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Critica della ragion dell’assorbente

Il fatto è che Civati e alcuni parlamentari a lui vicini hanno presentato alla stampa un progetto di legge per la diminuzione dell’IVA sugli assorbenti dal 22 al 4%, equiparandoli in pratica a beni di prima necessità, come pane o latte.

La singolare proposta ha scatenato le ironie dei renziani e i pruriti dei social: i primi hanno dato una mano ai civatiani (in debito di visibilità da quando sono fuori dal Partito Democratico -ormai se li fila, ma di Striscia, solo Peppia Pig) a far parlare della loro attività politica; i secondi hanno diffuso la notizia a modo loro, tra canzonature e battute di spirito: i social sono i social, e qui dire “culo”, “tette” o “assorbenti” fa ancora ridere i quarantenni come un bambino di sei anni nella vita reale. Ma tant’è…

A mal pensare, forse la manovra è stata finanche studiata e voluta. La bizzarra proposta è infatti rimbalzata di bocca in bocca e anche le condivisioni ironiche hanno aiutato “Possibile” a dire alle donne: “ehi, noi pensiamo a voi!“. Direttamente a trenta milioni di destinatarie potenziali. Mica poche. Dal punto di vista comunicativo, insomma, una manovra simile a quella degli asili nido di Renzi (ricorderete, ce ne siamo già occupati), quando in piena campagna elettorale per le primarie pareva quasi che il problema fondamentale dell’Italia fossero i poveri bambini in lista d’attesa negli asili comunali. Forse non era proprio così, ma chi potrebbe contestarlo o dirne male? E anzi, peccato che ora il problema sia quasi scomparso dalle agende della politica. Ma tant’è, pure questo…

In verità non siamo riusciti a trovare il ddl Brignone-Civati sugli assorbenti nel database della Camera; forse non è stato ancora depositato, o ci vuole un po’ perché venga messo online, o forse siamo delle seghe noi nelle ricerche. In ogni caso affrontiamo la questione seriamente. Per quanto ci è possibile esser seri. Cioè poco. Ma tant’è (ma che è oggi sto tant’è?).

Com’è noto, avendolo di recente appreso da una puntata di Super Quark direttamente dalle carnose labbra di Alberto Angela, con cadenza di circa 28 giorni ogni donna in età fertile ha il ciclo mestruale. Il che significa da tre a sette giorni di mal di pancia, mal di testa, maltrattamenti a mariti e fidanzati, e soprattutto perdite ematiche. È su queste ultime in particolare che il ddl si concentra (io avrei puntato piuttosto a regolamentare i maltrattamenti, ma tant’è – e ancora? Basta!).

L’operazione, forse un po’ ruffiana ma di indiscutibile utilità, non sembra però essere del tutto indolore. Da un rapido calcolo a naso, considerando circa 20 milioni di donne mestruate al mese, ciascuna delle quali in obbligo di utilizzare almeno 5 assorbenti al giorno per, diciamo, una media di 5 giorni… arriviamo ad un consumo complessivo di circa 500 milioni di assorbenti al mese. Ora, il prezzo degli assorbenti varia enormemente, e non starò qui a tediarvi sulla differenza tra quelli con le ali e senza, o con il filtro controllo odori e la spugna in lactiflex superassorbente ma ultraslim che non si nota manco se giri in città in mutande, e tra modelli esterni ed interni. Che pure potrei. Ma non lo farò. Diciamo che da ricerche di mercato ad cazzum (praticamente ho chiesto a mia moglie) ho individuato che il costo di un pacco da 10/12 è intorno al 3/5 euro. Il che significa che al consumatore (-trice) ogni pezzo costa circa 30 centesimi. Centesimo più, centesimo meno. Per una spesa mensile media procapite, prendendo per buoni i dati di cui sopra, di almeno 8/9 euro; complessivamente il mercato degli assorbenti dovrebbe quindi valere 160 milioni di euro al mese; più di due miliardi di euro l’anno. Iva inclusa. Mettiamo qui la tabella con i calcoli eseguiti e le conclusioni dedotte, che saranno all’uopo commentate.

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Sul consumo annuo di assorbenti in Italia abbiam anche trovato “autorevole” conferma in rete quindi la prendiamo per buona.

Ora, milione più milione meno, abbassare l’iva dal 21 al 4% si tradurrebbe in un risparmio mensile per la singola donna di circa un euro e quaranta centesimi; poca roba. Ma complessivamente tutte le donne italiane risparmierebbero ogni anno più di 300 milioni di euro. Centinaia di milione più, centinaia di milione meno. Insomma, un piccolo risparmio per una donna, ma un grande risparmio per l’umanità femminile.

Il che però, in maniera esattamente opposta e simmetrica, è anche quanto costerebbe allo Stato la suddetta riduzione. Trecento milioni l’anno non sono proprio bruscolini. A pioggia poi. Ovvero, posto per ipotesi che una donna miliardaria abbia lo stesso ciclo mestruale di una donna poverissima, risparmierebbero più o meno tutt’e due circa quindici euro l’anno. Un modo un po’ bizzarro di utilizzare il bilancio pubblico, la leva fiscale e le politiche di redistribuzione. Soprattutto pensando che Possibile ha appena fatto una campagna velenosissima contro il bonus cultura varato dal governo Renzi come “regalo” dello Stato ai diciottenni, rimproverando appunto di non fare differenze tra 18enni ricchi e 18enni poveri.

Siamo quindi davvero sicuri che il provvedimento, salutato dai civatiani come adeguamento alle più recenti tendenze legislative europee, sia proprio così utile? Dove troveremo i trecento milioni necessari per la copertura? In altre parole, a cosa dovremo rinunciare per ottenere quindici euro di tasse di risparmio all’anno per ogni donna? A quali servizi? O quale tassa sostituirà il mancato introito?

Per inciso, siamo poi abbastanza convinti che, conoscendo da una parte un po’ il mercato, dall’altra come gira questo porco mondo, parte del risparmio previsto, se non proprio tutto, verrà subdolamente intascato dai produttori, adeguando al rialzo i prezzi: i consumatori infatti sono già abituati a pagare una cifra tot, e non gli cambierà certo il mondo risparmiare qualche centesimo a pacco. Ammesso che se ne accorgano.

