Capodanno Rai, Presepe Vivente, Lumen, CatalystPiano: diamo i voti

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Diverse manifestazioni si sono intrecciate in questi giorni a Matera. Hanno origini e obiettivi diversi, ma proviamo a fare il punto.

LUMEN – VOTO 4
Il primo evento del Dossier di candidatura a Capitale della Cultura realizzato dopo la nomina ha deluso. Prometteva un corale e partecipato intervento di tutti i materani nel costruire luminarie fai-da-te che avrebbero rallegrato le vie cittadine (per il resto piuttosto scialbamente addobbate a festa per quanto di competenza dell’amministrazione comunale). Eravamo piuttosto scettici ma curiosi su come la pur condivisibile idea si sarebbe concretizzata. Possiamo dire a consuntivo che sia risultata del tutto impalpabile. Crediamo quindi che una registrata alla capacità della Fondazione di tradurre praticamente le pur condivisibili velleità enunciate nel Dossier si renda necessaria. Rimandati a settembre (ma speriamo prima!).

PRESEPE VIVENTE  – VOTO 6
Solo fino ad un anno fa era l’evento principale della città del periodo natalizio. Praticamente eclissato dal Capodanno Rai, ha comunque continuato a far registrare un buon afflusso, rimodulando anche la formula. Tuttavia continuiamo a mantenere le nostre perplessità sul fatto che un evento che consente ad un privato di lucrare (facendo pagare un biglietto al visitatore) sequestrando un pezzo della città vecchia per intere giornate, necessiti di un bando pubblico o della guida di una Fondazione con bilanci e metodologie di gestione trasparenti. E’ una questione etica prima che, probabilmente, legale. Inoltre, un salto di qualità anche nella stessa proposizione dell’evento è possibile e auspicabile; ad esempio prevedendo laboratori che durante l’anno coinvolgano cittadini attivi e maestranze locali per la rappresentazione e l’allestimento dell’evento; o organizzando l’evento in periodi in cui la pressione turistica è minima (ad esempio la settimana prima di Natale, che all’Immacolata e a Capodanno Matera è comunque sold out a prescindere dal Presepe vivente): avrebbe anche maggiore senso giustificare i contributi pubblici versati all’organizzazione. Non si può chiaramente non riconoscere il ruolo di chi l’evento l’ha avviato quando in città non c’era praticamente altro, ma si può migliorare, anzi si deve già a partire dalla prossima edizione. E magari la nuova amministrazione bene farebbe a pensarci subito, prima di dover alzare le mani, come ha già fatto quest’anno, a causa dei suoi balbettìi, ritardi e divisioni.

CAPODANNO RAI IN PIAZZA – VOTO 8
Le numerose critiche rivolte allo show erano prevedibili e si seguono uguali ogni anno; proprio per questo le numerose critiche rivolte alla Regione e al Comune sulla scelta stonata rispetto all’obiettivo culturale che ci siamo dati, erano altrettanto prevedibili e prevenibili. Arrivano però troppo tardi. Dov’erano un mese fa tutti questi cervelloni che ora si stracciano le vesti e si spellano le mani sui quotidiani nazionali e sui social? Avevamo messo agli atti il nostro dissenso al momento dell’annuncio, quasi da soli: n pochissimi rilevarono allora l’evidente stonatura. Ma occorre oggi separare i piani: chi ha investito sul Capodanno Rai (d’accordo, c’erano mille modi diversi e forse migliori per promuovere anche più efficacemente il nostro territorio), Pittella in testa, si è affrettato a tranquillizzare che il Capodanno Rai è solo una vetrina per Matera e tutta la Basilicata, e che si aggiungerà e non sostituirà i traguardi da tagliare sulla strada del 2019. E noi vogliamo credere che sia così. Anche perché pubblicizzare un prodotto che ancora di fatto non esiste, se non nelle nostre aspirazioni collettive e – ci vorremmo augurare – nelle menti della classe dirigente lucana e materana, rischia di essere un boomerang. Spiego: abbiamo visto tutti i servizi di Silvia Salemi decantare la bellezza degli scavi di Metaponto; peccato siano chiusi molti mesi all’anno a causa della cronica mancanza di fondi. Che li facciamo venire a fare i turisti? Per mostrargli un cancello chiuso? Ancora. abbiamo sentito tutti parlare del futuro della Basilicata con toni trionfanti e ammirati circa la capacità della nostra regione di capitalizzare gli investimenti industriali. Manco fossimo la Lombardia. E basta guardarsi intorno. Insomma la luce potente dei riflettori può essere ulteriore elemento catalizzante in grado di accelerare l’auspicabile processo di creazione di infrastrutture, di reti tra realtà locali, di valorizzazione dei tanti siti di interesse storico e culturale già presenti. Quindi non mi dispiace affatto. A patto di non raccontare ogni anno una regione che non esiste. Mi auguro quindi che vista da questa angolazione – l’unica a mio avviso corretta, perché non strumentale – il Capodanno Rai possa diventare invece il racconto annuale dei progressi e del cammino verso Matera 2019. Provando magari, da main sponsor, a influenzare il format per il futuro. Sostituendo magari le imitazioni alla Gigi Sabani con momenti più riflessivi; o prevedendo che i fondi raccolti coi messaggini (pare 150.000 a 50 cent l’uno per un incasso “indebito” – visto che il servizio non è nemmeno garantito – di ben 75.000 euro) vadano in beneficenza; e si potrebbe allora anche pagarli un euro. Che poi, diciamoci la verità: tra lenticchie, cotechino e spumante, ma chi diavolo lo segue davvero ‘sto show (lucani a parte, si intende)? E’ chiaro che nasce per fare solo da sottofondo fino al count-down di mezzanotte. A proposito, la prossina ediIone ricordiamoci di sfarlo un minuto dopo per recuperare quello di anticipo di quest’anno. Non vorremmo proprio che si provocasse un paradosso temporale, il cui risultato potrebbe provocare una reazione a catena che scomporrebbe la tessitura del continuum tempo-spazio distruggendo l’intero Universo! Proprio da Matera poi. Che figura di merda ci faremmo con l’intero universo???

