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La fiducia sull’Italicum è illegittima, in palese violazione dei regolamenti parlamentari.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo intervento sulla questione della fiducia del governo posta sulla legge elettorale in discussione in Parlamento. Operazione che vanta solo due “illustri” precedenti: secondo Left la fiducia su una legge elettorale è stata messa solo due volte nella storia della Repubblica: nel 1923, per l’approvazione della legge Acerbo che consacrò l’ascesa al potere del partito nazionale fascista, e nel 1953 quando la Dc fece approvare la cd. “legge truffa”. Precedenti non proprio illustri…

Di Andrea Casarano
(Membro Assemblea Nazionale Partito Democratico)

Se ne parlava da giorni. Ci si chiedeva se il Governo avrebbe davvero fatto il passo più lungo della gamba ponendo sulla legge elettorale, in arrivo alla Camera, la questione di fiducia. E alla fine è cosi che è andata: sarà questione di fiducia e questa scelta non è affatto casuale.

Intanto, qualche nozione per intenderci. La questione di fiducia, nella dialettica parlamentare, è uno strumento posto nelle mani del Governo che consiste, come molti di voi sapranno, nel qualificare l’atto legislativo come fondamentale per l’azione politica del Governo facendo dipendere dalla sua approvazione la permanenza in carica. Nella pratica politica tale strumento viene usato dal Governo per compattare la maggioranza parlamentare che lo sostiene e per evitare l’ostruzionismo dell’opposizione in quanto il suo effetto più importante e più rilevante è quello di rendere caduchi tutti gli emendamenti dovendosi direttamente procedere alla votazione articolo per articolo del provvedimento cosi come è strutturato.
Un effetto non da poco specie se si considera la travagliata storia dell’Italicum, approvato frettolosamente al Senato col soccorso azzurro di Forza Italia, quello stesso Senato che è un campo minato dal punto di vista dei numeri per il Governo perché ad oggi, con la fine del Nazareno, i numeri della maggioranza sono ancora più risicati.

Ecco dunque spiegato il ricorso ad uno strumento quale la questione di fiducia, idoneo a mettere in sicurezza il provvedimento da un eventuale ritorno al Senato, grazie al blocco degli emendamenti, ed allo stesso tempo atto forte per mettere la minoranza interna e l’opposizione con le spalle al muro. Quasi come se convivessero in uno strano ossimoro politico la forza intrinseca alla questione di fiducia, in grado di piegare tutto e tutti e la debolezza insita nella paura latente di un ritorno al Senato.

Tuttavia, il Governo non può fare un uso indiscriminato di questo strumento che, in qualche modo snatura il normale andare della vita Parlamentare espropriando nel vero e proprio senso della parola il Parlamento della propria funzione legislativa.

La possibilità di apporre la questione di fiducia ad una proposta di legge è disciplinata non dalla Costituzione (nulla c’entra l’articolo 72, 4°comma Cost, pure sbandierato da qualcuno) bensì dai regolamenti della stessa Camera dei Deputati e del Senato.

Proviamo quindi a chiederci: è sempre possibile apporre la questione di fiducia? E se non è possibile, in quali casi è possibile fare uso di questo strumento? La risposta non possiamo che andarla a rintracciare nella lettera delle norme dei regolamenti, in particolare negli articoli 116 e 49 del regolamento della Camera.

Dall’articolo 116, 4° comma si legge “La questione di fiducia non può essere posta su […] tutti quegli argomenti per i quali il Regolamento prescrive il voto per alzata di mano o il voto segreto”.

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Conseguentemente dobbiamo chiederci dunque: quali sono gli argomenti sui quali si prescrive voto segreto? Infatti, se la legge elettorale fosse inquadrabile tra questi, si starebbe agendo in violazione dei regolamenti con una forzatura degli stessi che sarebbe da giudicarsi quantomeno innaturale. Le ipotesi di voto segreto sono previste dall’art. 49, 1° comma secondo il quale: “Sono effettuate a scrutinio segreto le votazioni riguardanti […] leggi ordinarie relative agli organi costituzionali dello Stato (Parlamento, Presidente della Repubblica, Governo, Corte costituzionale) e agli organi delle regioni, nonché sulle leggi elettorali”Ecco la parola magica: “Leggi elettorali”.

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Quel che ne emerge è dunque che il governo agisce in piena violazione dei regolamenti, e che le opposizioni, hanno perlomeno qualche motivazione giuridica per inveire contro il Governo. Certo, ad alcuni potrà sembrare un cavillo da tecnici del diritto e sostanzialmente di poco conto, anche perché se nessuno eccepisce il contrasto con i regolamenti, nulla cambia e tutto è perfettamente legittimo.

Tuttavia, è implicito in un gesto del genere, nell’insensibile calpestare deliberatamente i regolamenti e le normali dinamiche della democrazia, un messaggio politico che molto dice sul metodo prima ancora che sul merito scelto per l’Italicum. Un metodo machista e fortemente autoritario che il Governo ha da sempre propugnato in questi mesi e che probabilmente ad oggi rappresenta il tratto maggiormente caratterizzante del Governo Renzi e della sua azione politica.

Perchè uscire dal PD è una pessima idea.

Se potessimo fare una classifica dei commenti negativi più ricorrenti agli scritti di Pippo Civati sulle varie piattaforme web (blog, facebook, twitter), ne verrebbe fuori una cosa del genere:

3) “Che cavolo ci fa una persona perbene come te dentro il PD?”;

2) “Sì parla parla, ma poi alla fine voti come il PD”;

1) And the winner is: “Esci dal PD e fai un nuovo partito con Landini, Rodotà e Vendola e noi ti seguiamo”.

Ho contestato alla giuria che la categoria 3) ed 1) possono essere di fatto unificate sotto la stessa voce, ma non hanno voluto sentire ragioni: i detrattori di cui al punto sub 3) lamentano una situazione senza fornire soluzioni conseguenziali, mentre i detrattori di cui al punto sub 1) si spingono oltre ed offrono – gratis, peraltro, c’è di che benedirli – la soluzione a tutti i nostri problemi.

In ogni caso, io credo che la stragrande maggioranza dei detrattori di Pippo Civati sia potenziale elettorato di Pippo che proprio non sopporta vederlo agire ed interagire con i loschi figuri del PD.

Come se il PD fosse una cosa data, una massa informe ed immutabile (magari marrone e puzzolente, nell’immaginario collettivo) toccando la quale si rimane irrimediabilmente insozzati o contagiati.

