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Matera2019 ritiri subito il suo logo dal Quotidiano di Basilicata!

Senza nome

Sulla testata del Quotidiano della Basilicata campeggia ancora trionfante il logo di Matera 2019 Capitale Europea della Cultura.

Ma da oggi quei fogli di carta sono fogli vuoti. Inutili contenitori di veline passate al vaglio di una redazione che di lucano non ha più nulla.

Con decisione unilaterale, com’è ormai noto, ieri la proprietà ha deciso di azzerare la redazione lucana del quotidiano, mettendo in cassa integrazione a zero ore i professionisti che vi lavoravano. Il giornale sarà confezionato asetticamente in Campania.

Inutile spendere qui parole per dichiarare la vicinanza ai giornalisti e testimoniare il profondo legame con questa terra costruito negli anni dalla direttrice Lucia Serino e i suoi colleghi con i lucani, raccontando in maniera indipendente e plurale i fatti, ed esprimendo e lasciando esprimere le più varie opinioni.

La mobilitazione di queste ore ne è la prova più viva.

Chiediamo invece alla Fondazione Matera 2019 di vietare all’editore l’utilizzo del marchio di Capitale Europea della Cultura, protestando in questo modo ufficialmente contro una decisione che la cultura punta ad ucciderla.

In culla. Che da ‘ste parti la cultura è (era?) ancora tutta da costruire.

E la redazione del Quotidiano di Basilicata, con il suo impegno – appunto – quotidiano, stava dando una fondamentale mano a realizzarla.

 

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Tosto, Buccico, Santochirico, Viti… Se questo è il nuovo, aridetece i Borboni.

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Volevo scrivere un articolo per rispondere a quello di Tito Dimaggio di oggi, sul Quotidiano. Poi mi sono accorto che quell’articolo lo aveva già scritto Lucia Serino. E quindi provo ad andare oltre.

Si può criticare. Si deve, per crescere e migliorare. Fermo restando che alla favola per la quale una persona sola può cambiare il mondo, oramai non crede più nessuno. Ma in ogni caso, quando si afferma che “questo non va bene”, bisogna anche prendersi la responsabilità di dire cosa gli si preferisce. E lì è un po’ più difficile. Perchè siamo sempre tutti d’accordo nel voler risolvere un problema. Quel che ci divide, in famiglia, sul lavoro, nella politica, sono semmai le possibili soluzioni.

E quindi:

Non va bene Verri? Benissimo. Allora chi? Non scomodiamo Pitagora, per favore. E’ morto da un pezzo.

Non va bene Adduce? Meglio ancora. E quindi chi? Riesumiamo Francesco II e gli restituiamo il trono?

Siamo seri per favore. Che questo giochetto lo conosciamo già. E’ lo stesso che ci propinate da 30 anni: lui è cattivo, quello buono sono io; o se io non potessi, o non volessi, un amico mio. Usato garantito. Garantisco io! (Ah, allora stiamo a posto).

Basta!

Con tutto il rispetto, non siete meglio di nessun altro. I nomi che leggo, della fantomatica Allegra Brigata di Liberazione Materana, sono sempre gli stessi da trent’anni: Tosto, Buccico, Santochirico, Viti e tanti altri. Ma con che faccia venite a dirci “noi siamo il nuovo, l’alternativa?”. Alternativa a che, se state sempre lì da che portavo i calzoni corti e mangiavo pane di Matera e Nutella, pensando di brevettarne la formula e metterci su una fabbrica? Ma pensate ci sia ancora gente disponibile a credere a queste sciocchezze medievali? Forse i vostri vassalli, valvassori e valvassini. Ma la gente libera, no. Non ci crede più. E rimane fuori e lontana da questo sciocco giochino.

Ma non per voi, sia chiaro. Non sono i nomi, ci mancherebbe. E’ il metodo che non va. Qua vogliamo soluzioni: i problemi li conosciamo già; e anche troppo bene, essendoci dentro fino al collo.

La differenza tra una classe dirigente seria e responsabile, e una lamentosa e inconcludente, sta tutta qua. Puntare il dito su quel che non ci piace è troppo facile. Provate invece ad offrire una soluzione, ad indicare una prospettiva nuova e preferibile. O avete paura che il dito ve lo spezzino prima di poter dire B…?

Noi paura non ne abbiamo, e la nostra proposta di “cambiamento”, con la libertà e l’indipendenza che ci ha sempre contraddistinto, proveremo a metterla nero su bianco qui, dalle colonne di questo blog, e ad offrirla alla città. Partendo, però, dalla prospettiva che ci si è dischiusa tra le mani, dando merito a chi l’ha fatta nascere.