Tornando seri (più o meno), che l’attenzione sia alta e che si debbano evitare figuracce (ben più gravi degli spoiler e delle bestemmie in sovraimpressione) è quindi interesse nostro e di tutti i lucani che dal 17 ottobre 2014 vogliono scommettere sulla loro terra e vogliono credere che il sogno dello sviluppo sia possibile e non più rimandabile. Ma perché si compia, non smetteremo mai di ricordarlo, è necessario anche allargare il raggio d’azione oltre il turismo, oltre l’eventificio, oltre le politiche di branding: occorre cioè costruire oggi quello che rimarrà dopo il 2019, quando le luci dei riflettori si affievoliranno, e l’attenzione inevitabilmente si sposterà altrove. Nel frattempo, godiamocela questa attenzione. Che non capita da tanto tempo, e certamente non durerà per sempre. Anzi magari di tanto in tanto ricordiamoci di ringraziare chi ci ha permesso di arrivare fin qui, pretendendo adesso di continuare ad andare ancora avanti, e non più indietro.

CATALYSTPIANO – VOTO 10

E’ a nostro avviso l’evento che meglio di tutti incarna l’anima di #Matera2019. Costato pochissimo (praticamente zero, se gli abitanti culturali prendessero il sano vizio di evitare di vandalizzare ogni cosa trovano davanti priva dell’etichetta di proprietà privata), ha prodotto decine di migliaia di condivisioni, status, hashtag, sfruttando appieno la potenza dei social. Ha reso plasticamente l’idea che a Matera succederanno cose, e molte delle cose che succederanno, succederanno a Matera. Una molla motivazionale fortissima per venire a vedere cosa diavolo sta capitando da queste parti, e perchè se ne parla così tanto, e così insistentemente (Capodanno compreso)… Ma soprattutto #CatalystPiano ha prodotto decine, centinaia di esperienze individuali e collettive, spostando in alto l’asticella del concetto di cultura, che da erudizione e conoscenza si fa proprio esperienza. A portata di chiunque. Anche di un abitante temporaneo distratto. E scusate se è poco.

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Marco Masini, da Matera un Vaffanculo a Telecom?

“Voglio fare una dedica anch’io. Io la vorrei dedicare a tutte le aziende che fanno soltanto i conti e licenziano, senza pensare alle famiglie che poi restano a casa. Credo che si possa fare anche una politica aziendale diversa, pensando più che altro ai nostri valori e al principio che comunque è quello di poter creare una famiglia, di poter avere tramite il lavoro uno stimolo di vita: senza il lavoro non si vive.”

Con chi ce l’aveva Marco Masini, dal palco del Capodanno materano?

Aveva appena finito di cantare la sua hit “Vaffanculo”, dai conduttori simpaticamente e metaforicamente dedicata a diverse categorie di varia umanità, prima che la poderosa voce del “Maso” riempisse l’etere di liberatori improperi.

Come ricorderete, qualche giorno fa c’è stata a Matera una vertenza tra Telecom Italia e l’azienda lucana Datacontact. Il gigante italiano della telefonia ha minacciato di non rinnovare il contratto con il call center materano adducendo varie motivazioni, tra le quali la crisi economica e la condanna inflitta recentemente in via definitiva ad uno degli azionisti di Datacontact; condanna che contrasterebbe con il codice etico interno di Telecom che riguarda anche i fornitori. Tutto molto bello, ma da un’azienda che contemporaneamente minaccia di lasciare a casa da un giorno all’altro almeno la metà dei circa 400 dipendenti del call center con cui è in affari da dieci anni, lezioni di etica non vorremmo ascoltarne.

In ogni caso, abbiamo raccontato la vicenda in questo articolo, notificandolo anche a Marco Masini quale destinatario della chiosa finale, auspicando che proprio dal concerto di Capodanno di Matera potesse partire un potente “Vaffanculo” alle aziende come Telecom per invitarle in futuro “a guardare meno i numeri, i report e le tabelle, e pensare alla vita delle persone“. Quasi le stesse parole usate dal palco di fronte a 5 milioni di telespettatori da Marco Masini.

Che Marco abbia letto il nostro articolo è probabile, e dopo la sua pesante sparata, anche evidente: questo infatti il retweet dalla sua pagina ufficiale su Twitter:

marco masini tweet

Nel frattempo la vertenza tra Datacontact e Telecom Italia ha subìto un aggiornamento, essendo stato prorogato il contratto attuale di altri tre mesi. Beh certo non sarà stato il nostro articolo, pur molto letto e condiviso, a far desistere il colosso dai suoi intenti; che comunque immaginiamo solo rimandati e non abbandonati.

