, e queste sono paradossalmente parole di Grillo. Ammetto che la pressione del PD ha un che di propagandistico, ma chi di propaganda ferisce poi perisce, e proprio Grillo è l’ultimo che può lamentarsene dato che ne fa un uso smodato e quotidiano.

L’autogol comunicativo è peraltro devastante, perchè gli italiani scoprono che un’amministrazione PD ha preso in mano una situazione disastrosa due anni fa e l’ha portata sulla strada della normalizzazione; un’amministrazione grillina ha preso invece in mano una città tranquilla come Livorno, approfittando della stanchezza verso un certo modello di gestione, e l’ha trascinata nel baratro.

Ma c’è anche un dato politico. La base grillina difende il suo sindaco mostrando foto o linkando articoli che rimandano a gestioni a loro dire fallimentari del PD. Come quella di Roma, dove però Marino ha avuto a che fare con la mafia, oltre che coi buchi di bilancio, e verso il quale il nostro comico ha avuto un atteggiamento molto meno comprensivo, chiedendone la testa.

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Che poi ci siano dirigenti e amministratori incapaci nel PD è peraltro cosa nota e i lettori di questo blog sanno bene che non ne risparmiamo nessuno. Capita spesso peraltro quando amministri praticamente tutto il Paese, e non dieci Comuni.

E a me sembra comunque assurdo che chi sostiene un partito che canta ai quattro venti di sapere come risolvere i tutti i problemi di tutto il pianeta, ma che dico: di tutti i pianeti, colto in fallo si difenda dicendo “beh ma il Pd fa lo stesso”. Eh, ma se fa lo stesso, quest’aria si eterna saccenza come si spiega? Forse ha ragione chi dice che è meglio provare a cambiare il partito, e non cambiare partito?

Ma non finisce qui: la toppa al disastro politico comunicativo è peggio del buco. Grillo tuona contro l’Unità, rea di aver affondato il coltello nel fianco scoperto del Movimento: l’affidabilità dell’organizzazione e le capacità dei suoi eletti.

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Il titolo è illuminante: il pd disinforma coi tuoi soldi. Grillo, invece, disinforma gratis.

La differenza, alla fine, pare essere tutta qua.

Quanto sono lontani i giorni gai e luminosi delle minacce alle scatolette di tonno?

AGGIORNAMENTO: E se alla fine le cose non stessero nemmeno come le raccontano Nogarin e Grillo?
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Sarebbe ora di cancellare l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche italiane

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I fatti degli ultimi giorni, con il preside che avrebbe vietato i canti natalizi religiosi nella sua scuola, in nome della presunta laicità della stessa, e la conseguente rivolta dei genitori in nome di una tradizione da conservare e difendere, riapre in Italia un vecchia ferita.

E al di là di come i fatti siano andati davvero, che pare le cose non stiano del tutto come in un primo momento sono state raccontate, invece che fare l’analisi del sangue che fuoriesce dalla ferita in occasioni come queste, mi chiedo perchè questo argomento laceri la pelle dell’opinione pubblica italiana così profondamente.

Credo che la risposta sia nella sofferenza con la quale noi genitori atei  percepiamo l’ingerenza della religione nell’educazione dei nostri figli, perlomeno in uno spazio che dovrebbe essere laico, aperto al dubbio e non al dogma, alle domande difficili e non alle risposte facili, alla scienza e non alla fede. Ma sono certo che anche tanti genitori cattolici soffrono il veder compresso e trasformato l’insegnamento cristiano a un’ora di buca a scuola, e preferirebbero di gran lunga che la Parola di Dio fosse approfondita cone si deve nelle parrocchie e nel catechismo.

Mi chiedo quindi se non sia giunta l’ora di cancellare questo retaggio fascista di quasi in secolo fa (l’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche fu introdotto dal Concordato nel 1929) dalle nostre scuole, e dedicare magari quell’ora all’educazione civica, all’insegnamento della multiculturalità e della tolleranza, al valore della pace, in forme più laiche e universali.