E magari sarebbe più “de sinistra” provare a spingere per l’uso di assorbenti lavabili e/o riutilizzabili, piuttosto che spingere per l’usa e getta.

In ogni caso, queste dovrebbero essere le vere domande da girare ai firmatari, o le vere critiche da muovere ai proponenti.

Ma tant’è. Culo, tette, assorbenti.

AGGIORNAMENTO del 15/01/2016: Secondo Vanity-Fair, che cita dati Nielsen forniti da Lines Italia, in realtà l’impatto della riduzione iva sugli assorbenti sarebbe ben minore: il risparmio dell’IVA sarebbe “solo” di 75.000.000 di euro, per un risparmio a donna di circa 5 euro l’anno.

Nel compilare i dati a naso abbiamo sovrastimato il costo medio delle confezioni (non 3 ma 2,3 euro) e il consumo medio procapite mensile (non 25 ma circa 10).

In ogni caso, come emerge anche dai commenti a questo articolo e dalle reazioni social provocate dall’annuncio del ddl (complimenti agli strateghi marketing di Possibile, in questo sempre capaci e attenti) il provvedimento si tradurrebbe quindi più una enunciazione di principio (“gli assorbenti sono un bene di prima necessità”, “lo Stato è attento ai bisogni delle donne”, ecc) che in un effettivo beneficio economico. Pertanto, fermo restando il principio, riteniamo sarebbe maggiormente utile utilizzare i 70 milioni di euro – ad esempio – per una distribuzione a prezzo politico o gratuita per le fasce di popolazione meno abbienti.

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La casa nella prateria.

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C’è un grande prato verde, dove nascono speranze: quello è il grande prato della sinistra italiana.

Con le ultime elezioni regionali emerge forte il tema della rappresentanza a sinistra. In particolare, quello dell’Emilia Romagna è un grido di aiuto, che non può restare inascoltato.

In politica – recita il vecchio manuale – non esistono spazi vuoti. Credo sia tempo per quel manuale di essere gettato nel cestino. Il vuoto della rappresentanza esiste eccome, anche se ovviamente non è facile, nè scontato, colmarlo.

Siamo infatti già al terzo grado di delusione:

  1. Delusi dalla vecchia guarda del centro-sinistra, per aver scoperto grazie alla goffa gestione bersaniana, che non si è mai voluto combattere sul serio Berlusconi e, soprattutto, il berlusconismo;
  2. Delusi dalla risposta movimentista, 5 stelle in primis, arroccati in posizioni di sostanziale ininfluenza e mera testimonianza, e incapace con i propri farraginosi metodi di selezionare una classe dirigente adeguata alla mission che si è data;
  3. Delusi da Renzi, che ha bruciato il promesso rinnovamento dopo averci venduto rottamazione, e ha bruciato la sinistra dopo esserne venuto a capo.

Ce ne sarebbe abbastanza perché il dovere civico del voto venga comunque espresso, anche soltanto per automatica reazione, verso una qualunque forza che si professi di sinistra.

Eppure, a sinistra, nè SEL nè l’ex TSIPRAS sfondano. Cos’è successo?

Ovviamente, il timore di soffrire una delusione di quarto grado rende gli elettori prudenti, scettici, disillusi. Il che si sposa con l’impossibilità di trovare, nell’offerta politica attuale, un’alternativa credibile e desiderabile: nella democrazia mediatica dei nostri tempi, si paga lo scotto di non avere una leadership chiara, un’identità e una linea politica ben definita. Soprattutto il primo si rivela essere un fattore critico di successo.

Le praterie quindi ci sono, a sinistra. E abbastanza ampie, da poterci costruire una grande casa.

Ma il problema è sempre lo stesso: come, costruirla.

Renzi si è preso il PD, e lo sta velocemente trasformando a propria immagine e somiglianza. E’ un processo sicuramente reversibile, ma non è al momento prevedibile quando. Civati rimane a mio avviso la migliore risorsa per provarci. Ma se i calcoli sono quelli di far valere le percentuali Congressuali alle prossime politiche, per tirar su una ciurma di parlamentari realmente “civatiani”, con i quali costruire eventualmente e alla peggio, un nuovo soggetto politico, significa che l’orizzonte perché il progetto veda la luce è di 6-8 anni. Un po’ troppo, anche per la più paziente delle gestanti, ma nei calcoli abbastanza per vedere come va a finire Renzi. Perchè sarebbe un peccato gettare via il PD e regalarlo a qualcun altro se Renzi si rivelasse in fin dei conti una meteora. Capisco quindi i tentennamenti, ma è l’ora di prendere decisioni, elaborare una strategia, percorrerla con decisione.

Perché un progetto di sinistra, a mio avviso, possa avere chanches di riuscire, deve avere:

a) una leadership chiara e indiscussa. Giochetti e lotte di potere renderebbero la casa troppo chiassosa e rissosa, e meno desiderabile il venirci ad abitare dentro. E’ il problema di Tsipras, e di SEL, il cui leader sembra essersi eclissato. E sarà il problema di qualunque tentativo “dal basso”.

b) una linea politica semplice e definita. La mozione Civati presentata al Congresso, che attinge al patrimonio valoriale della sinistra, è un’ottima base di partenza. Le parole di Civati degli ultimi tempi, con il continuo e corretto riferimento al proprio mandato elettorale piuttosto che alla presunta fedeltà al capo di turno, per spiegare la propria azione parlamentare e politica, un’ottima premessa. E’ questo il problema dei 5 stelle, che annaspano puntando il dito contro i problemi, senza quasi mai fornire soluzioni sistematiche, e una corrispondente e coerente visione complessiva.

c) una chiara volontà di rinnovamento. E’ importante l’esperienza e il contributo di tutti, ma è necessario che le prime linee siano selezionate accuratamente. E’ banale, ma le risposte a questo punto date da Renzi (e da Bersani prima) e da Grillo, hanno prodotto risultati opposti ma tutti poco credibili. Salvo eccezioni, che sono per l’appunto eccezioni alla regola, abbiamo di fronte una ciurmaglia di parlamentari – se non ministri – senza carisma e in alcuni casi addirittura impreparati. Senza un partito che faccia da filtro, quindi, è necessario che il ruolo di filtro qualcuno si prenda la briga di esercitarlo, anche a costo di dire dei costosi NO (costosi nell’immediato, ma un sicuro investimento per il futuro).