Beh, le cose al solito, sono un po’ più complicate di così. Il PD, al contrario degli altri partiti, assume la forma che i suoi elettori – con non poca fatica – decidono di dargli. Qualcuno storcerà il naso, e dirà che elettori e militanti, per interesse o per ignoranza (o per sottile gusto masochistico) si fanno fregare e abbindolare dai loro dirigenti, e che alla fine si cambia tutto ma non cambia mai veramente nulla. Il che potrebbe essere vero in realtà per qualunque partito o movimento, se solo avessero delle regole di democrazia interna anche soltanto lontanamente paragonabili a quelle – peraltro insufficienti, e ci si dovrà impegnare a riformarle ed ampliarle – del Partito Democratico; e peraltro, la base della democrazia prevede che siano gli elettori a decidere, e la decisione non può essere filtrata da un Grande Fratello che vi appioppa l’adesivo “good” o “no good” a seconda del suo inappellabile giudizio morale. E quindi, meglio mettersi l’anima in pace.

Comunque, veniamo al sodo. Perché non è una buona idea uscire dal PD, anche se ogni giorno – Dio solo lo sa – non passa quarto d’ora senza che qualcuno di noi lo pensi? 

I verginelli si tappino gli occhi, e le orecchie, che ora la dico brutta: perchè non conviene.

Non conviene? Ecco i soliti politicanti che pensano alla carriera e a sistemarsi le cose loro. No, no, non avete capito: non CI conviene.

Qualunque sia la legge elettorale che trasforma il consenso in seggi parlamentari, appare chiaro che per cambiare le cose senza “sporcarsi le mani” con la massa informe di cui sopra, occorre avere la maggioranza assoluta, o quantomeno relativa, dei consensi. Cosa del tutto improbabile da realizzare; e, qualora si trovasse modo di renderla possibile, certamente molto molto costosa. La qual cosa implicherebbe di fatto il doversi sporcare le mani con altri tipi di masse informi e maleodoranti: finanza, grande industria, lobbies, e non voglio dire altro…

Il PD, pur con tutti i suoi difetti, rimane pur sempre un partito contendibile: ci si candida, si fa breccia nei cuori della gente (per dirla alla Renzi) e ci si mette alla sua guida. Semplice, facile e pulito. A parole.

Agli increduli della prima e della seconda ora, dico: guardate il vostro partito. Qualunque esso sia. Non è conquistabile. Se non a costo di sporcarsi le mani, come sopra. Vi sono barriere all’ingresso, vestite di razionalità, praticamente insormontabili. Anche nel PD ve ne sono, e ve ne mettono, ma nulla che una spinta di massa ben organizzata non possa superare.

E quindi veniamo al primo nodo. Serve una forza, e ben organizzata. Dobbiamo organizzarci. Serve tempo. Servono risorse, più umane che economiche, ma comunque risorse sono. Il web aiuta a tenere relazioni e contatti quasi gratis, ma non risolve tutto.

Infine, una banale considerazione numerica. Avere la maggioranza del PD, significa poter sfruttare un notevole effetto leva: con due milioni di voti alle primarie (ma ne bastavano anche meno Matteo, eh, così non vale!), che equivalgono ad appena il 5% dell’elettorato attivo, la sinistra può ambire a guidare il più grande partito italiano. Mica male, direi. La sinistra varrà almeno il 5% no? Beh, con la legge elettorale in discussione, non si supererebbe nemmeno la soglia di sbarramento, presentandosi da soli (e presentarsi in coalizione, a cosa diavolo servirebbe?).

Quindi: scusate se la faccio così spicciola. Scrivo questo post per semplificarmi la vita. Rimanderò qui ogni volta che si accende una discussione sulla questione, evitandomi di ripetere lunghe litanie ogni volta.

Può non essere la strategia migliore; qualcuno può pensare che siamo dei paraculi; siamo aperti al dubbio, e alla discussione. Ma non ci sentiamo sconfitti. Partiamo da un buon risultato alle primarie e lo rafforzeremo. Non ci rassegniamo, e presto diventeremo maggioranza, nel partito e poi nel Paese.

Oggi gli elettori hanno scelto un altro candidato, un’altra strada, un’altra linea politica. E’ giusto che si lasci lo spazio all'”eletto” di dimostrare il suo valore e provarci. Non lo diciamo noi: lo ha chiesto a gran voce quasi il 70% degli elettori che ha votato alle scorse primarie; appena due mesi fa.

Un giorno, non troppo lontano secondo me, potremmo essere nelle condizioni di dover chiedere lo stesso. Di lasciarci fare e di provarci, con l’appoggio nel Partito anche di chi non la pensa esattamente come noi.

E quindi. Popolo della sinistra! Uniamoci!

Pippo Civati ci apre la strada, ma tocca a noi saperla e volerla percorrere con lui fino in fondo. Imboccando una via stretta, lunga e tortuosa che si chiama: politica. Tutte le altre scorciatoie portano, immancabilmente ed inesorabilmente, al punto di partenza. Mi pare che se ne abbia avuto prova, in questi ultimi venti anni.

Ad maiora!

Voglio un partito chiusissimo.

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Milito nel PD da pochi mesi. Una parte di me vorrebbe esserne fuori, avendo già avuto modo di passare da primarie clientelari, a congressi che si preannunciano armati. L’altra, invece, è ancora più convinta di tenere la barra dritta fino in fondo, costi quel che costi.

Il PD è soggetto politico o spazio politico, per dirla con Bersani? Beh, al di là delle intenzioni dell’ex segretario, ma anche grazie alla sua debole azione, bisogna ammetterlo, purtroppo il PD, oggi, è uno spazio politico, e nemmeno dei più accoglienti, peraltro. Perché è uno spazio organizzato e utilizzato come terreno di scontro non di idee, come dovrebbe essere, ma di truppe militarmente organizzate per la gloria del loro comandante (nella utilitaristica considerazione che favorendolo si migliorerà la propria condizione e, secondariamente, se ci si crede, quella di tutti i cittadini, grazie al superiore Karma dell’Eletto). Se quel che conta è il voto, e in un’organismo assembleare lo è sempre, chi ha tempo e mezzi per farlo, si organizza. Alla lunga, piega le regole, e l’ha vinta.

Di etico in questi comportamenti c’è ben poco, è ovvio, ma dal momento che si è sempre fatto così, perlomeno da molti anni a questa parte, chiunque si sente autorizzato e legittimato ad utilizzare i medesimi sistemi per sopraffare l’avversario o guadagnare posizioni.

Ma è questo il fine ultimo del Partito Democratico? Essere un’arena nella quale il gladiatore più forte vince lo scontro? E la forza può solo misurarsi in quantità dei voti ricevuti e non invece anche in qualità?

Sto cominciando a maturare l’idea che per fermare la deriva da SpA del partito, che lo espone a scalate ostili senza possibilità di difesa, occorra chiuderlo. E parecchio pure. Non è solo una provocazione, dal momento che tutti i candidati alla segreteria vedono invece con favore primarie e occasioni di partecipazione aperte, anzi: apertissime. Un partito spalancato, a chiunque abbia voglia di partecipare.

Ma “partecipazione” è solo esprimere un voto? Per poi magari eclissarsi dalla vita del partito per 3-4 anni? Mah, io non credo.