Perché è del resto fortemente imbarazzante (ad esempio per un genitore agnostico come me) decidere per delega della spiritualità di mio figlio. Decidere cioè se lasciargli frequentare l’ora di religione a scuola, incapace poi a casa di confermare la bontà o veridicità di quanto appreso tra i banchi, costretto tra la spinta a mentire per lasciare che il suo percorso spirituale non subisca il mio condizionamento, e la tentazione di offrirgli un altro punto di vista, con il rischio di creare confusione e sminuire l’autorevolezza della scuola come Istituzione; o decidere di esonerarlo, come pure la legge consente, rischiando però di alimentare un processo di emarginazione e di marchiata diversità, difficile da comprendere nell’infanzia, e certamente tutto il contrario dell’integrazione che dovrebbe essere tra i principali obiettivi didattici, specie di questi tempi.

Non si tratta dunque di parteggiare nel derby tra chi preme perchè tutte le confessioni religiose nelle scuole abbiano pari dignità, e chi si batte per difendere simboli della tradizione dall’invasione di altri simboli. Si tratta di scindere gli ambiti: alla scuola quel che è della scuola; a Dio quel che è di Dio.

I tempi credo siano maturi, e dovremmo forse cominciare a parlare di questo, invece che schiararci in opposte tifoserie, alimentate dalla paura.

Storia di ordinaria buroCrazya

Comune di Matera. Sportello pratiche immobiliari, o come si chiama lui. Vado per ritirare un certificato di abitabilità, richiesto nel 2013 e mai ritirato per pigrizia, dimenticanza, o forse solo perchè non ne avevo mai avuto bisogno. Fino ad oggi. Sono allergico alla burocrazia, e quando posso evito o delego. Non oggi.

Presento la domanda protocollata all’epoca e il tizio la scruta come a cercare qualcosa cui appogliarsi per evitare di dover soddisfare la mia richiesta. Cominciamo male, penso. Ma forse sono solo prevenuto, data la mia atavica allergia all’inefficienza e all’inoperosità, delle quali la burocrazia italiana è impregnata fino al midollo, salvo pur presenti eccezioni. Ma, appunto: eccezioni.

Finalmente il suo volto truce si illumina. “Qui dice che l’appartamento ha già un certificato di abitabilità, visto che lo vedo segnalato tra gli allegati a questa domanda.”

“Boh” rispondo io “sarà relativo al vecchio appartamento, quando era intero: noi lo abbiamo frazionato in due unità, e ho bisogno del certificato di una delle due unità. Il tecnico mi ha detto di venirlo a ritirare, la domanda l’ha preparata lui, io non ci capisco nulla”.

La mia ingenua ammissione di impreparazione è manna per le sue orecchie. “E no. Mi serve il vecchio certificato di abitabilità”. E mi restituisce il foglio.

Rimango per interminabili secondi basito, fissandolo torvo. Già me la vedo arrivare: quella che doveva essere una pura formalità (ritirare un documento che dovrebbe essere già pronto da oltre due anni e archiviato qui, da qualche parte) rischia di trasformarsi in una storia di ordinaria buroCrazya, la burocrazia folle all’italiana.

Butto l’occhio alla domanda mentre l’attempato impiegato sorride sornione, cercando con gli occhi il prossimo da “servire”. Il mio rapporto con le pratiche edilizie è profondo quanto quello di De Ruggieri con gli orgasmi, ma la cosa mi sembra talmente lapalissiana che la butto lì: “Mi scusi buon uomo, ma qui dice che il vecchio certificato è stato allegato alla domanda originale quando fu protocollata” gli faccio con una punta di nervosismo rificcandogli il foglio in mano.

“Sì è così, e io ne ho bisogno per procedere” risponde lui piccato, ricacciandomi indietro il foglio come a dire: sta cosa nun sa da fà. Non oggi almeno. Mi gira così.

“Ma allora se il Comune ha già una copia del vecchio certificato allegato due anni fa, perchè volete la mia? E’ più bellina di quella che avete voi?”

L’inaspettata e virulenta reazione provoca la chiusura della comunicazione: “A guardi, se deve fare il polemico, la finiamo qua”.

Io fare il polemico? Non sarebbe da me, cribbio! Ma quando mai?

Per sua, e forse anche mia, fortuna l’impiegata dietro di lui si alza, prende in mano ‘sto benedetto foglio, batte qualcosa sul suo PC, e sentenzia: “Vada dal gem. Xxxxxx. Il certificato lo ha lui”.

E tanto ci voleva.

“Vede?” faccio all’impiegato di prima, quello del nun sa da fà “Non si tratta di fare polemica. Ma di capire da che parte gira il mondo.”