Come ha rilevato Curzio Maltese, negli altri Paesi PIIGS la sinistra si è organizzata, e viaggia verso il governo, o verso percentuali sicuramente in grado di influenzare, di più e meglio delle solitarie battaglie civatiane, le scelte dei governi nazionali.

Naturalmente io non so cosa è meglio fare.

Ma sarebbe meglio ritornare a discutere, come fatto a Bologna, di quale futuro ci immaginiamo, di quanto ce la sentiamo di rischiare, di come sarebbe bello e appassionante costruire una casa nuova, in questa immensa prateria.

Ma per andare dove dobbiamo andare, da dove dobbiamo andare?

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Ma non è, che tante volte, ci fossimo persi? Questo ho pensato guardando l’intervento di Paolo Cosseddu (braccio destro di Civati) ieri in Direzione del Partito Democratico.

Il buon Paolo ha sostanzialmente affermato che i civatiani non condividono la linea del partito, tuttavia sono disponibili a collaborare perché hanno un botto di idee buone ed originali, anche per recuperare il senso ed il valore della militanza, al minimo storico proprio quando il partito raggiunge il massimo valore in termini di consenso.

Ho apprezzato come sempre il contenuto dell’intervento, tuttavia, dopo la cavalleria rusticana dell’elezione di Renzi a segretario prima e a premier dopo, in cui sembrava che l’unica opposizione intelligente e costruttiva al PD fosse proprio dentro il PD, questa nuova fase del civatismo faccio fatica a capirla.

Ammetto di aver da un po’ staccato i ponti, credo quindi che il mio pensiero sia maggiormente rappresentativo di una parte dell’elettorato civatiano o ex civatiano. In ogni caso è il mio, e così fedelmente lo riporto.

L’area Civati si è spesso interrogata in passato su che tipo di rapporto dovesse avere con il PD di Renzi. Decisione non facile: il segretario è stato eletto in forza di un risultato eccezionale alle primarie del partito, e ha confermato la sua forza alle elezioni europee; difficile quindi contestare, senza minare i fondamenti stessi della democrazia, il diritto/dovere di seguire una certa linea, ambiguamente delineata nel corso delle varie campagne elettorali. E’ fuor di dubbio che il consenso a Renzi è legato alla fiducia alla persona (sulla deriva leaderistica e personalistica del Paese si potrebbe aprire un blog a parte) piuttosto che non a un programma o a idee concrete particolari.

Il momento più alto del dibattito interno all’Area si è avuto alle Scuderie di Bologna, quando in virtù di una (facile) lettura su che piega il Pd renziano avrebbe presto preso, e sul modo in cui aveva abbracciato il potere calpestando clamorosamente le sue stesse parole, ci si chiedeva se fosse il caso di votargli la fiducia.

La maggioranza della base, se pur profondamente spaccata, disse che sì, la fiducia al proprio segretario non la si poteva proprio negare, solo sulla base di congetture pur plausibili e con un certo fondamento. La mia posizione era invece piuttosto possibilista, ma ferma sull’obiettivo di lottare contro la deriva centrodestrista che il partito stava prendendo. Da dentro, o da fuori, mi interessava poco, e questa decisione tattica e strategica l’avrei delegata allo stesso Civati, con la fiducia che si deve ad un fratello maggiore con più acume ed esperienza.

Dalle Scuderie, non si sono tenuti altri momenti di partecipazione, o di revisione critica della decisione di allora. Eppure nel frattempo, il Premier ha messo a cuocere parecchia carne: l’inguardabile riforma del Senato, l’abbozzata ma già contestabile elegge elettorale, una mancia fiscale nulla negli effetti ma pesante sui conti pubblici, un Paese in continua e decisa recessione, una serie di promesse mancate e di appuntamenti in agenda saltati che hanno portato lo stesso Renzi a cambiare marcia e diluire la cura (palliativa) in tre anni invece che nei tre mesi improbabilmente prospettati all’inizio. E poi un fiume di parole, parole, parole. E slides.

La mia domanda è: possibile che sulla base di un pregiudizio, per quanto anche condivisibile, ci si sia interrogati se votare la fiducia a Renzi oppure addirittura uscire dal PD, e invece sulla base di una serie di atti di governo contestabili e detestabili, tutto fili liscio e ci si debba dichiarare pronti a collaborare se solo la maggioranza renziana si dimostrasse disponibile all’ascolto delle nostre ottime idee?

Mi sembra che l’Area Civatiana abbia sotterrato l’ascia di guerra, magari pronta a ritirarla fuori alla prossima occasione. Pare si sia inteso che il baraccone Renzi presto franerà sotto il peso delle sue stesse promesse, e che conviene aspettare e non sprecare energie, pronti magari ad un po’ di guerriglia quando ne venisse fuori l’occasione o la necessità.

E’ però lo stesso errore di valutazione che fu fatto dalla sinistra italiana nei confronti di Berlusconi. E quando il mostro era ormai troppo cresciuto per combatterlo efficacemente, ci si è infine rassegnati ed abbassati a considerarlo un avversario leale prima, e un alleato indispensabile adesso. E quindi ammetto che ho un po’ paura.

Io non mi rassegno. Il prezzo della smania renziana non può essere pagato dal Paese, perchè l’unica vera opposizione intelligente e costruttiva a Renzi si è appisolata e si sta cullando all’idea di farsi trasportare dal traghettatore verso non si sa dove.

In Basilicata, per dire il clima, monta la protesta contro l’ennesimo affronto: il decreto sblocca-Italia lancia un ultimatum per aprire nuovi pozzi di petrolio nei territori interessati; se non risponderanno in tempo, la materia sarà avocata al Governo. Come dire: o vi sparate da soli, o vi spariamo noi. Che peraltro oltre ad essere politicamente discutibile, suona anche un tantino incostituzionale, almeno fino a quando la Costituzione reggerà nella forma attuale.

E quindi mi chiedo: per andare dove dobbiamo andare, per dove dobbiamo andare?