Ma in mezzo a tanta musica, balli e divertimenti, nella notte più festosa dell’anno, dalla Capitale della Cultura è comunque partito un messaggio importante, che condividiamo fortemente e fortemente sottolineiamo, non solo perché ci coinvolge direttamente, come autori e come materani, ma perché è parte fondante dell’esistenza stessa di questo blog.

E siamo oltretutto contenti che a lanciarlo sia stato proprio Marco Masini, che ha sempre mostrato sin dall’inizio della sua carriera artistica una spiccata sensibilità al disagio e alle sofferenza di ragazzi e ragazze che con fatica tirano avanti in “questa piccola storia infinita,
che chiamiamo ancora vita“.

Insomma Marco Masini ha dedicato “Vaffanculo” a Telecom? Noi non lo diciamo, e lasciamo il punto interrogativo.

Ma certamente Marco ha tratto dalla vicenda materana lo spunto per una riflessione di carattere generale e universale, che qui, con questo pezzo, sottolineiamo e sottoscriviamo.

Grazie Marco, ti aspettiamo ancora a Matera! 😉

 

Il 31 Matera festeggia, il 31 Matera sprofonda

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E’ l’eterna storia delle contraddizioni lucane, e a volte il destino ci mette lo zampino in modo davvero beffardo. Il 31 dicembre segnerà l’inizio di una nuova stagione per la città, di un nuovo modo di concepire ed intendere la cultura e lo sviluppo (invero piuttosto deprecabile da quel poco che si intende e si ascolta) e pesantemente simboleggiato dal mega palco che alternativamente oscura o illumina a giorno piazza Vittorio Veneto; ma il 31 dicembre sarà anche la fine per centinaia di famiglie di certezze e stabilità, e si trasformerà in incubo. E ci sarà ben poco da festeggiare.

Com’è noto Telecom dopo 10 anni staccherà la spina al più grande call center materano, che impiega stabilmente oltre 400 persone. Una piccola miniera d’oro per la piccola comunità materana che non può (o non vuole) tuffarsi nel business turistico.

Da queste pagine virtuali più volte abbiamo espresso l’augurio che Matera 2019 potesse trasformarsi in occasione di sviluppo soprattutto per altre attività, diverse da quella turistica, che per parte sua già gode e godeva di ottima salute; ma di voler cogliere la spinta di questa occasione non se ne parla ancora, e  anzi si minano le già poche certezze di questa terra.

Datacontact non deve chiudere. Alla politica l’appello a fare tutto il possibile per salvare ogni singolo posto di lavoro, mettendo l’azienda in grado di lottare con tutti i mezzi per continuare a vivere, anche sfruttando le competenze accumulate per incontrare nuovi mercati e nuovi clienti; a Telecom di guardare meno i numeri, i report e le tabelle, e pensare alla vita delle persone, le stesse che per dieci anni si sono dedicati a tenerne alto il nome, mettendoci faccia e voce con professionalità di fronte a clienti vessati da disservizi, veri o presunti. Ed è questa l’unica etica che conta.

Telecom deve farlo, o l’immenso e maestoso Vaffanculo che partirà dal palco del Capodanno dalla Capitale della Cultura, sarà di quelli che non si dimenticano, e che può far male anche ai bilanci.

Verri-Emiliano: la fine del sogno Matera-Basilicata 2019?

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Articolo pubblicato anche su il Quotidiano di Basilicata del 20/12/2015.

Paolo Verri va in Puglia, ma questa volta senza particolare clamore. A riprova del fatto che quando i processi sono gestiti dalla politica, si riescono comunque a prevenire polemiche e malumori.

Tuttavia le perplessità restano.

E’ vero che pochi mesi fa l’annuncio che Emiliano volesse Verri in Puglia aveva scatenato speculazioni sul fatto che la storica guida dei successi di Matera 2019 potesse lasciare Matera, verosimilmente in polemica per i mai troppo nascosti contrasti con la nuova amministrazione comunale; oggi sembra invece pacifico che si occuperà di entrambe le cose.

E’ vero che pochi mesi fa sembrava che Emiliano e Verri l’avessero fatta di nascosto a De Ruggieri e Pittella, i quali per la verità avrebbero forse ben poco protestato; e che oggi invece le parti pare abbiano trovato la quadra insieme.

La perplessità riguarda il fatto che consegnando di fatto Matera alla Puglia, si sia rinunciato allo sviluppo di un progetto che doveva essere Matera-Basilicata 2019, per abbracciarne un altro: Matera-Puglia 2019. E non è che sia la stessa cosa.

Un anno fa infatti, sulla scia della vittoria di Matera nella competizione #Ecoc2019, in molti avevamo auspicato che potesse essere occasione e volano di crescita e di investimenti infrastrutturali per tutta la Basilicata. Al netto di sciocche visioni e polemiche campanilistiche, la scelta di Pittella e di Emiliano segna dunque la fine del sogno di vedere la Basilicata (entro il 2019) finalmente libera dall’isolamento con il resto del Paese, efficacemente collegata al suo interno, pienamente sviluppata in tutti i suoi numerosi punti di interesse turistico-culturali?