Nei mesi scorsi mi sono pronunciato a favore di un partito aperto nella convinzione che una larga e massiccia partecipazione possa diluire il controllo clientelare del voto. Ma questo (forse) è vero solo per primarie nazionali… A tutti i livelli intermedi la partecipazione aperta mette il referente in condizione di dover soltanto moltiplicare lo sforzo. Ma nulla che sia impossibile o di serio ostacolo per chi ha mezzi ingenti da poter impiegare.

Ecco la mia soluzione, passibile di critica, per carità, ma che alle porte di un congresso così importante dovrebbe perlomeno essere discussa. Il voto per gli organismi interni, per le candidature, per la linea politica, dovrebbe essere consentito soltanto a chi milita nel partito da almeno tre anni consecutivi. Agli altri riconosciamo diritto di intervento, di influenza degli aventi diritto. Di fare politica insomma, senza poter (per il momento) esercitare diritto di voto. Chi si iscrive oggi (compreso il sottoscritto, peraltro) saprebbe che per tre anni la propria influenza sarà indiretta – ma comunque importante.

Nessun rimedio a ben vedere è immune da aggiramenti e interpretazioni che vanno al di là o addirittura contro la ratio del rimedio stesso. Ma questa regola potrebbe migliorare enormemente le cose anche se, di contro, rallenterebbe il ricambio. Ricambio che, peraltro, al momento non è solo lento, è addirittura bloccato, quindi la critica è un puro esercizio di stile.

Evidentemente una regola da sola non basta, pertanto andrebbe adottata insieme ad altri provvedimenti, come:

1. Anagrafe pubblica degli iscritti e dei votanti alle primarie, se non iscritti, previa raccolta del consenso alla pubblicazione del proprio nome e cognome e città di residenza. Non vedo cosa ci sia da obiettare. La militanza è fatto noto ed in ogni caso si dovrebbe esser fieri di appartenere al Partito Democratico; se non lo si è, evidentemente c’è qualche problema…

2. Limite di mandato SENZA ECCEZIONE ALCUNA a due o tre legislature per gli eletti, dal consiglio comunale al Parlamento Europeo. Il senso è di non dare né il tempo né la convenienza a costruire clientele profondamente militarizzate. La politica dovrebbe essere una passione, non un mestiere, e la passione la si può vivere in mille modi, senza fossilizzarsi in posizioni di rendita personale, che vanno poi a discapito della qualità della politica e della rappresentanza.

Sono pensieri ad alta voce, ovviamente. Ma credo che senza pregiudizi e senza dichiarazioni di stile, il prossimo segretario del Partito Democratico – che sarà Giuseppe Civati, naturalmente 😉 – dovrà metter mano a questa importante e primaria riforma, dalla quale discendono tutte le altre. Perché a questo punto non saprei dire se il Partito è lo specchio dell’Italia, o l’Italia è lo specchio di una politica che dalla DC al PD si è sempre mossa in questo modo. In un caso o nell’altro, dovremmo cominciare a dare il buon esempio. Le cose cambiano cambiandole, o no? Incominciamo a cambiare noi.

Peraltro, se diamo la certezza di non riuscire a governare il nostro partito, imponendo il rispetto di regole etiche prima che giuridiche, all’interno della nostra organizzazione, e comunque non riuscendo ad indirizzare positivamente la direzione della nostra linea politica, diamo ai nostri concittadini  l’impressione di essere un pessimo posto nel quale pescare la classe dirigente che dovrebbe avere l’arduo compito di raddrizzare, addirittura, l’Italia.

Le nostre domande a Epifani. #mobbasta #occupypd

protesta occupypd

Ieri è andata in onda l’ennesima puntata della saga “Desperate Houseparty”.

Il riassunto delle precedenti puntate. Ci hanno fatto discutere per due mesi su un nodo: cambiare lo Statuto del PD nel punto in cui la norma prevede che il segretario sia automaticamente anche il candidato premier. Una norma, evidentemente, superata dai fatti, anacronistica, anche un po’ spocchiosa, oltre che politicamente debole. Quindi, era pacifico che si potesse, si dovesse, cambiare.

La puntata di oggi. Colpo di scena! Quella norma era soltanto il cavallo di Troia. Una volta accettato l’equino all’interno delle nostre mura cerebrali, il passo ulteriore è stato: se allora il segretario non è più candidato premier, la sua base di legittimazione non può essere la stessa del passato: il primo dovrà continuare ad essere scelto con le primarie, quando verrà il tempo della scelta (cioè al momento dello scioglimento delle Camere); il secondo, logicamente, dovrà essere scelto dagli iscritti del partito che ci si candida a guidare.

In teoria non fa una piega. In teoria. In pratica fa delle grinze alte un dito.

Lo Statuto del Partito Democratico, al primo articolo (non uno a caso, dunque), recita: “Il Partito Democratico è un partito federale costituito da elettori ed iscritti, fondato sul principio delle pari opportunità”; il successivo comma si spinge ancora oltre e “affida alla partecipazione di tutte le sue elettrici e di tutti i suoi elettori le decisioni fondamentali che riguardano l’indirizzo politico, l’elezione delle più importanti cariche interne, la scelta delle candidature per le principali cariche istituzionali.”

Dunque il Partito, oggi, questo è (sulla carta). Quel che chiediamo è una riforma dei fatti, non delle intenzioni. Nelle intenzioni il PD è esattamente quel che noi vorremmo fosse da domani mattina. Il codice etico, lo Statuto, la linea politica votata nelle direzioni, disegnano un percorso puntualmente tradito da un gruppo dirigente teso soltanto a fare del mestiere più precario del mondo, perché sottoposto alle volubili valutazioni degli elettori, una rendita a vita: un tesseramento fuori da qualunque controllo; circoli in larga parte del territorio svuotati di iniziative e contenuti, divenuti soltanto fortini nei quali inscenare faide interne e accordi di spartizione di poteri e prebende; dirigenti eletti da una manciata di tessere che non rispondono a nessuno di eventuali (e ce ne sono) incompatibilità, o cambiamenti di linea politica. Non è questo il PD che avevamo in mente, che abbiamo sempre votato e sostenuto, e che è descritto nelle carte e nelle dichiarazioni pubbliche; non è questo il PD che vogliamo costruire.

Mi pare dunque evidente che se la vostra intenzione è quella di disegnare un partito diverso (e comunque quello attuale, nei fatti ripeto, non è mai stato realizzato), devono esserci ragioni politiche evidenti, che ci devono essere spiegate. La cosa va discussa in tutte le sedi. Non è una variazione da poco. Passare da un Partito federato di iscritti, eletti ed elettori al partito degli iscritti ed eletti, potrebbe pure avere una logica che ai più sfugge; attendiamo quindi che questa Rivoluzione necessaria ci venga perlomeno illustrata; siamo menti fresche, non abbiamo la Vostra esperienza e forse nemmeno le vostre capacità; spiegatecelo come se avessimo sei anni; siamo i vostri iscritti, siamo i vostri elettori.