Ma soprattutto: sappiamo ancora dove andare?

Perchè al momento #nonèpossibile. Il mio contributo al Politicamp di Livorno.

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Dopo un anno di militanza particolarmente attiva nell’area Civati, credo ci sia il bisogno di fare il punto della situazione, capire dove siamo, studiare punti di forza e debolezza e darsi qualche obiettivo e una strada per raggiungerlo.

Civati ha scosso e risvegliato, in me come in tanti, la voglia di mettersi in gioco e di lottare per realizzare direttamente il proprio futuro, senza attendere che qualche venditore di parole lo faccia per noi. Dal punto di vista mediatico ci è arrivato forse prima Grillo, ma Pippo è partito prima, ed è certo rimasto più coerente. Comunque, poco importa.

La prossima settimana a Livorno l’area si interrogherà se #èpossibile.

In realtà più che un interrogativo sembra un’affermazione, un incoraggiamento, la promessa di un obiettivo a portata di mano. Mi dispiace quindi andare controvento, e affermare che alla luce della mia esperienza, certo parziale e circoscritta, “non è possibile” così facilmente come viene raccontato.

Ecco i problemi che Civati dovrebbe meglio mettere a fuoco, perché davvero sia possibile:

1) Chiarire l’obiettivo. Dopo le primarie di dicembre non ho ben capito quale fosse l’obiettivo di quest’area. Per Renzi è stato diverso: si è sempre posto come un superman che arrivato al potere, avrebbe risolto tutti i problemi. Nessun renziano, della prima o dell’ultima ora, l’ha mai messo in dubbio. Ma qual è l’obiettivo di Civati? Non credo rimanere a galla: avrebbe accettato le numerose mediazioni proposte, e facilmente ottenuto un posto al sole. Credo mi risponderebbe che l’obiettivo è costruire la sinistra. Beh, nobile, e non facile. Ma rischia di rimanere un obiettivo piuttosto sfocato e indeterminato. Una sorta di macchia di Rorschach, quei disegni con l’inchiostro usati dagli psicologi, nei quali ciascuno ci vede un po’ quello che vuole. E l’obiettivo, da collettivo diventa personale; la somma di milioni di obiettivi individuali. Non credo funzioni. Il problema identitario, lo sento ancora forte e irrisolto.

2) Chiarire il metodo. Ora, dato l’obiettivo, ci sono centinaia di percorsi teoricamente possibili per conseguirlo. Tutte le strade sono aperte, e il difficile è imbroccare quella giusta. Qual è il metodo Civati? Renzi è stato chiaro: decido io, se vi piace applaudite, se non vi piace fischiate, ma tanto a me poco me ne cale. Nessun renziano, della prima o dell’ultima ora, l’ha mai messo in dubbio e lo contesta. Ma di nuovo: quel è il metodo di Civati? Anche qui non si capisce: si dice meritocrazia, si dice condivisione, si dice attivismo, si dice apertura alle contaminazioni e via dicendo. Ma spiace ammettere che dal mio angolo di mondo ho percepito che non sempre la via seguita per lo sviluppo dell’area aderisce perfettamente a questi dettami. Senza polemica. Capisco sia più facile qui e là appoggiarsi ad un pezzo di partito esistente, che creare, formare e mantenere in ogni benedetto e lontano territorio una nuova classe dirigente. Servono risorse, economiche ed umane. E quindi è il caos, l’anarchia. Dove Pippo ha ben seminato, ben si raccoglie. Dove la semina è stata delegata, o rimandata, i campi rimangono incolti. Ma il contadino si arricchisce comunque, alle spalle dello stesso Civati, rivendendo erbaccia al mercato all’ingrasso della politica italiana. Occorre darsi una scossa. Il Paese è piccolo, e la gente mormora. Non può durare a lungo.

3) Scegliere gli uomini le persone. Se una cosa un anno di militanza nel partito me l’ha insegnata, è che si può essere i migliori teorici del mondo in politica, ma poi occorrono gli uomini. Quelli che ti votano, certo, che ti seguono e ti applaudono. Ma anche quelli che a certi livelli ti permettono anche solo di comunicare, di organizzare, di lavorare. Quelli sono fondamentali. Scegli gli uomini sbagliati, e sei fottuto. La storia è piena di casi clamorosi, in questo senso. Forse l’errore di Pippo, e badate che è il segreto di Pulcinella, che tutti lo bisbigliano, ma nessuno ha il coraggio di dirlo ad alta voce, è che affida compiti organizzativi senza verificare l’efficacia dell’azione delegata. Forse si fida, punto. Ma non è con una manciata di amici storici e intoccabili che si costruisce la sinistra. Si mantiene il controllo, forse. Ma a mio avviso, più correttamente, si mantiene la sensazione del controllo, non un controllo vero e proprio. Una verifica se le azioni dei nostri amici vanno davvero nella direzione voluta, è necessaria, di tanto in tanto. E bisogna anche avere il coraggio di correggerli, se necessario. Dirò di più: bisogna avere il coraggio di mettere in squadra chi non la pensa come te. La differenza di idee arricchisce, non impoverisce; e, cosa non secondaria, ci si controlla a vicenda. Che poi l’importante è avere tutti lo stesso obiettivo, non dirsi sempre sì. A volte ho avuto la percezione che non tutte le seconde linee civatiane remassero nella stessa direzione di Civati. Ma magari è una mia impressione: quel che è certo, è che a non affrontare e risolvere questo punto, il bel messaggio civatiano perde gradualmente di efficacia, e arriva spento e scolorito.

4) Darsi un’organizzazione. Ci si decida. O si fa una corrente strutturata, o un’area libera di opinione che segue soltanto il suo leader. Io sono per la prima: Civati passerà, ma le sue idee dovranno rimanere, e ci vorrà una solida anche se snella organizzazione che aiuti a realizzarle, se davvero vogliamo fare qualcosa di utile al Paese. Rimanere nel limbo del non siamo una corrente ma pensiamo e agiamo come tale, non giova nè a Pippo, nè a noi, nè alla sinistra. Ci si perde a guardarsi l’ombelico per decidere se lo si vuole concavo o col nodino, e non si va avanti mai. Si perde tempo a difendersi dagli inevitabili attacchi degli avversari, che colgono le nostre incongruenze, e non si produce.