Forse sì. Forse il Presidente della nostra Regione ha ritenuto impossibile il compito di attrezzarla in tempo per l’evento. O troppo oneroso lo sforzo richiesto. Meglio allora utilizzare la piattaforma pugliese, già quasi pronta e di certo già collaudata?

Matera rischia però così di trasformarsi da porta di ingresso alla Basilicata, ad accessorio di lusso della Puglia. Il che a ben vedere per i materani può essere un vantaggio, o alla peggio, del tutto indifferente.

Ma è un peccato che non si voglia, per volontà politica, sfruttare l’occasione strategica che il 2019 offre, ed estendere a tutta la Basilicata, la luce che Matera invece, rischia di riflettere solo verso la già luminosa Puglia.

Il salva-banche, spiegato bene (almeno ci proviamo)

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Sarà capitato anche a voi. Di avere una musica in testa? No, di leggere su bacheche e siti online del caso delle banche “salvate” dal governo. Tra le banche “salvate” c’è anche quella in cui lavorava il padre del ministro Boschi, e nel governo c’è il Ministro Boschi. Un’equazione sufficiente per gridare all’ennesimo scandalo all’italiana. Manco a dirlo il primo a buttarcisi a pesce è Beppe Grillo, dalle colonne del Sacro Blog, cui seguono a ruota molti esponenti e militanti della costituenda sinistra extra-PD. Ma le cose stanno realmente così? La materia è complessa, ma certamente con tutte le cautele di un caso ancora in evoluzione, possiamo affermare che molti degli articoli e slogan grillini, al netto degli insulti, siano – strano, eh? – quantomeno imprecisi, se non proprio falsi e tendenziosi.

Cominciamo subito col dire che l’antitrust ha valutato corretto il comportamento della Boschi (assente nel Consiglio dei Ministri che ha approvato il provvedimento) e inesistente fino a prova contraria l’ipotesi di conflitto d’interesse, perchè non si capisce quale vantaggio avrebbe acquisito la famiglia Boschi dal provvedimento. Che anzi in quanto azionista dovrebbe averci rimesso un bel po’, come vedremo di qui a breve. Ma so già che direte che non vi fidate mica dell’antitrust, nel Paese in cui Berlusconi ha potuto spadroneggiare in lungo e in largo; allora vediamo più in dettaglio di cosa si tratta, e perchè i grillini ancora una volta ciurlano nel torbido solo per un ritorno personale e perchè di fare politica, o anche solo corretta informazione, se ne sbattano altamente le perifrasi.

Come ben spiegato in questo articolo, il provvedimento del Governo anticipa in una certa misura il famigerato bail-in, in vigore dal primo gennaio 2016 e anch’esso oggetto della violenta campagna di disinformazione grillina, che di condivisione in condivisione punta a solleticare la pelle pruriginosa del ventre molle del Paese. In realtà il bail-in (letteralmente “salvataggio da dentro”) è di fatto una procedura concorsuale: quando un’azienda ha troppi debiti per sopravvivere, fallisce. Il fallimento è appunto una procedura concorsuale: viene nominato una sorta di commissario esterno (il curatore fallimentare) che valuta se risanare l’azienda o liquidarla. Nella stragrande maggioranza dei casi viene liquidata, e così facendo i suoi creditori perdono i loro crediti, o concorrono a recuperarne solo una piccola parte dalla vendita dell’attivo dell’azienda. Beh, sembra strano, ma anche la banca è un’azienda. E creditori della banca sono non solo gli obbligazionisti, che prestano alla banca denaro sottoscrivendo titoli detti appunto obbligazioni, ma anche i correntisti: quando versiamo il nostro stipendio sul c/c di fatto prestiamo i nostri soldi alla banca, che infatti per questa magnanimità ci riconosce un (misero) interesse. Naturalmente le banche non sono aziende qualunque, e i correntisti non sono creditori qualunque, essendo interessati soprattutto ai servizi più che al misero interesse ricavabile dal deposito. Per questa ragione finora le banche gestite coi piedi da manager incapaci o addirittura corrotti, sono state salvate con procedure di bail-out, ovvero di salvataggio esterno. In pratica lo Stato (cioè tutti noi) ci metteva i soldi per risanare le banche in crisi. Come dire che loro sperperavano il denaro dei loro creditori (obbligazionisti e correntisti) per anni, a volte decenni, e poi noi dovevamo rimetterci. Questa procedura ha difatti provocato scossoni enormi negli equilibri dei bilanci statali di molte Nazioni, alimentando la crisi finanziaria globale dalla quale non siamo di fatto ancora usciti.

Con il bail-in, quindi, in pratica la banca torna ad essere un’azienda più simile alle altre. A pagare per il suo salvataggio (cioè a rimetterci i soldi) saranno allora solo i suoi azionisti (cioè i proprietari) e i suoi creditori. Compresi obbligazionisti e correntisti. Tutti, nessuno escluso. Anche chi ha poche migliaia di euro depositati potrebbe infatti rimetterceli, ma in Italia fino a 100.000 euro è comunque garantito da un fondo di garanzia sui depositi e potrà recuperarli interamente, fino appunto al limite indicato. Oltre, li perderà, perchè la banca decotta e fallita non potrà più restituirglieli.