Lasciamo quindi stare le ragioni di opportunità (se una siffatta Rivoluzione può essere compiuta dalla classe dirigente più contestata della storia, con il partito ai minimi termini di consenso, da un’Assemblea eletta quattro anni prima del tradimento dei 101…); lasciamo stare le ragioni di strategia politica (per non saper né leggere né scrivere, se l’obiettivo è recuperare consensi, si dovrebbero spalancare porte e finestre, non murarvisi dentro…); chiediamo solo risposte. Le domande sono queste:

1) perché Bersani, pur con mandato pieno di ricerca di una maggioranza diversa da quella che avrebbe sostenuto il governissimo, e con continue dichiarazioni pubbliche in tal senso, non è mai andato oltre la proposta “date i voti ad un mio governo, che sarà un governo di Cambiamento”?

2) perché quando, fallito il suo tentativo di formazione di un governo, con la (ovvia, scusate) contestazione grillina “tu che stai nei Palazzi da quarant’anni non sei credibile quando parli di Cambiamento”, salito al Quirinale, non ha chiesto al Capo dello Stato che il mandato venisse affidato a personalità diversa dalla sua?

3) perché il Capo dello Stato, congelando la Costituzione e senza alcun precedente nella storia Repubblicana, non ha di sua sponte ricercato una personalità terza che potesse mettere d’accordo PD e SEL (che si erano pubblicamente dichiarati disponibili in tal senso) e M5S (che non aveva possibilità di alleanze alternative, se il PD è maggioranza assoluta alla Camera)?

4) perché, se l’obiettivo fosse stato quello di condividere con una platea parlamentare la più ampia possibile l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, di punto in bianco la “bellissima sorpresa” è stata l’accordo sul nome di Marini con il PDL, con tutti gli altri partiti tagliati fuori dalle trattative per loro stessa ammissione?

5) Perché se compito del Segretario Epifani è di organizzare il prossimo Congresso che dovrebbe per statuto tenersi entro 4 mesi dalle dimissioni (quindi entro il 23 agosto, art. 5 comma 1 e 2) o al più tardi entro il 7 novembre, alla data del 27 luglio dell’anno del Signore 2013 le procedure congressuali non sono state neppure avviate e stiamo qui a discutere di incomprensibili Rivoluzioni statutarie?

A queste domande avrebbe dovuto rispendere qualcuno, almeno ieri. Se non rispondi, caro Epy, se scappi dalle tue responsabilità e ferisci il nostro desiderio che venga fatta chiarezza, in nome di una politica semplice e pulita, come dovrebbe essere sempre, è normale che qualcuno ti contesti. Ma forse non sei stato messo lì a caso, e il pelo sullo stomaco cresciuto in decenni di militanza sindacale servono da scudo alle manovre di qualcuno.

Attendiamo fiduciosi. Domani è un altro giorno. Chissà che puntata andrà in onda. Noi siamo qua, spettatori sempre più tentati di cambiare canale.

Al Congresso di Natale saremo tutti più buoni.

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 Senza conflitto non c’è cambiamento (né vera democrazia)
R. Della Seta

Sono passati solo poco più di due mesi e di tutta la rabbia, l’indignazione e il senso di vergogna e inadeguatezza che gli elettori del PD hanno sofferto in qui giorni sembra rimasto già ben poco. E quel poco pare scemare giorno dopo giorno.

Non casualmente, Epifani che ha promesso il Congresso entro l’anno, sembra intenzionato a celebrarlo l’ultimo giorno utile possibile, magari proprio il 31 dicembre, tra un trenino, un brindisi, un cotechino e un piatto di lenticchie. A quel punto le acque si dovrebbero proprio essere calmate del tutto.

Dopo i primi, numerosi richiami all’ordine, al “stiamo calmi se no cade il governo, che poi è il nostro Governo”, siamo rapidamente giunti al “ma al Congresso non si deve essere noi contro loro”, “dividerci è quello che ci ha portato fin qua”, “dobbiamo trovare il punto d’incontro tra le varie anime e superare il correntismo”.

Tutte belle frasi che nascondono in verità il vecchio vizio della politica italiana: tentare di riciclarsi cambiando casacca. Volete il nuovo? Siamo il nuovo! Volete il cambiamento? Siamo il cambiamento! E pazienza se il gioco è palesemente falso ed improbabile. L’italiota, di destra o di sinistra, alla fine ci casca sempre.

Ma quel che appunto più mi inquieta è che di queste fesserie ne è pregna la base, e riscontro sempre maggiore richiami alla calma da parte di chi fino a poche settimane fa chiedeva con forza insieme a me di cambiare marcia. Ma come è possibile cambiare marcia al PD se alla guida c’è sempre lo stesso autista (che peraltro continua a dare segnali di non aver ancora capito dove deve andare, e continua a girare in tondo…)?

Quindi: punto primo del Congresso, mi pare di averlo già scritto, dovrà essere quello di dire chiaramente che il tizio (ehm, sarebbe meglio di re i tizi) alla guida debba scendere e far posto a qualcun altro, accomodandosi serenamente sul sedile posteriore, se crede.

Siamo invece già giunti al paradosso, prevedibile peraltro, per il quale la vecchia classe dirigente tenta di passare per vittima sacrificale: vittima del giovanilismo rampante, vittima di un giudizio politico frettoloso e parziale, vittima di una rabbia cieca che va sedata e calmierata, perché non costruttiva. E come sempre accade, l’italico popolo dalla corta memoria, subitaneamente corre in soccorso del povero dirigente abbandonato, solo e derelitto, povero genio incompreso e depresso. Alla cui presenza ci siamo ormai talmente abituati, da considerarlo quasi uno di famiglia, come fosse il nonno un po’ rinco. Ci dà amore e sicurezza. Insomma il nonno esce di casa, si perde per le strade della città, combina pure qualche casino, ci fa incazzare e preoccupare, ma non ci sogneremmo mai di buttarlo fuori di casa, ovviamente.

Ecco allora che il Congresso di Dicembre, in un clima natalizio durante il quale saremo tutti forzatamente un po’ più buoni, rischia di rafforzare quelli che due mesi fa avremmo spazzato via senza riguardi. Quelli che ci hanno raccontato che volevano il governo del cambiamento. (A questo proposito ecco il video del reoconfesso che ammette candidamente che un Governo con Grillo, fosse mica matto, lui non lo voleva fare. Ha solo chiesto i voti per far partire un Governo Bersani. Come avevo facilmente immaginato e spiegato qua). Quelli che hanno fatto un’alleanza con Sel e poi trattato il nome per il Quirinale solo col PDL. Quelli che hanno vinto le primarie al grido scandalizzato di “Renzi è di destra” e adesso governano con Alfano e Biancofiore.