E quindi no, al momento non #èpossibile. Non così. Non senza prima risolvere i nodi che ho sopra esposto, salvo se altri.

Intanto io, per cautela, un punto interrogativo in quell’hashtag, ce lo metterei.

#èpossibile?

Siamo già al RenzCulPop?

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Fedelissimi del premier fanno girare una vignetta nella quale i “civatiani” riderebbero a crepapelle sulla infelicissima gaffe di Corradino Mineo che ha detto che Renzi è come un bambino autistico: non gli daresti credito, invece si rivela capace di cose straordinarie.

Se voleva essere un complimento, è davvero terribile e fuori luogo.

Naturalmente il premier non ha perso l’occasione di infilzare il dissidente e colto l’occasione per evitare di affrontare tutto il contenuto politico della vicenda.

Fa sempre un certo effetto però vedere la trasformazione di menti brillanti, da autonomi centri di pensiero a impiegati del RenzCulPop.

In un infuocato articolo addirittura, si vanvera che tutta la triste platea avrebbe riso a crepapelle sulla battutona (la classica figura di chi vuole risultare simpatico ma non ha nelle corde il gene della comicità), e solo più tardi i protagonisti si sarebbero cosparsi – ipocritamente, suggerisce malizioso il RenzCulPop – il capo di cenere. A cominciare dal leader maximo della dissidenza di peluche (ma ieri girava roba buona lì dentro?)

Basta ovviamente guardare il video per accorgersi che le cose non sono andate affatto così.

Pippo ha commentato con un sorriso imbarazzato la battuta di Mineo sugli studi di Renzi “non lo salviamo più dopo questa” e ancora più imbarazzato ha scostato la sedia dicendo “prendo le distanze!” e la platea ha riso sollevata alla battuta di Civati che ha rotto il gelo che si era creato.

Scrivo queste cose con tristezza: dovremmo parlare e discutere d’altro noi, ma tant’è. Il 40,8% che campeggiava dietro le spalle del Segretario oggi all’Ergife – e per fortuna non era un referendum sul governo, se no si prendeva il 60 – ci consegna una responsabilità enorme.

Personalmente non sono impiegato nel CivCulPop, a scanso di equivoci non mi pagano insomma, ma capisco le motivazioni degli amici del RenzCulPop. Mi rendo anche conto però della profonda tristezza della condizione umana di un impiegato pagato un tanto a fesseria purché si dica in giro che Renzi è infallibile e chi lo critica è certamente un meschino mentecatto con chissà quali sordidi interessi.

Non è così. Vi vogliamo bene, e vogliamo bene a questo partito e questo Paese.

#Statesereni

Il PD va a destra? Zavorriamolo a sinistra.

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Pippo Civati scrive un bell’articolo cercando di spiegare perchè uno di sinistra dovrebbe votare PD. Questo PD, il PD di Matteo Renzi, quello che nella forma forse più che nel contenuto sembra inesorabilmente scivolare a destra.

E’ un fatto che Renzi appaia piuttosto preoccupato di dare segnali evidenti che lo spostamento della massa critica verso destra è solo una cattiveria giornalistica: siamo entrati nel PSE, sono state messe in campo politiche di redistribuzione reddituale (i famosi 80 euro), diminuito l’impegno sugli F35, rinnovate le liste con una bella iniezione di giovani e donne, e via dicendo.

Eppure molti – o moltissimi, se anche Pippo che ha certamente meglio di me il polso della situazione, incontrando migliaia di elettori, si è sentito in dovere di scriverci un post – continuano a ritenere che la scelta migliore per uno che si professi di sinistra, a questo giro, sia votare Tsipras, o manifestare il proprio dissenso votando Grillo o al limite disertando l’appuntamento elettorale.

Mi auguro che la lista Tsipras superi l’odiosa soglia di sbarramento (senza senso in una legge elettorale proporzionale). E’ un esperimento, forse riuscito a metà, di costruire qualcosa di diverso a sinistra. Le sue difficoltà sono le nostre, e quelle che incontrerebbe chi – anche tra di noi – spesso predica di realizzare i nostri obiettivi comuni cercando una via esterna, piuttosto che insistere su quella interna.

Non essendo tra questi ultimi, credo che chi tiene alla sinistra italiana, chi sogna di costruire un partito diverso da quello di carta velina che ci passa il convento, ha l’occasione di “bloccare” il PD a sinistra.

Se il PD va a destra, zavorra il PD a sinistra, questo voglio dire. Come? Utilizzando le preferenze per dar forza alla bella sinistra interna di questo partito. Praticamente ogni Circoscrizione ha candidati “civatiani”. Un progetto che continua, pur tra mille difficoltà e singhiozzi (sopratutto al Sud, dovremo darci parecchio più da fare) e che si sta rivelando come una della pagine migliori della politica italiana degli ultimi anni, forse decenni (esagero?).

Possiamo dare il segno che il PD, a noi, piacerebbe così. Come e più delle scorse primarie.

P.S.: nella circoscrizione Isole, personalmente voterei Soru. Non è un civatiano; ma quelli bravi vanno sostenuti a prescindere. E poi, non è che li abbiamo solo noi. 😉

E @tommasolabate no no no.

Devo riconoscere a Tommaso Labate una certa onestà intellettuale. A differenza dei pennivendoli nostrani, le cui opinioni vanno un tanto al chilo, capita spesso di trovarsi d’accordo con le riflessioni del nostro. Per questo non riesco a capire il senso delle uscite odierne.

Nel suo post di oggi spara questa frase, per dimostrare che Renzi, porello, è stato costretto suo malgrado ad assumersi la grave responsabilità di guidare il nuovo governo:

A quelli che “mica ora, Matteo doveva aspettare l’approvazione dell’Italicum e solo dopo andare al voto” non vorrei neanche rispondere. Ma, se proprio si deve rispondere, lo si può fare con una domanda. Ma davvero pensate che Berlusconi confezioni una qualsiasi riforma che mandi Renzi a Palazzo Chigi? Davvero pensate che il Cavaliere, che ha alle spalle una quindicennale esperienza di tavoli imbastiti e poi fatti saltare, – per citare Enrico Letta – “ci abbia scritto in testa Jo Condor”?