Giro i tacchi e lo lascio lì. Senza ascoltare la sua risposta amara, di burocrate che stavolta ha perso l’occasione di esercitare il suo piccolo e meschino diritto di poter vessare un cittadino e dimostrare, credo soprattutto a sè stesso, che in questo mondo esiste anche lui, perchè ha il potere di lasciare un segno.

Sulla nostra pazienza e sulla nostra vita.

Lascia o raddoppia (le tasse ai materani)?

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Molti cittadini materani stanno in questi giorni prendendo atto dell’aumento di Tari e Tasi deciso dal Comune di Matera. Peraltro una delle poche decisioni prese finora dalla nuova amministrazione di centrodestra, guidata da Raffaello De Ruggieri.

Sui social i commenti si sprecano, ed è forse il caso di fare un po’ di chiarezza.

E’ vero: l’aumento delle tasse era previsto, causato dalla chiusura della discarica di La Martella e della conseguente necessità di provvedere altrimenti. In attesa di trovare nuove soluzioni al problema, il trasporto dei nostri rifiuti fuori sede ha determinato infatti un aumento esponenziale dei costi, rispetto a prima, quando li sotterravamo comodamente sotto casa.

E’ falso invece che in Comune ci sarebbe un buco di 18 milioni lasciato dalla precedente amministrazione. La bufala nasce da un comunicato stampa di Gianni Rosa, il quale addebita però ad Adduce di non aver accantonato “riserve” per gestire i costi di chiusura della discarica materana. Come dire che siete in difficoltà perchè non avete accantonato i soldi per mandare vostro figlio all’università. Certo risparmiare sarebbe sempre consigliabile, ma non si tratta certo di un buco, inteso come soldi che dovevano esserci e invece mancano, per frode o truffa. Sarebbe peraltro facile governare coi soldi degli altri. Inoltre fatti e dati erano noti, come vedremo più avanti, e non è che si può cascare dal pero adesso.

In ogni caso, detto questo, c’è da aggiungere che la decisione di reperire maggiori risorse finanziarie per far fronte ai maggiori costi per il trattamento dei rifiuti, tassando i cittadini, piuttosto che in altro modo, è tutto merito del sindaco De Ruggieri e della sua giunta. Di nessun altro.

Ad agosto l’opposizione aveva infatti presentato un emendamento al bilancio che reperiva risorse rettificando alcune voci di accantonamento (ad esempio per liti, sovradimensionata). Peraltro nell’occasione rese noto che un aumento della tassazione era comunque fuori termine e sarebbe stato passibile di numerosi ricorsi. Ma la giunta De Ruggieri è andata dritta come un treno: bisognava tassare i cittadini a tutti i costi, non c’erano santi, anche se si era fuori tempo massimo. Altre soluzioni non sono state quindi prese nemmeno in considerazione. Nemmeno la lettera del Ministero che intimava di ritirare la delibera, perchè illegittima (anche se è in corso da parte del Parlamento una sorte di sanatoria), ha potuto negare a De Ruggieri la gioia di vedere più che raddoppiato il contributo dei cittadini alle casse comunali, fino a ieri tra i più bassi d’Italia.

Eppure ricorderete tutti i cartelloni 6×3 dai quali l’attuale Presidente del Consiglio comunale, main sponsor del sindaco spellatore, chiosava sicuro che avrebbe dimezzato le tasse ai materani, se avesse vinto le elezioni.

Non raddoppiate.
Nemmeno lasciate uguali.
Proprio dimezzate.

Orbene, è chiaro che non le ha vinte lui; ma si è pur apparentato con chi poi le ha vinte, e oggi occupa un posto di potere di rilievo. Ci si aspettava dunque quantomeno un po’ di resistenza, una battaglia politica per imporre le sue diverse idee. Invece niente. Nemmeno una protesta. Un no con la mano. Un’alzata di sopracciglio.

Dico questo anche perchè sul punto il suo programma elettorale, manifesto a parte, era piuttosto chiaro. Lo si può ancora leggere sul suo sito internet: “Ridurre le tasse comunali del 50%, una operazione sostenibile, studiata nei minimi dettagli dai nostri tecnici“. Mecojoni! E mo’ tutto sto lavoro dei tecnici lo buttiamo a mare? Eddai, non si fa! Poveri tecnici.