Conserviamoli vivi questi ricordi. Non cancelliamo, per una volta, vi prego, la memoria di quello che è accaduto. Ci deve essere utile per voltare pagina, e guardare finalmente al futuro, dicendo chiaramente cosa vogliamo essere, dove vogliamo andare, che cosa si deve fare e come pensiamo di realizzarlo. E dicendo, altrettanto chiaramente, che chi vuole cose opposte, oh, dico: cose OPPOSTE! non può convivere con noi nel PD che vorremmo.

Pazienza se questo “spacca”. Se vinciamo il Congresso, avremo conservato di questo partito, perlomeno la parte migliore.

La parte migliore secondo me, of course.

#OccupyPD: ‘ndo state? che fate? ‘ndo annate?

Mentre Epifani comincia il suo ruolo di garante e traghettatore con un’infelice battuta sul numero di candidati alla segreteria (d’altronde c’è da capirlo, lui era candidato unico), la base pare invece unita nel chiedere che il prossimo Congresso sia vera occasione di rinnovamento. Anzi un vero e proprio atto di nascita, visto che questo PD, così come ciascuno di noi poteva averlo in mente, di fatto non è mai nato, giocando soltanto il ruolo di comitato elettorale a favore di questo o quello ma perdendo l’identità di “Partito” come lo si può immaginare solo a sinistra.

Il movimento #occupyPD è nato spontaneamente il 18 di aprile (anzi auguri, oggi è il suo complemese!) in reazione alla candidatura di Marini alla presidenza della Repubblica concertata dal PD, possessore della Golden Share parlamentare in virtù della maggioranza alla Camera, con la destra berlusconiana; scelta che ha preso in contropiede tutti gli elettori (e anche parecchi eletti, evidentemente) visto che fino a quel momento la strada indicata dalla dirigenza era di un accordo con chiunque meno che con Berlusconi, e che si doveva sfruttare l’occasione storica di far fuori concretamente il Caimano dalla vita politica di questo Paese; pur senza mai dirlo esplicitamente, il piano Bersani, recitato davanti a stampa e TV, guardava evidentemente al Movimento 5 Stelle.

Alcuni giovani militanti hanno quindi simbolicamente occupato le sedi PD locali in segno di protesta. Talmente veemente dev’essere stata la protesta che Marini è stato trombato, Prodi è stato ripescato (e segato a sua volta) e nella confusione generale di quei giorni ha trionfato lo status quo: stesso presidente, stessa maggioranza di governo. Un bel risultato davvero, del quale dobbiamo ringraziare nell’ordine: la (ex) dirigenza PD, i 101 traditori, e anche il buon Beppe Grillo che di politica dimostra di capirci quanto io di fisica nucleare.

Gli eventi quindi hanno cambiato il senso della protesta, ma non la sua necessità profonda. Occupy PD ha fallito nel suo tentativo di evitare l’accordo con Berlusconi, ma proprio in virtù di questo fallimento, ha ottenuto che il Congresso per il rinnovo dell’intera classe dirigente, la messa in discussione della linea politica fin qui tenuta e un dibattito costruttivo su una nuova struttura del partito, si celebri di qui a breve.

Ma la battaglia non è conclusa. Troppo facile immaginare (è accaduto anche alle ultime primarie, peraltro) che gli attuali dirigenti tenteranno di arginare la forza propulsiva che mai come adesso preme sul perimetro del partito per entrare e fare tabula rasa del passato, liberarsi della zavorra e lanciarsi quindi nel futuro con ali completamente nuove.

Per questo il movimento #occupyPD chiederà formalmente, a partire da domenica prossima nell’assemblea di Prato, insieme agli altri movimenti di protesta spontaneamente sorti in tutta Italia, di:
1) resettare completamente l’attuale dirigenza; il rischio di gettare il bambino con l’acqua sporca c’è, è chiaro; ma l’acqua è davvero troppo torbida per farsi scrupoli a questo punto. E solo con gli attuali dirigenti senza poteri di veto o di controllo, tentacolarmente esercitati, si può avere la garanzia di un Partito realmente nuovo;
2) Avere regole chiare che consentano un Congresso aperto non solo agli iscritti, ma anche agli elettori e al popolo delle primarie. Qualcuno storce il naso, rivendicando una maggiore centralità degli iscritti rispetto ai semplici elettori. Ha ragione, ma in questa fase, e a mio avviso anche nel futuro con le opportune forme organizzative, il partito ha bisogno di aprirsi al massimo, anche per scongiurare il pericolo di annacquamento correntizio del regolare processo di tesseramento, e quindi di abilitazione a partecipar. Come è avvenuto finora, specie in alcune Regioni d’Italia, nell’indifferenza o nella rassegnazione generale;
3) Avviare la discussione su una nuova forma-partito, che consenta ai suoi iscritti la partecipazione reale alla sua vita, alla formazione delle sue decisioni, alla nomina dei candidati, alla redazione dei programmi di governo locale e nazionale. Da troppo tempo il partito soffre della sindrome da squadra di calcio. Il Presidente nomina allenatore e giocatori. Gli elettori sono i tifosi. Possiamo guardare la partita, pagando il biglietto d’ingresso; possiamo discuterne al bar; possiamo pure incazzarci e mandare tutti a quel Paese. Ma la squadra è del Presidente. E, per quanto giochi male e ci faccia incazzare, difficilmente tiferemo un’altra squadra. Al limite il presidente comprerà il campione che ci fa tanto sognare. E’ invece ora di cambiare visione: ci sono persone fuori dallo stadio che vogliono entrare in campo, convinti di riuscire a far meglio di queste schiappe schierate in formazione titolare. Bisogna dar loro occasione di misurarsi con il campo e crescere.
4) Avere chiarimenti sugli obiettivi e la durata di questo Governo. Non è indifferente che duri un anno o cinque. Il Paese ha bisogno di una guida per uscire dal pantano e il tiraemolla tra posizioni opposte non può produrre altro che immobilismo e ulteriore incertezza, rabbia e povertà. Oppure politiche di destra, considerata la latitanza della sinistra, il che sarebbe anche peggio.

Con il Congresso, dunque, spontaneamente come è nato il movimento è destinato a sciogliersi se avrà ottenuto quel che si è prefisso in termini di regole e garanzie.

#OccupyPD non è quindi un nuovo soggetto politico, un manifesto o un comitato elettorale. So che in tanti saranno delusi. E tanti altri dubbiosi sulla sua reale capacità di incidere e ottenere risultati concreti.

Ma se avremo riportato anche un solo compagno a credere nella possibilità che impegnarsi nel nuovo Partito potrà migliorare la sua vita, e la vita della sua comunità, avremo già raggiunto un importante traguardo.

Il campione indispensabile: il PD come il Real Madrid. E non vinceremo mai.

All’Assemblea Nazionale del PD uno dei migliori interventi, se non il migliore, mi è apparso quello di Rosy Bindi. Più sincero del coccodrilloso intervento di Fassino. Più ficcante del televisivo discorso di Renzi. Più solido e maturo del pur condivisibile Civati.