Non vorrebbe rispondere, dice. E dovrebbe invece. E quando abbozza una risposta, si arrampica su superfici riflettenti e scivolose. Renzi, sintetizzo, non poteva aspettare l’approvazione della legge elettorale perché Berlusconi avrebbe fatto saltare il piatto. Embè? Tutto qua? Questo è il massimo della riflessione che riusciamo a tirar fuori per sbarrare la strada all’unica soluzione sensata per questa legislatura nata sbilenca, che non può essere raddrizzata se non dal voto popolare?

Mah, io ci metterei un po’ più impegno. Perché, per dire: se non ci si fida di Berlusconi per una legge elettorale, la cui possibilità di essere o meno approvata può essere verificata in poche settimane, andarsi a mettere nelle sue mani, o nelle manine di Alfano, andandoci (anzi continuando)  a fare un Governo insieme, non mi sembra una gran furbata. Tanto più che la solidità della costruzione sulla quale si poggia il futuro governo potrà essere giudicata solo fra diversi mesi. Facendo perdere al Paese, se le cose non andassero per il verso giusto, ulteriore tempo. Fra diversi mesi per modo di dire, ovviamente: soltanto un orbo potrebbe far finta di non vedere che nell’ultimo anno solo per miracolo la maggioranza non è franata almeno una volta al mese.

Per concludere, una postilla su un apparente innocuo tweet del nostro:
tweet

Per non essere un commentatore politico di primo pelo, Labate dovrebbe ben sapere che dietro quell’apparente voto bulgaro ci sono distiguo, ma e se, che sono tutti da verificare. E che sono potenziali micce di altrettanti crisi che Matteo Renzi, diventato premier, si troverà a dover affrontare.

Insomma Tommaso: capisco il tuo entusiasmo: con Renzi avrai parecchio lavoro da sbrigare, i retroscena non mancheranno di certo; si moltiplicheranno articoli e ospitate. Ma non lo condividiamo.

A parte Civati, questo “nuovo” PD targato Renzi è vittima della stessa identica ipocrisia di fondo che ha spazzato via il buon Bersani dalla segreteria. Delle stesse lotte di potere che hanno fatto emergere i 101. Delle stesse identiche cose che abbiamo avversato e combattuto dallo scorso aprile in poi, mettendoci faccia, gambe e cervelli.

E che, presto o tardi, falcerà anche Renzi, c’è da scommetterci.

Povero lui ma, soprattutto, poveri noi.

#Renzi non lo fare.

repubblica

La stampa dà per scontato quello che il solo Civati denunciava senza ipocrisie nei giorni scorsi, e che tutta Italia aveva intuito che sarebbe successo prima o poi, già dal 9/12. Ma ipotizzando libere elezioni, nelle quali Renzi avrebbe potuto legittimamente misurare il proprio consenso ed arrivare trionfalmente dove ambisce arrivare.

La vicenda sta invece prendendo in queste ore una strana piega: Renzi pensa di arrivare a guidare il governo saltando le elezioni. Nessuno poteva prendere in considerazione un’ipotesi del genere per una banale considerazione: lui l’ha sempre escluso. A parte un paio di giorni lo scorso anno, quando il suo nome fu in ballottaggio con quello di Letta, e ci rimase fino a quando qualcun altro non lo depennò, non certo per sua esplicita esclusione.

Renzi ha passato gli ultimi due anni a raccontare di essere il nuovo e il meglio, e gli ultimi due mesi a fabbricare un percorso che potesse confermare agli italiani che in effetti era proprio così. Quest’ultima parte non dev’essergli riuscita granché bene, o magari s’è accorto che così continuando, anche grazie alla legge elettorale che ha tirato fuori dal cappello, la strada per Palazzo Chigi potrebbe essergli sbarrata per sempre. A questo punto: meglio l’uovo oggi o la gallina domani?

Caro Matteo: scegliere la scorciatoia e farsi consigliare dal proprio ego, non è mai una buona cosa. Questo governo che ti appresti a guidare nasce sotto i peggiori auspici. Lo so, a te piacciono le sfide. Ma andare a sbattere a duecento all’ora contro un muro di cemento armato non è una sfida pericolosa che mette i brividi: è una cazzata.

Dimentichi (o fai finta di non ricordare) una cosa fondamentale: il Parlamento resta il medesimo dell’anno scorso. Stessi numeri, stesse facce, stessa spiaggia stesso mare, dove pensi di andare? Nessuno mette in dubbio le tue potenzialità, ma perchè sprecarle così?

Questo è lo stesso Parlamento dei 101. E’ lo stesso Parlamento dove se devi cercare una maggioranza, devi chiedere il permesso a Berlusconi. O a Berluschino (Alfano), se ti accontenti di vivacchiare. E’ lo stesso parlamento in cui i grillini saltano sui banchi pronti a fare propaganda sul nulla. Ed in un Paese con il mal di pancia sempre più forte, rischi di farti fregare, se non hai la certezza di portare a casa qualche risultato utile, ed in brevissimo tempo. E quindi: #Renzipremier sì. Ma prima fai pulizia, e punta a mutarne le condizioni di fondo.

Caro Matteo, non accontentarti delle briciole. Non accontentarti dell’uovo oggi, immaginando che covandolo abbastanza a lungo, possa venirne fuori un fiero galletto domani. Il giochino era già stato tentato da D’Alema tempo fa. Con miseri risultati. E pure partiva con un vento anche più favorevole. Sono stanco di vedere il mio partito che gioca sempre in difesa, e di rimessa. Ti sei presentato come un grande goleador, e ora ti metti a fare il terzino? Non si può proprio sentire…

Caro Matteo, lascia perdere. Fai l’unica cosa sensata: prendi atto che in questo Parlamento non ci sono le condizioni per fare riforme e per trovare una strada chiara e netta per questo Paese alla quale dedicarsi per una intera, o anche due legislature (l’unica alternativa teoricamente possibile, una collaborazione con il Movimento, si è rivelata di fatto impraticabile – anche per errori ed orrori del PD). Disegna una mappa per ritornare al voto e ridare la parola agli italiani.