Che senso ha tutto questo? Beh, pare evidente il senso del provvedimento. Si vuole innanzitutto responsabilizzare i prestatori di capitale, invitandoli a stare attenti a dove mettono i loro soldi, e a chi prestano il loro denaro. Da parte loro le banche dovranno necessariamente dare maggiore garanzia di solidità ai risparmiatori, concorrendo tra loro con gestioni virtuose, anche perchè appena si dovesse sentire uno scrocchiolìo, un rumors che mettesse in dubbio la solidità della propria banca, ci sarebbe una fuga di capitali che accellererebbe la cris e non darebbe scampo al management. Le banche insomma dovranno rischiare meno, concentrarsi su investimenti sicuri, magari sull’economia reale invece che pompare bolle speculative sui mercati finanziari per macinare capital gain e gonfiare i bilanci. Questo in teoria. Quel che accadrà nella realtà è da vedere; in ogni caso è finita l’epoca in cui i dividendi se li intascavano gli azionisti e i creditori delle banche (spesso altre banche) godevano di rendite superiori, mentre poi le perdite le pagavamo tutti noi attraverso gli interventi dello Stato.

Insomma, tutto il contrario dell’aiuto di Stato di cui si vaneggia su inattendibili siti e blog di controinformazione, a cominciare dal principale: il blog di Beppe Grillo. E fa anche strano che certa sinistra si opponga duramente al provvedimento, senza spiegare perchè, magari facendo leva populisticmente su casi di cronaca che certamente sconvolgono e lasciano l’amaro in bocca.

Si può tutt’al più evidenziare che la soglia di garanzia di 100.000 euro debba essere aumentata, dal momento che per chi porta denaro in banca aumentano di sicuro i rischi, mentre non è certo che aumenteranno le informazioni a disposizione per poterli correttamente valutare. E magari la garanzia dovrebe essere estesa anche ai piccoli investitori, per lo stesso ammontare, che sono spesso per lo più alla ricerca di un posto alternativo al materasso nel quale parcheggiare i propri risparmi.

In ogni caso quel che è certo è che quello varato dal Governo non è affatto un provvedimento che va contro i piccoli risparmiatori, almeno non intenzionalmente. Anzi, l’aver anticipato il provvedimento rispetto all’entrata in vigore del vero e proprio bail-in mira proprio a tutelare i risparmiatori: se le banche oggetto del “salvataggio” fossero state salvate nel 2016, cioè fra poche settimane, con l’entrata in vigore delle nuove norme sarebbero stati toccati anche i correntisti, quindi appunto i risparmiatori. Come detto, infatti, dal primo gennaio in caso di fallimento di una banca a rimetterci saranno azionisti, investitori e grandi correntisti. In ogni caso di certo non la platea tradizionale di un classico partito di sinistra, il che rende tutta questa polemica assolutamente incomprensibile e surreale.

Vorremmo comunque concludere questo articolo, al quale farebbe molto piacere ricevere le vostre riflessioni, con il pensiero di Aldo Nove, che forse riesce a restituire il giusto peso e dimensione alle cose, anche a chi, qui a sinistra, il giusto peso e dimensione delle cose dovrebbe conoscerlo bene.

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Gramsci Togliatti Luongo Berlinguer

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di Nino Carella

La prima volta che ho incontrato Antonio Luongo ero bambino. Da piccolo, alle Feste dell’Unità, o alle manifestazioni alle quali accompagnavo mio padre, o anche in casa per indottrinare la prole, sentivo echeggiare il canto popolare “Bandiera Rossa”, che in un tripudio di autocelebrazione terminava con: “Evviva il grande partito comunista, di Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer!”.

Quando anni più tardi entrai nella federazione del PCI in piazza Firrao, ancora bambino, mi presentarono il compagno Luongo. Non ricordo le circostanze, ma ricordo bene la stretta al cuore nel trovarmi di certo al cospetto di un grande uomo, se era citato addirittura in una canzone, che i grandi cantavano con tanta serietà e convinzione! Il carisma e l’autorevolezza del portamento e della voce, che lo caratterizzavano allora come ieri, insieme alla febbrile attesa con la quale si aspettavano i “compagni di Potenza”, erano la prova che doveva essere di certo lui il “Luongo” di quel canto. Anni dopo capìi l’equivoco, ma quel senso di deferenza che avevo da piccolo, mi è rimasto dentro ogni volta che, ormai adulto, l’ho rincontrato.

E l’ultima volta che ho incontrato Antonio Luongo è stato giovedì scorso, e certamente nessuno dei due pensava che sarebbe stata l’ultima. Era stato chiamato a presenziare la direzione cittadina del PD. Dirimere questioni, prendere posizioni, era il suo compito. La ricerca spasmodica del punto che tenesse tutto in equilibrio sulla punta di un dito erano la sua missione. Prendersi le responsabilità degli errori commessi, anche quando non ne aveva, era la sua cifra. Con una leggerezza invidiabile, come se tutta questa corsa a schierarsi, a dichiarare pubblicamente, a puntare il dito di qui o di là, non fosse tanto importante quanto la nostra animosità tradiva. La vita e le cose fondamentali sono altre, sembrava dire Luongo tra le righe, commentando con una battuta o un sorriso sornione i passaggi più tesi. La politica è passione, e le passioni completano l’esistenza, non ne occupano tutto lo spazio. Politici così non ce ne sono più, e sono certo che la sua assenza graverà su di noi in un modo oggi nemmeno immaginabile.