Eppure la premessa al suo discorso nasconde tutta la fragilità e i limiti di questa classe dirigente nel tradurre in azioni pratiche le loro pur buone, e mi auguro sincere, intenzioni.

Nella sostanza la Pasionaria ha esordito dicendo:

1) mi sono dimessa perchè non ero d’accordo e comunque non sono stata coinvolta nelle scelte di questi ultimi mesi.

2) parlo adesso perchè prima non potevo farlo dato il ruolo che rivestivo. Mi sono imposta il silenzio non partecipando ai dibattiti televisivi. Le responsabilità sono nei fatti una gabbia che impedisce di dire la verità.

Or bene, cara Rosy, sul punto 1 potrei obiettare soltanto che le dimissioni sono giunte con leggero ritardo, quando tutto ormai era stato compiuto, e hanno quindi perso la capacità di bloccare, o quanto meno ostacolare il disegno che ritenevi improprio; mi risponderesti comunque che senso di responsabilità ha voluto che si restasse tutti uniti fino alla fine. Ok, posso capire.

Ma sul punto 2 non ci siamo proprio. Ritengo infatti che il proprio modo di essere, le proprie idee e i propri valori debbano essere espressi con maggiore forza e convinzione proprio quando si ha la fortuna di rivestire cariche pubbliche. Svuotandosi, o autolimitandosi, si perde tutta la capacità e la potenza di incidere sul presente, per cambiare in meglio le cose secondo le proprie convinzioni; convinzioni in base alle quali, a regola, si è stati scelti per esercitare quella funzione.

Interpretare un ruolo, di partito o istituzionale, sentendosi schiacciati dalle responsabilità e affrontandolo in modo che qualcuno riterrebbe maturo, ma che io invece considero vigliacco, è segno della propria profonda inadeguatezza a ricoprirlo. L’essere impersonali e trasversali, rinunciare alla propria identità, avallare scelte che non si condividono, non ha nulla a che fare con la disciplina di partito: questa vale e deve valere solo dopo che la volontà collettiva si è formata, non mentre questa è in formazione.

Invece da quel palco, all’Assemblea Nazionale, tutta la dirigenza colpevole di aver ridotto il partito di massa ad un movimento di opinione, di aver inibito la partecipazione democratica della base in nome della sopravvivenza di una scuola manageriale preselezionata dall’alto, si è autoassolta.

Non ci sarà vero cambiamento fintanto che, direttamente o indirettamente, per mezzo delle loro correnti di riferimento, queste persone saranno in grado di influenzare il Partito Democratico. Non è una questione personale, come pure potrebbe sembrare, ma politica. Non è il Vaffa di Grillo, o la elettoralistica rottamazione di Renzi; è la necessità vera, democratica, di garantire il ricambio per evitare che i personalismi e i rispettivi pur leciti egoismi, paralizzano un Partito che non è cosa privata, ma è dei suoi elettori e sostenitori. Che di quel partito, appunto, fanno parte.

Dovrebbe quindi essere inserita a mio avviso nello Statuto una clausola che impedisca di essere contemporaneamente dirigenti di partito e ricoprire ruoli istituzionali. E che, in ogni caso, stabilisca un limite temporale per l’uno e per l’altro ruolo. Perchè il ruolo di un dirigente di partito, locale o nazionale, non dovrebbe essere quello di tifoso o difensore d’ufficio, ma al contrario di primo controllore della capacità del proprio eletto di applicare il programma elettorale, rispettare i valori del Partito, assumere una condotta trasparente nell’esericizio della funzione pubblica. Perchè il fallimento di un eletto coinvolge inevitabilmente tutto il partito, che deve essere salvaguardato e deve salvaguardarsi.

Chi vuol fare il politico di professione, Dio lo abbia in gloria, a ben vedere ha tutta una serie di uffici ai quali ambire, che lo terrebbero occupato tutta una vita: dirigente locale di partito, consigliere comunale, sindaco, consigliere regionale, governatore regionale, dirigente nazionale, deputato, ministro, presidente del Consiglio o della Repubblica… Basta dimostrare capacità a tutti i livelli. E la capacità si deve dimostrare facendo, non dicendo. La credibilità si deve costruire lavorando, non proclamando pensieri astratti nei comizi o slogan efficaci nelle tribune televisive. Condivido quindi appieno l’esigenza di costruire un partito-palestra al posto del partito-immagine odierno. Un partito nel quale, appunto, farsi i muscoli e maturare l’esperienza necessaria a gestire la cosa pubblica e risolvere i problemi della gente che si rappresenta.

Eppure ogni volta che ascolto i dirigenti del Pd, questi dirigenti attuali, che poi sono gli stessi di ieri e dell’altro ieri, pur nella differente modulazione di pensiero, quel che mi rimane impresso è l’atteggiamento di indispensabilità che ciascuno di loro adotta. Solo in Italia un politico si ritiene indispensabile, al partito o alla Nazione. Registro che in qualunque altra democrazia, prestato (bene o male) il proprio servizio, arrivati ai massimi livelli cui si può ambire, ci si ritira a vita privata con gli onori del caso, smettendo di influenzare il partito da cui si proviene, o le Istituzioni che si sono occupate. Lasciandoli, semplicemente, ad altri, più giovani, più freschi, più preparati a capire ed affrontare il mondo contemporaneo.

Ma questa è una questione culturale, ritengo. Quindi difficilissima da estirpare o cambiare in poco tempo. Ma un aiutino in questo senso, un indirizzo di principio e di valore da parte dello Statuto, non guasterebbe.

Non vedo campioni in campo. Ma tanti che ritengono di esserlo. E anche mentre tutto lo stadio mugugna, mentre i tuoi compagni ti ritengono ormai fuori dal gioco, anche quando l’allenatore ti ritiene spompato, e decide il cambio, tu, indefesso e instancabile campione del PD, invece di dare il cinque al tuo compagno deputato a sostituirti e accomodarti in panchina come il primo dei tifosi, mandi a quel paese l’allenatore, incosciente e presuntuoso, convinto che mai senza di te la squadra potrà vincere.

Ma lo sport insegna che non basta una squadra piena di campioni, o presunti tali, per vincere. Servono spirito di sacrificio, unità di obiettivi, voglia di lottare e mettersi a disposizione del gruppo, senza personalismi. E il coraggio di giocare fino in fondo il proprio ruolo, sfruttando il tuo talento e le tue capacità, fintanto che hai la fortuna di essere in campo.

E anche una squadra di medio livello può così arrivare a vincere la Champions League.

Bersani il giaguaro

Non sarei voluto tornare su quest’argomento. Gli errori di Bersani nella conduzione del Partito e nella capitalizzazione del risicato vantaggio elettorale mi sono sembrati così evidenti da non lasciare margini per scrivere qualcosa di realmente interessante. Invece leggo sempre più numerosi commenti sui social network che reclamano il ritorno di Bersani, l’#iostoconBersani e lo dipingono come un brav’uomo che ha tentato con tutti i mezzi di tenere unito il partito, ma che 101 franchi (che letteralmente vorrebbe dire “onesti”, dov’è l’onestà?) tiratori hanno trafitto alle spalle.