Addirittura ci si vantava che “Abbiamo studiato dettagliatamente i bilanci del Comune di Matera in questi anni“. Deduciamo da questo che non abbia trovato alcun buco da 18 milioni, che se no lo avrebbe studiato davvero male. Ma presegue: “vi sono molte voci inutili ed improduttive che vanno eliminate del tutto. Inoltre, molte altre risorse economiche possono essere ottimizzate, migliorando l’efficienza dei servizi e riducendo la spesa. Tuttavia, una grossa fetta di questo risparmio è connesso ad una nuova politica della gestione dei rifiuti“.

Insomma non più tardi di cinque mesi fa Tortorelli era convinto (avendo studiato i bilanci del Comune, eh) di poter ridurre sensibilmente le già basse tasse ai materani. Anche rivedendo la gestione dei rifiuti, cosa che non è avvenuta. Si dirà che partire con un nuova gestione dei rifiuti non è possibile nell’immediato, ed è una risposta comprensibile. Tuttavia se la nuova amministrazione si sta avviando verso la strada indicata da Tortorelli, non era possibile evitare il raddoppio (momentaneo, dobbiamo dedurre) delle tasse ai cittadini, visto che tra qualche mese o anno si ridurrano sensibilmente grazie alle nuove politiche di gestione delle spese e del ciclo dei rifiuti? Non era ad esempio possibile ridurre, tanto per cominciare, e per dare il buon esempio ai cittadini – che quando si tira la cinghia il primo cittadino non può mica diventare l’ultimo – le spese di giunta (ben 9 assessori) e staff (tutti stipendiati a carico del Comune, cioè nostro, mentre la passata attingeva copiosamente da dipendenti comunali o regionali a costo zero), tanto per cominciare?

Beh, secondo me si poteva eccome. Aveva ragione Tortorelli, quello dei manifesti in campagna elettorale. Non si è voluto, piuttosto. Ma questo bisognerebbe avere il coraggio di dirlo ai cittadini, e spiegare perchè, senza cercare  improbabili scuse. È stata una scelta politica, affatto inevitabile.

Certo fa specie che i cinque anni di Adduce, caratterizzati da marcati tagli dei trasferimenti dallo Stato ai Comuni (Matera ad esempio ha dovuto rinunciare a 14 milioni di euro) abbiano visto una graduale riduzione della pressione fiscale. Ora invece che arrivano i soldi (28 milioni stanziati dal Governo per Matera 2019), le tasse aumentano.

C’è qualcosa che non torna. Sarà la capacità di governare? Beh, quella in verità, speriamo torni al più presto.

La voce del padrone

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Possibile che dell’ultimo scandalo al Comune, la misteriosa delibera che assegna in custodia temporanea un prestigioso immobile dei Sassi (Patrimonio dell’umanità, non del Comune) ad un neonata associazione ambientalista facente capo ad alcuni esponenti politici locali della stessa maggioranza che gestisce il Comune, non ci sia traccia sulla principale TV locale materana? Eppure le passate amministrazioni furono messe in croce per molto meno…

Possibile che la redazione del tg locale in onda h24 abbia ritenuto non rilevante la cosa? Possibile che nessuna rubrica della suddetta tv locale (che so: cuccuruccu, ad esempio) abbia sentito il prurito di andare a chiarire la vicenda con i protagonisti interessati, ficcando loro un microfono sotto il naso ? Possibile che mentre la parte della città informata discuteva dell’opportunità della svelata commistione tra ruoli pubblici e privati che sembra caratterizzare l’azione dei nostri governanti, TRM mandasse in onda una tranquillizzante intervista all’assessore Amenta, parte in causa della vicenda, su qualunque altro argomento dello scibile umano, meno che questo?

Eppure è così. I cittadini materani possono quindi conoscere la notizia solo leggendo i giornali o i contenuti online. La tv, invece, tace. E mi pare siamo ben oltre la legittima scelta di linea editoriale, visto che la vicenda ha scatenato notevoli reazioni politiche e centinaia di commenti sui social.

Il silenzio di TRM sarà il riflesso del silenzio del sindaco, che sulla questione non ha al momento ancora rilasciato alcun dichiarazione ufficiale? Ma che TRM è diventata un’estensione dell’ufficio stampa del sindaco? E Giordano che fa, riassetta la scrivania del primo cittadino? E dove sono tutti quelli che mormoravano di un presunto “circolo degli amici” e ora tacciono di fronte al palesarsi di un circolo ancora più chiuso, affamato ed agguerrito?

Attacca il ciuccio dove vuole il padrone, recita un vecchio adagio contadino materano.

Si vede che il padrone, per ora, non vuole che si attacchi.