All’ultimo Luongo, non avendo comunque per motivi di distanza geografica potuto valutare il primo, ho rimproverato molto. Ma con un “chi te l’ha fatto fare” di sottofondo, tanto era evidente l’impossibilità di conciliare i suoi condivisibili valori e il suo naturale senso del partito e della politica con questi tempi disordinati. Valori e identità che ancora di più dovremo impegnarci adesso a ricercare,  diffondere, e soprattutto praticare.

Con la sua improvvisa scomparsa si apre un vuoto nella politica lucana. E nel giorno del dolore e del ricordo, si fa ancora più evidente l’urgenza con la quale si sarebbe dovuto dar corso al nuovo corso, da tutti sempre evocato, da nessuno mai realizzato. Era infatti Antonio Luongo, con lo stesso carisma e la medesima autorevolezza di trent’anni fa, a fare da diga alle ambizioni, a fare da argine alle velleità, a tenere in equilibrio un partito senza più identità e direzione chiara, e dai confini incerti e facilmente valicabili. Non aver saputo, voluto o potuto creare una squadra, una guida che prescindesse dalla sua persona, priva infatti improvvisamente il Partito Democratico lucano della sua testa. Ma a questo ci si penserà domani.

Nel bene o nel male, a seconda di come la si pensa, Luongo è stato il protagonista silenzioso di questa ultima stagione.

Ciao, Antonio. Buon viaggio.

Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer ti aspettano. Per cantare insieme, ancora una volta, “bandiera rossa”.

M’illumino d’imme…nso

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Vi è piaciuto l’albero di Natale in piazza? Comunque la pensiate quest’anno è difficile risalire all’autore delle scelte, magari per complimentarsi con lui/lei della sobrietà e del buon gusto rivelato nell’occasione…

I DR boys sono infatti impegnati in queste ore nel puntare il dito contro la Fondazione Matera 2019: le luminarie fanno parte del progetto Lumen contenuto nel dossier, e se non vi piacciono prendetevela con Paolo Verri.

Nell’attesa che l’autore della scelta si palesi per ricevere i complimenti che merita, non possiamo però non notare che il programma Lumen dice chiaramente: “Si parte il 4 dicembre con l’accensione delle luminarie nel centro storico della città, spazio della socialità e dell’incontro, a cura dell’Assessorato al Turismo del Comune di Matera.”  Il nome del responsabile sarebbe dunque scritto chiaramente, ma i DR boys si difendono: il Comune ci ha messo solo i soldi. Ma perchè si difendono? A loro non piace? O hanno delegato il loro compito a qualcun altro, che magari ha dovuto fare in fretta e furia scelte di loro competenza?

Infatti nel dossier il progetto Lumen prevede solo dei workshop per un progetto di realizzazione diffusa e condivisa delle luminarie. Una bella idea e vedremo come si concretizzerà.

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Ma non ci pare questo il caso, visto che le luminarie accese ieri sono state ordinate ed allestite da una ditta specializzata. Da chi? Insomma, con chi dobbiamo complimentarci: Verri o De Ruggieri? E il sindaco non è anche il Presidente della Fondazione, in ogni caso? Perchè i DR boys scaricano su Paolo Verri la responsabilità di una scelta subito contestata da molti materani? Riprende la guerra fredda tra Comune e Fondazione?

Al di là del soggettivo giudizio estetico, il timore è che la scelta di quest’anno non riveli il coinvolgimento intellettuale ed emotivo che la Capitale della Cultura deve produrre. Lo scorso anno l’ulivo era simbolo di pace, di prosperità, nonchè simbolo della nostra terra.

La cosa più grave però è che pare palese che in città non ci sia da mesi a questa parte una cabina di regia e di comando in grado di assumere la guida e prendersi le responsabilità delle scelte.

Un pessimo viatico sulla strada del 2019, e cosa alla quale occorrerebbe subito porre rimedio.

E Grillo cadde sulla spazzatura

L’attacco de l’Unità contro Grillo colpisce un obiettivo insperato. Il giornale di Renzi, nel denunciare da diversi giorni le condizioni delle strade di Livorno amministrate dal Movimento, ricolme di spazzature come nei peggiori giorni di Napoli, voleva mettere in evidenza la fallacia dell’azione amministrativa grillina, tutta chiacchiere e distintivo quando sta all’opposizione a puntare il dito, così fragile quando tocca loro governare.

Ma, come dicevo, l’attacco sortisce ben più pesanti risultati: viene fuori con violenza la vera natura di questo movimento, così nobile nelle intenzioni e così debole nelle azioni, eterodiretto da un manipolo di persone disseminate da qualche parte nel web.

Grillo, al limite dell’isteria, tira fuori questo post, dicendo in pratica che Livorno è pulita, invece Reggio Calabria dove governa il PD è sommersa dalla spazzatura:

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Tranquilli cittadini, è tutto a posto, è la solita disinformazione del Bildenberg. Sarà, ma intanto i livornesi protestano anche sul Sacro Blog, dove vengono prontamente bollati come piddini, quindi bruciati sul rogo come ogni eretico si merita, per non aver avuto fede nell’infallibilità del Guru:

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Come se non bastasse, un comunicato stampa della dirigente PD reggina Anna Rita Leonardi smaschera la falsità: la foto attribuita a Reggio Calabria 2015 è di due anni fa, prima che l’attuale amministrazione si insediasse e mettesse mano al problema. Anche il sindaco di Reggio conferma…

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E come ulteriore conferma della tendenza bufalara del capo del Movimento, il post incriminato viene rimosso, ma ormai la figuraccia è fatta, e fa comunque il giro del web: la rete ha memoria, e queste sono paradossalmente parole di Grillo. Ammetto che la pressione del PD ha un che di propagandistico, ma chi di propaganda ferisce poi perisce, e proprio Grillo è l’ultimo che può lamentarsene dato che ne fa un uso smodato e quotidiano.