Permettetemi di non essere d’accordo: il film che ho visto io era montato forse diversamente, eppure mi pare che il finale sia completamente diverso.

Facciamo un po’ di ordine: dopo le elezioni (non vinte ma neanche perse, come disse) le dichiarazioni furono chiarissime e la direzione politica cui Bersani diresse il Partito altrettanto chiara: mai con il pdl, e non c’è nessun piano B.

“Lo so che mentre noi non pensiamo a ipotesi B c’è mezzo mondo che ci pensa. Ma a questo mezzo mondo noi diciamo che non è che nelle vostre fantasie” (Direzione Nazionale, 6 marzo)

“No al governissimo altrimenti arriveranno giorni peggiori” (lettera a Repubblica, 8 aprile)

“No al governissimo perchè non è la risposta ai problemi” (Il corriere della sera, 13 aprile)

E così via, di intervista in intervista.

In sostanza Bersani preso atto del voto, che premiando il movimento 5 stelle e in certa parte anche il PD che si era espresso per un Cambiamento vero, raccoglie l’istanza dell’elettorato e pare operare per realizzare il Cambiamento. Cambiamento che, condizione necessaria anche se non sufficiente, passa inevitabilmente per il no a Berlusconi, che della seconda Repubblica è stato il Dominus indiscusso.

E infatti Bersani da subito impegnò la Direzione Nazionale del PD a chiedere che il futuro governo si sarebbe dovuto impegnare sui quei famosi 8 punti, i quali, si ricorderà, vedevano riforme fortemente osteggiate dal PDL (conflitto d’interessi, giustizia, corruzione). Se non lo si ricorda, ci si può sempre rinfrescare la memoria.

Quindi: impegno sugli 8 punti che escludono il PDL, dichiarazioni che escludono il PDL. Non vivo in un acquario e registro anche che a questi tentativi (piuttosto timidi in verità) il Movimento 5 Stelle ha sempre risposto picche. Ma a me è sembrato che il Movimento non fosse contrario pregiudizialmente ad un accordo con il PD; semmai pregiudizialmente contrario che questo accordo venisse portato avanti da Bersani e dalla classe dirigente da lui rappresentata, definita, a torto o a ragione, “non credibile” quando parla di cambiamento, dal momento che con quel sistema e con quel Berlusconi quei dirigenti erano stati conniventi. Quindi un accordo ci poteva stare, se Bersani avesse accettato di farsi da parte. Di fatti, altrettanto timidamente, il m5s propose in alternativa un governo di alto profilo appoggiato esternamente da PD e Movimento. Neanche preso in considerazione.

Primo errore, quindi: è rimasto in campo. Tornando a riferire a Napolitano, Bersani ha ribadito che avendo vinto le elezioni, non si sarebbe fatto da parte. Dato lo stallo (Bersani in campo, il m5s non ci sta, Berlusconi gli otto punti non li vuole) Napolitano pilatescamente se ne lava le mani, nomina 8 saggi con il compito di fare quattro chiacchiere tra loro sul più e sul meno, e prega che i fogli del calendario che porteranno la questione del governo sulla scrivania del suo successore si strappino in fretta.

Secondo errore: legare la partita del Quirinale a quella per il Governo. Così facendo, in pratica Napolitano e Bersani hanno intrecciato due partite costituzionalmente separate. Il governo necessita di una maggioranza non necessariamente coincidente con quella necessaria all’elezione del Presidente della Repubblica. Anzi, è auspicabile che la seconda sia ben più ampia della prima. Ma solo un ingenuo può pensare che un accordo tra PD, PDL e Monti per l’elezione del Capo dello Stato, tenendo fuori il Movimento, possa poi portare il giorno dopo ad un governo sostenuto da PD e grillini.

Terzo errore: la proposta Marini ha spaccato il PD. Perché è successo? Perché migliaia di militanti si sono rivoltati contro i loro dirigenti, migliaia di elettori contro i loro eletti? Non perché Marini non fosse persona degna (anche se forse non la scelta migliore in assoluto). Ma perché proporre Marini a questo punto significava una sola cosa: governissimo. Il no a Marini è stato in realtà il no al governissimo. E i grandi elettori del PD si sono spaccati proprio su questo: contro lo scenario che si sarebbe aperto dal giorno dopo con Marini al Quirinale, votato da Berlusconi e Bersani.

Quarto errore: rispaccare il PD con Prodi. A questo punto Bersani dimostra di aver completamente perso di mano il partito. La sua brusca, improvvisa, inaspettata sterzata a destra ha lasciato tutti frastornati e confusi, e lui tenta la controsterzata a sinistra proponendo Prodi. Berlusconi lascia l’aula urlando allo scandalo. Ovvio quindi che eleggere Prodi (le due partite sono legate, ricordate?) significa in pratica no al governissimo e unico accordo possibile con i pentastellati. E qui escono fuori i 101 famosi. Che invece il governissimo lo vogliono, eccome. “Molti di loro saranno ministri” sentenzia previdente Civati. E infatti.

Non posso dimostrare che si sia trattato di errori commessi per ingenuità, incapacità, o con dolo. Peraltro cambierebbe poco, anche perché Bersani a questo punto, onore all’unico merito, lascia; non perché accoltellato alle spalle, ma perché la sua condotta del dopo elezioni (e tanto si potrebbe dire anche sulla condotta della campagna elettorale, peraltro) si è rivelata confusionaria e inadatta. Lasciando un PD a pezzi dominato dai soci minoritari democristiani, un governo improbabile in sella, i problemi dell’Italia irrisolti, gli italiani senza la speranza di vederli risolti presto.

Il Pd catenacciaro strappa un pareggio

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Finalmente ci siamo. Gianni Letta è l’incaricato a formare un governo con il Pdl. Per mano di suo nipote, il governo si farà: nessuno vuole tornare presto al voto, nemmeno il Movimento, vittima della sua stessa intransigenza. Grillo non ha portato a casa nessun risultato politico, i suoi parlamentari si sono finora distinti dalla casta solo per l’ipocrita decisione di non applaudire il Capo dello Stato, che peraltro sullo scranno del Parlamento ha tenuto un discorso che sembrava più Grillo di Beppe Grillo.