Lo diciamo da un anno, e abbiamo perso anche troppo tempo a immaginare e sognare percorsi alternativi, ma alternative non ce ne sono. E il fallimento di un #RenziPremier non ce lo possiamo proprio permettere.

Non puoi permettertelo tu, ovviamente. Ma non può permetterselo il PD, che dopo la sbornia delle primarie, si risveglierebbe con un tremendo mal di testa.

E non può permetterselo il Paese. Perché se un PD in piena forma fatica a contenere la destra, siamo sicuri che un PD stordito glielo consegnerebbe con un fiocchetto rosso.

E’ questo il film al quale stiamo assistendo.

E sappiamo già come va a finire.

 

Perchè uscire dal PD è una pessima idea.

Se potessimo fare una classifica dei commenti negativi più ricorrenti agli scritti di Pippo Civati sulle varie piattaforme web (blog, facebook, twitter), ne verrebbe fuori una cosa del genere:

3) “Che cavolo ci fa una persona perbene come te dentro il PD?”;

2) “Sì parla parla, ma poi alla fine voti come il PD”;

1) And the winner is: “Esci dal PD e fai un nuovo partito con Landini, Rodotà e Vendola e noi ti seguiamo”.

Ho contestato alla giuria che la categoria 3) ed 1) possono essere di fatto unificate sotto la stessa voce, ma non hanno voluto sentire ragioni: i detrattori di cui al punto sub 3) lamentano una situazione senza fornire soluzioni conseguenziali, mentre i detrattori di cui al punto sub 1) si spingono oltre ed offrono – gratis, peraltro, c’è di che benedirli – la soluzione a tutti i nostri problemi.

In ogni caso, io credo che la stragrande maggioranza dei detrattori di Pippo Civati sia potenziale elettorato di Pippo che proprio non sopporta vederlo agire ed interagire con i loschi figuri del PD.

Come se il PD fosse una cosa data, una massa informe ed immutabile (magari marrone e puzzolente, nell’immaginario collettivo) toccando la quale si rimane irrimediabilmente insozzati o contagiati.

Beh, le cose al solito, sono un po’ più complicate di così. Il PD, al contrario degli altri partiti, assume la forma che i suoi elettori – con non poca fatica – decidono di dargli. Qualcuno storcerà il naso, e dirà che elettori e militanti, per interesse o per ignoranza (o per sottile gusto masochistico) si fanno fregare e abbindolare dai loro dirigenti, e che alla fine si cambia tutto ma non cambia mai veramente nulla. Il che potrebbe essere vero in realtà per qualunque partito o movimento, se solo avessero delle regole di democrazia interna anche soltanto lontanamente paragonabili a quelle – peraltro insufficienti, e ci si dovrà impegnare a riformarle ed ampliarle – del Partito Democratico; e peraltro, la base della democrazia prevede che siano gli elettori a decidere, e la decisione non può essere filtrata da un Grande Fratello che vi appioppa l’adesivo “good” o “no good” a seconda del suo inappellabile giudizio morale. E quindi, meglio mettersi l’anima in pace.

Comunque, veniamo al sodo. Perché non è una buona idea uscire dal PD, anche se ogni giorno – Dio solo lo sa – non passa quarto d’ora senza che qualcuno di noi lo pensi? 

I verginelli si tappino gli occhi, e le orecchie, che ora la dico brutta: perchè non conviene.

Non conviene? Ecco i soliti politicanti che pensano alla carriera e a sistemarsi le cose loro. No, no, non avete capito: non CI conviene.

Qualunque sia la legge elettorale che trasforma il consenso in seggi parlamentari, appare chiaro che per cambiare le cose senza “sporcarsi le mani” con la massa informe di cui sopra, occorre avere la maggioranza assoluta, o quantomeno relativa, dei consensi. Cosa del tutto improbabile da realizzare; e, qualora si trovasse modo di renderla possibile, certamente molto molto costosa. La qual cosa implicherebbe di fatto il doversi sporcare le mani con altri tipi di masse informi e maleodoranti: finanza, grande industria, lobbies, e non voglio dire altro…

Il PD, pur con tutti i suoi difetti, rimane pur sempre un partito contendibile: ci si candida, si fa breccia nei cuori della gente (per dirla alla Renzi) e ci si mette alla sua guida. Semplice, facile e pulito. A parole.

Agli increduli della prima e della seconda ora, dico: guardate il vostro partito. Qualunque esso sia. Non è conquistabile. Se non a costo di sporcarsi le mani, come sopra. Vi sono barriere all’ingresso, vestite di razionalità, praticamente insormontabili. Anche nel PD ve ne sono, e ve ne mettono, ma nulla che una spinta di massa ben organizzata non possa superare.

E quindi veniamo al primo nodo. Serve una forza, e ben organizzata. Dobbiamo organizzarci. Serve tempo. Servono risorse, più umane che economiche, ma comunque risorse sono. Il web aiuta a tenere relazioni e contatti quasi gratis, ma non risolve tutto.

Infine, una banale considerazione numerica. Avere la maggioranza del PD, significa poter sfruttare un notevole effetto leva: con due milioni di voti alle primarie (ma ne bastavano anche meno Matteo, eh, così non vale!), che equivalgono ad appena il 5% dell’elettorato attivo, la sinistra può ambire a guidare il più grande partito italiano. Mica male, direi. La sinistra varrà almeno il 5% no? Beh, con la legge elettorale in discussione, non si supererebbe nemmeno la soglia di sbarramento, presentandosi da soli (e presentarsi in coalizione, a cosa diavolo servirebbe?).

Quindi: scusate se la faccio così spicciola. Scrivo questo post per semplificarmi la vita. Rimanderò qui ogni volta che si accende una discussione sulla questione, evitandomi di ripetere lunghe litanie ogni volta.

Può non essere la strategia migliore; qualcuno può pensare che siamo dei paraculi; siamo aperti al dubbio, e alla discussione. Ma non ci sentiamo sconfitti. Partiamo da un buon risultato alle primarie e lo rafforzeremo. Non ci rassegniamo, e presto diventeremo maggioranza, nel partito e poi nel Paese.