L’autogol comunicativo è peraltro devastante, perchè gli italiani scoprono che un’amministrazione PD ha preso in mano una situazione disastrosa due anni fa e l’ha portata sulla strada della normalizzazione; un’amministrazione grillina ha preso invece in mano una città tranquilla come Livorno, approfittando della stanchezza verso un certo modello di gestione, e l’ha trascinata nel baratro.

Ma c’è anche un dato politico. La base grillina difende il suo sindaco mostrando foto o linkando articoli che rimandano a gestioni a loro dire fallimentari del PD. Come quella di Roma, dove però Marino ha avuto a che fare con la mafia, oltre che coi buchi di bilancio, e verso il quale il nostro comico ha avuto un atteggiamento molto meno comprensivo, chiedendone la testa.

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Che poi ci siano dirigenti e amministratori incapaci nel PD è peraltro cosa nota e i lettori di questo blog sanno bene che non ne risparmiamo nessuno. Capita spesso peraltro quando amministri praticamente tutto il Paese, e non dieci Comuni.

E a me sembra comunque assurdo che chi sostiene un partito che canta ai quattro venti di sapere come risolvere i tutti i problemi di tutto il pianeta, ma che dico: di tutti i pianeti, colto in fallo si difenda dicendo “beh ma il Pd fa lo stesso”. Eh, ma se fa lo stesso, quest’aria si eterna saccenza come si spiega? Forse ha ragione chi dice che è meglio provare a cambiare il partito, e non cambiare partito?

Ma non finisce qui: la toppa al disastro politico comunicativo è peggio del buco. Grillo tuona contro l’Unità, rea di aver affondato il coltello nel fianco scoperto del Movimento: l’affidabilità dell’organizzazione e le capacità dei suoi eletti.

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Il titolo è illuminante: il pd disinforma coi tuoi soldi. Grillo, invece, disinforma gratis.

La differenza, alla fine, pare essere tutta qua.

Quanto sono lontani i giorni gai e luminosi delle minacce alle scatolette di tonno?

AGGIORNAMENTO: E se alla fine le cose non stessero nemmeno come le raccontano Nogarin e Grillo?
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Sarebbe ora di cancellare l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche italiane

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I fatti degli ultimi giorni, con il preside che avrebbe vietato i canti natalizi religiosi nella sua scuola, in nome della presunta laicità della stessa, e la conseguente rivolta dei genitori in nome di una tradizione da conservare e difendere, riapre in Italia un vecchia ferita.

E al di là di come i fatti siano andati davvero, che pare le cose non stiano del tutto come in un primo momento sono state raccontate, invece che fare l’analisi del sangue che fuoriesce dalla ferita in occasioni come queste, mi chiedo perchè questo argomento laceri la pelle dell’opinione pubblica italiana così profondamente.

Credo che la risposta sia nella sofferenza con la quale noi genitori atei  percepiamo l’ingerenza della religione nell’educazione dei nostri figli, perlomeno in uno spazio che dovrebbe essere laico, aperto al dubbio e non al dogma, alle domande difficili e non alle risposte facili, alla scienza e non alla fede. Ma sono certo che anche tanti genitori cattolici soffrono il veder compresso e trasformato l’insegnamento cristiano a un’ora di buca a scuola, e preferirebbero di gran lunga che la Parola di Dio fosse approfondita cone si deve nelle parrocchie e nel catechismo.

Mi chiedo quindi se non sia giunta l’ora di cancellare questo retaggio fascista di quasi in secolo fa (l’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche fu introdotto dal Concordato nel 1929) dalle nostre scuole, e dedicare magari quell’ora all’educazione civica, all’insegnamento della multiculturalità e della tolleranza, al valore della pace, in forme più laiche e universali.

Perché è del resto fortemente imbarazzante (ad esempio per un genitore agnostico come me) decidere per delega della spiritualità di mio figlio. Decidere cioè se lasciargli frequentare l’ora di religione a scuola, incapace poi a casa di confermare la bontà o veridicità di quanto appreso tra i banchi, costretto tra la spinta a mentire per lasciare che il suo percorso spirituale non subisca il mio condizionamento, e la tentazione di offrirgli un altro punto di vista, con il rischio di creare confusione e sminuire l’autorevolezza della scuola come Istituzione; o decidere di esonerarlo, come pure la legge consente, rischiando però di alimentare un processo di emarginazione e di marchiata diversità, difficile da comprendere nell’infanzia, e certamente tutto il contrario dell’integrazione che dovrebbe essere tra i principali obiettivi didattici, specie di questi tempi.

Non si tratta dunque di parteggiare nel derby tra chi preme perchè tutte le confessioni religiose nelle scuole abbiano pari dignità, e chi si batte per difendere simboli della tradizione dall’invasione di altri simboli. Si tratta di scindere gli ambiti: alla scuola quel che è della scuola; a Dio quel che è di Dio.