Bersani e la dirigenza PD questo governo lo hanno voluto, inutile prendersi e prenderci in giro. E forse è la decisione migliore, alla fine, visti i dati delle elezioni. Un’alleanza con il Movimento sarebbe stata un’incognita che, magari, non ci saremmo potuti permettere in questo momento. Il modello ideale siciliano è già franato, anche se sotto i colpi della real-politik nazionale. Ma tant’è, a sinistra abbiamo sognato per un attimo di liberarci di Berlusconi, di guarire dal Berlusconismo e dall’anti-Berlusconismo e parlare finalmente dei problemi veri del Paese. Che sono nelle fabbriche, nelle case, nelle città, e non nelle aule di un tribunale. L’idea che bisogna liberare Berlusconi dalla zavorra giudiziaria che gli impedisce di spiccare il volo col suo mantello da Superuomo e liberarci tutti dal male, è una favolosa idiozia alla quale però dieci milioni di connazionali continuano a credere con sincero accanimento.

E quando il Segretario risponde alla Serracchiani, alla domanda che tutti avevamo nel cuore, e che ho riportato all’inizio d questo articolo, che i piani istituzionali non devono essere confusi con quelli che portano alla formazione del governo, si arrampica su specchi verbali smentiti dai fatti già mentre quelle parole vengono pronunciate. La partita del Governo sarebbe stata giocata dalle stesse squadre che avrebbe disputato l’incontro del Quirinale. Non perchè così è, ma perchè così ha voluto lo stesso Bersani con la decisione di rimandare la formazione del Governo e rinunciando ad un mese di tempo per tentare altre strade, fare al Movimento altre proposte che non vedessero lui al centro dell’operazione, definito, a ragione secondo le logiche grilline, non credibile quando parla di Cambiamento. Un governo Renzi o Letta a Grillo non si poteva prospettare? E cosa avrebbe risposto? Non lo sapremo mai, perchè ci si è ben guardati dal proporlo, probabilmente nel timore che rispondesse sì. Ho sognato addirittura che un Governo con Grillo potesse bilanciare la tendenza destrorsa del PD, portare maggiore controllo sull’azione di un partito tutt’altro che limpido, produrre risultati migliori di quanto un monocolore PD avrebbe potuto fare.

Invece ci ritroveremo un governo che è peggiore dei miei incubi più cupi: non solo appoggiato da Berlusconi, ma con i suoi uomini direttamente all’interno. Una siffatta alleanza non porterà a nulla, anche se, c’è da scommetterci, i media quel nulla ce lo venderanno come oro.

E forse la chiave è proprio qui. Il PD ha avuto paura dei media, tumoralmente infestati dall’ombra lunga di Berlusconi. Non li ha voluti contro. L’opposizione urlata e amplificata di Berlusconi, della quale abbiamo avuto una pillola d’assaggio in occasione del tentativo Prodi al Quirinale, ha spaventato i nostri pavidi dirigenti: dopo un risultato elettorale che ha portato il Partito al minimo storico, un errore di governo sarebbe stato letale, e i mastini berlusconiani avrebbero fatto del Pd carne da macello. Quindi si è preferito non rischiare. Ignoraree le aspettative del 60% degli elettori, che Berlusconi non lo vogliono, e anzi lo ritengono, a torto o a ragione, ma secondo me a ragione, la causa del ritardo italiano rispetto al progresso del resto dell’occidente. Ci si è rifugiati in calcio d’angolo, rinunciando ad attaccare e barricandosi in difesa, che a scoprirsi troppo si rischia di prendere gol in contropiede e perdere una partita vista come uno spareggio per la retrocessione.

Ma per me, nella politica come nel calcio, il risultato non conta: conta come si gioca la partita. Nessuno si esalterà per uno zero a zero che non serve a nessuno se non alla squadra che con questo risultato, avrà l’occasione di prolungare il campionato e conquistare il diritto di giocarsi un’altra partita. Magari nella speranza, nel frattempo, di una inevitabile e necessaria campagna acquisti che porti nuovi campioni a rinforzare una debole, debolissima rosa.

La Resa dei Conti.

Non sapremo mai i dettagli. Cosa è successo nelle stanze di quei Palazzi. Ma mai come questa volta tutto è stato chiaro. Probabilmente anche per l’ottusa coerenza con la quale il M5S ha continuato a votare il loro candidato senza cercare o offrire sponde.

Il Partito Democratico aveva già stabilito che il governo si potesse e si dovesse fare con il PDL. Già. Proprio con quel Silvio Berlusconi causa del ventennio di stallo economico, di sperpero di denaro pubblico, della nuova ondata di corruzione e malaffare, di spregio delle regole, dei media usati come megafoni. Non uno qualunque dunque.

Bersani, che evidentemente non passa le giornate a spolverare i cuscini, deve aver capito che la base non ne sarebbe stata contenta. Ma ha pensato che di fronte alla chiusura del Movimento, certificata in diretta streaming, si sarebbe conformata “per il bene della Nazione”, come sempre ha fatto.

E ha sbagliato di grosso. La sopportazione degli italiani onesti per la figura di Silvio Berlusconi, della sua macchina da guerra, e del sistema che su di lui si poggia (sistema che comprende anche tanti, troppi esponenti del PD) è arrivata ad un punto di non ritorno. Certificato dall’ultimo voto che ha visto di gran lunga prevalere gli anti-berlusconi e dal risultato di un Pdl resuscitato a metà ma pur sempre al minimo storico.

Le aperture al Movimento, dunque, erano tutta una farsa. Il vero colpo di genio di Grillo sarebbe stato accettarlo. Ma, ormai è chiaro, Grillo non è una volpe. Ottimo in Marketing, rimandato a settembre in Scienze Politiche. Dunque, mentre Bersani ipocritamente chiedeva alla Direzione Nazionale pieno mandato a lavorare per un Governo con i pentastellati, lavorava in segreto, ma neanche tanto, per un governo con Berlusconi.

L’unico che non ci ha capito niente è stato il povero Matteo Renzi. Il quale ha detto “non va bene” a tutto, senza realmente capirci qualcosa, e alla fine è stato risucchiato nelle lotte intestine, bruciando la credibilità che si era faticosamente costrutito. Caro Matteo, io ti avevo umilmente avvertito.

Adesso aspetto con ansia il Congresso. Mi auguro che la diaspora che si profila di tanti cittadini onesti e delusi, non ci sia. Anzi mi auguro che il PD faccia il record di iscritti. Se vogliamo dare un volto nuovo al nostro partito, se vogliamo respingere questa politica sporca e intrallazzona, forse effetto e non causa delle italiche virtù, ma in grado di creare valore se correttamente impostata, dobbiamo invadere le sedi del Partito, nominare delegati onesti e liberi, spazzare via una classe dirigente inadeguata e sostituirla con Idee, Valori e Principi chiari. Fuori tutti gli altri.

I nobili Conti del PD si arrendano. Sono circondati, da gente onesta armata di tessera elettorale a cui è finita la pazienza.

P.S: Ieri un indispettito Dario Franceschini twittava: “A mangiare in una trattoria. Passano centinaia di grillini che mi vedono, mi filmano, mi insultano. Mi sono scusato con gli altri clienti.”

Caro Dario, sei proprio sicuro che fossero grillini, e non elettori incazzati del PD?