Oggi gli elettori hanno scelto un altro candidato, un’altra strada, un’altra linea politica. E’ giusto che si lasci lo spazio all'”eletto” di dimostrare il suo valore e provarci. Non lo diciamo noi: lo ha chiesto a gran voce quasi il 70% degli elettori che ha votato alle scorse primarie; appena due mesi fa.

Un giorno, non troppo lontano secondo me, potremmo essere nelle condizioni di dover chiedere lo stesso. Di lasciarci fare e di provarci, con l’appoggio nel Partito anche di chi non la pensa esattamente come noi.

E quindi. Popolo della sinistra! Uniamoci!

Pippo Civati ci apre la strada, ma tocca a noi saperla e volerla percorrere con lui fino in fondo. Imboccando una via stretta, lunga e tortuosa che si chiama: politica. Tutte le altre scorciatoie portano, immancabilmente ed inesorabilmente, al punto di partenza. Mi pare che se ne abbia avuto prova, in questi ultimi venti anni.

Ad maiora!

Scemo chi vince. Sondaggio semiserio sulle elezioni 2015 (o 2014?)

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Ordunque (certi incipit improbabili si possono leggere solo su questo blog), l’Italia si appresta a darsi una nuova legge elettorale. Eh sì, era proprio quello che ci voleva. Di tutti i problemi urgenti e improcrastinabili questo era certamente il più sentito dal popolo.

Non hai un lavoro? Tranquillo, ora hai il listino corto.

Prima non arrivavi a fine mese e ora addirittura temi di non riuscire nemmeno a cominciarlo, il mese? E vedi come un miraggio il confine tra 31 e l’1, che riazzererà il plafond della tua rovente carta di credito? Keep calm: ora c’è il doppio turno.

E, naturalmente, se temi che la corruzione impedisca a te e ai tuoi figli di vivere in un Paese che se non premi la meritocrazia (embè, ai miracoli ormai non ci crede più nessuno, a parte i Mastrapasqua di turno), che offra perlomeno garanzie di pari opportunità a tutti i suoi cittadini, devi aver fede: il ricatto dei partitini sarà scongiurato da alte soglie di sbarramento.

E così, se hai deciso che ti sei rotto le balle di questo inutile teatrino politico che ti spupazzano quotidianamente ormai da anni e pensi “Ora scendo in campo io”: puppa. Se non prendi almeno l’8 percento sei fuori. Ma 8% significa circa tre milioni di voti. Un po’ troppi per me. E anche per te. Ma è la democrazia bellezza!, dicono, e l’accettiamo. Se non hai tre milioni di voti, non sei nessuno. E’ giusto che tu stia a casa, a guardare attraverso la tele l’inutile teatrino che ti spupazzano quotidianamente ormai da anni.

Insomma, è facile prevedere che alle prossime elezioni i tre poli che se la giocheranno saranno PDL (o come diavolo si chiamerà), CSX e M5S. Ipotizzando che nessuno arrivi al 37%, si prospetta un ballottaggio. Renzi punta molto (forse tutto) sul suo appeal. Berlusconi tirerà fuori dal cilindro qualche promessa mirabolante, alla quale al solito milioni di imbecilli crederanno (che ci possiamo fare: è la democrazia, bellezza!). Grillo al grido di fanno tutti schifo! Sono tutti morti! raccoglierà il resto. Pescando molto, temo, anche a sinistra, se SEL come probabile rimarrà un satellite pericolosamente gravitante intorno all’orbita di un PD totalmente renzicentrico.

Al ballottaggio quindi, cosa succederà? Boh, è difficile da dire, e io poi con le previsioni sono notoriamente una chiavica. Ma fin tanto che non diventerà un reato spararle a caso, ci provo di nuovo:
Ipotesi A) Ballottaggio PD-PDL: vince il PD. Non si discute. Mi rifiuto di immaginare uno scenario diverso, per la mia salute mentale. Che poi, in fondo, cosa cambia? (nota amara di un elettore scoraggiato e disilluso).
Ipotesi B) Ballottaggio PDL-M5S: dipenderà molto dalla strategia di Grillo per accapparrarsi i voti degli elettori PD, ma che questi votino Berlusconi anche per sbaglio, mi pare decisamente improbabile. Un voto a Grillo, una volta sola, giusto per vedere di nascosto l’effetto che fa, glielo daremmo. Quindi: vince il M5S.
Ipotesi C) Ballottaggio PD-M5S. E qui viene la sicumera del nostro segretario: siamo abbastanza certi che l’elettorato PDL voterà Renzi compatto. D’altronde il candidato è più loro che nostro (#sischerza). Praticamente certo che vince il PD.

Pertanto, a ragionarci sopra non ci si azzecca mai, ma tanto non si fa peccato:

  • Il PD vince le elezioni se supera il 37% o se entra almeno in ballottaggio. Difficile immaginare che non accada, ma in passato la sinistra è riuscita a perdere elezioni anche più facili, quindi perchè mettere limiti alla Provvidenza? Soprattutto se qualcuno non capisce che più dura questo governo, più la certezza di una vittoria si allontana…
  • Il M5S vince le elezioni se entra in ballottaggio con il PDL. Ipotesi improbabile, al momento, ma affascinante. Grillo dovrebbe fare tutta la sua campagna sul e contro il PD. Oh: ma non la sta già facendo?
  • Il PDL vincerebbe le elezioni solo nel caso in cui superasse il 37% (e il PD) al primo turno. Ipotesi remota anch’essa, al momento. Ma Berlusconi conosce il Paese. Sa dove andare a bussare per sommare voti. I listini bloccati gli consentono di elargire posti in Parlamento a chiunque, in cambio di un bel bottino di consensi. E, dunque, non è affatto scontato che non riesca nel giochino. E infatti in molti l’hanno fatto notare:

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E chissà poi che nel frattempo a Berlusconi non riesca anche di trovare un “Civati” di destra…

Beh, si scherza, naturalmente. Infatti Renzi ci tiene a sottolineare che non si vince grazie ad una legge elettorale, ma perché si riesce ad entrare nel cuore e nella testa degli elettori, conquistandoli uno per uno.

E io mi auguro che Renzi questo faccia. E che non sia solo propaganda elettorale, ma un percorso condiviso di crescita e di proposta. Un #civoti, insomma.

Che le cose, insomma, cambiano solo cambiandole.