I tempi credo siano maturi, e dovremmo forse cominciare a parlare di questo, invece che schiararci in opposte tifoserie, alimentate dalla paura.

Capodanno a Matera su raiuno. A chi serve?

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Oh, io l’ho sempre detto: w l’eventificio. La spocchia con la quale si bollavano come provinciali le manifestazioni organizzate a Matera fino a ieri appartiene quindi semmai ad altri, non certo a me. Altri che magari hanno vinto le elezioni. E che ora orgasmano al pensiero di Carlo Conti in piazza Vittorio Veneto, quando ieri andavano dicendo che Matera meritava di più, e che manifestazioni di piazza con i Sassi a far da sfondo ad un palco coi Cugini di Campagna sopra a cantare “Anima mia” non erano cose all’altezza del posizionamento che Matera doveva avere  nell’offerta turistica e culturale del futuro.

I festeggiamenti degli aficionados del sindaco appaiono dunque del tutto fuori luogo, quantomeno incoerenti, di certo ipocriti. O forse, sono festeggiamenti di sollievo: va bene che qualcosa si faccia, purchè si faccia, che con questo andazzo qua si rischia di non fare praticamente nulla. Che le idee tirate fuori in questi sei mesi sono poche e, di certo, molto ben confuse. Da questo punto di vista, li capisco.

Ma detto questo, a cosa (o a chi) serve il Capodanno in piazza a Matera in diretta nazionale? Che messaggio vogliamo trasmettere? Perchè quando si investono tanti soldini (che siano 400K o 1 M) non conta solo il costo per contatto (circa 10 centesimi, stando agli ascolti dello scorso anno, investendo la cifra proposta dalla Regione alla Rai), ma inquadrare l’azione in una più ampia strategia di investimento e comunicazione. Un evento del genere sarebbe stato perfetto se Matera avesse perso la corsa a capitale europea della Cultura. Ma, ahimé, l’abbiamo vinta.

E quindi alla luce di questa vittoria tutta la strategia e la pianificazione degli eventi valida fino a ottobre 2014, va necessariamente rivista. Soprattutto da oggi al 2019. Chi glielo spiega a quelli di Plovdiv (l’altra Capitale europea della Cultura 2019) che meritiamo il titolo di capofila culturale del continente, perchè ogni Capodanno facciamo il trenino in piazza con Al Bano?

Un evento del genere non è dunque sbagliato in sè. Però comunica una sola cosa: che Matera esiste, che è figa, che qui succedono cose, che sarebbe bello venirci a passare qualche giorno (difatti in passato lo hanno ospitato città come Courmayer e Rimini, mete turistiche diciamo mature, quasi un po’ decotte, non certo città col vento in poppa sulla strada della crescita della dimensione turistica, che devono scegliere e decidere cosa e come vogliono essere da grandi). Ma, amici miei, questo obiettivo è già bello che raggiunto. E non da oggi.

Forse l’orologio di De Ruggieri è rimasto fermo agli anni ’80, quando interruppe la sua carriera politica, ripresa quest’anno. Qualcuno gli metta la sveglia e gli spieghi che siamo nel 2015: Matera è Patrimonio mondiale dell’umanità dal ’93; Matera è Capitale Europea della Cultura 2019; Matera è meta indiscussa del turismo internazionale da molto tempo; Matera è attrattore di investimenti sul turismo già da diversi anni. Tutto questo Matera lo è già, ed è destinata ad esserlo sempre di più. E allora? A me sembra di assistere alla scena di quello che voleva vendere il Colosseo ai romani, spacciandolo per un affare. E no caro sindaco, qui bisognerebbe fare piuttosto un balzo avanti, e sono certo che chi l’ha votato Le chieda questo.

Peraltro: la diretta Rai si rivolge solo ad un pubblico nazionale. Non è certo un evento di respiro europeo. Tutti questi squilli di tromba dunque cosa intendono festeggiare? Siete consapevoli di cosa state facendo, di dove ci state portando? Perchè a me sembra di no.

A me, piuttosto, sembra evidente che il Capodanno a Matera su Raiuno non rientri affatto nella gestione del titolo di Capitale Europea della Cultura. Può rappresentare al massimo un fortunato incidente, fedele comunque ad una linea di promozione del territorio ormai obsoleta, date le recenti prospettive che ci si sono dischiuse tra le mani. Ci penserei allora due volte prima di impegnarci ad investire (400 mila euro x 5 anni, come si legge) almeno 2 milioni di euro, con i quali si potrebbero certo fare altri tipi di intervento. A cominciare, ad esempio, dall’attrarre le attenzioni del settore manifatturiero, il grande assente nel capitolo Sviluppo di questa città. Ma incontri con aziende del settore delle auto elettriche o del lusso rimangono per ora lettera morta sui comunicati stampa di Via Aldo Moro. Magari mettere un po’ di soldi sul piatto, aiuterebbe…

Che poi, a me il Capodanno in piazza a Matera non dispiace affatto. Ma se questo è, come sembra essere, il centro dell’offerta, o il modello da seguire per impostare tutto il lavoro di qui al 2019, una volta di più dico: fermi tutti, questa strada è sbagliata e rischiamo sul serio di mandare alle ortiche la nostra grande occasione.