Perchè se c’è del nuovo, è qui. Voi, con rispetto parlando, siete acqua passata, che non macina più. Anche se, inspiegabilmente, per voi la ruota continua ancora a girare. E’ la nostra che è ferma da un pezzo. E ora che qualcosa, finalmente, si muove, non lasceremo che qualcuno, come sempre da 30 anni a questa parte, in Italia e soprattutto al Sud, provi a soffocarla; per un proprio, legittimo, ma inaccettabile, calcolo personale.

Perché non è la ruota mia, la sua, o la vostra.

E’ la ruota di tutta la città; che girando, ci muove verso il futuro.

Classe media o Classe dirigente.

Classemedia

Egr. Direttore,
ho letto il suo articolo odierno, e l’ho condiviso parzialmente. Lei dice che Renzi non l’ha colpita, ma che colpisce gli elettori; magari storditi dal ventennio berlusconiano, magari invece bisognosi di una estrema personalizzazione del messaggio politico, per potersi sentire fieramente rappresentati.

Io credo che ci sia un modo di destra e uno di sinistra di rispondere a questo bisogno, ammesso che esista, il bisogno, e la categoria destra/sinistra.

Il modo di destra è quello di stampare generiche etichette su un prodotto di massa, sufficientemente personalizzate da permettere l’identificazione di ciascuno, ma non abbastanza da compromettere le economia di scala.

Il modo di sinistra, e lo so di predicare al vento, è chiedere partecipazione, di promuovere ciascuno a farsi classe dirigente, invece di aspirare soltanto ad essere classe media. Non solo nella politica, ma anche nel proprio lavoro, nella propria famiglia.

Vede, la crisi italiana non si spiega con la crisi della politica. La mia sensazione è, piuttosto, che la politica sia in crisi perché è in crisi il modello di partecipazione alla vita sociale, da parte nostra.

La nostra massima ambizione è ormai trovare un posto più o meno fisso. I mille euro al mese che permettono di (soprav)vivere; pagare il fitto, le bollette, gli astucci e i quaderni. Le tasse. Finire di lavorare presto per tornare a casa a guardare la TV. Comprarsi una macchina un po’ più grande, una casa un po’ più in centro. Sentirsi normali, ma al contempo dimostrare di avercela fatta, che la nostra missione terrena si è compiuta.

Siamo in crisi perché la nostra classe media non lo è più per definizione economica, lo è per aspirazione. Non vogliamo emergere, la politica ci evita, ci ignora, e noi la ricambiamo. Abbiamo smesso di lottare, e finanche di averne voglia, forse perché abbiamo paura di perdere, ma così facendo non potremo mai vincere. Lasciamo che tutti ci passi sopra, qualunque nefandezza, basta che non ci tocchi troppo da vicino. Siamo in comunicazione l’uno con l’altro come mai nella storia dell’umanità, ma ci sentiamo isolati. Organizzare una pizza per incontrarsi al di fuori di facebook diventa un’impresa, quasi un sacrificio, un attentato alla nostra vita media. Schiacciati tra i mille ruoli, le mille responsabilità, evitiamo come la peste di doverne assumerne altri, non richiesti.

La mia idea dell’Italia, della Basilicata, è diversa. Io vedo imprenditori. Io vedo inventori. Io vedo politici di razza. Io vedo mercanti. Dove sono? In fila alla cassa del supermercato; negli autolavaggi a lustrare l’auto nuova; in salotto a guardare la TV, con i piedi sopra il tavolino e il telecomando in mano.

Usciamo dalle nostre case, incontriamoci. Usciamo dalle nostre vite medie, e viviamo.

Rinunciamo alla mediocrità e facciamoci classe dirigente. Nel senso di dirigere noi stessi e la nostra comunità verso un futuro migliore, quello che noi sceglieremo. Non importa in quale direzione, non importa al fianco di chi, non importa dove e come. Importa farlo, farlo tutti e farlo in fretta.

E’ una #propostahard, mi rendo conto. Da parte mia ho scelto da che parte stare, senza la presunzione di aver fatto la scelta migliore, aperto al confronto con altri che vorranno sentirsi ed essere come me, classe dirigente. Non serve uno stipendio alto per esserlo, non serve essere eletti da qualche parte. Basta una tessera, basta incontrarsi e confrontarsi, basta partecipare.

Non si tratta di seguire un leader. Non si tratta di spingere un carro. Si tratta di tirarlo, com’è normale che sia. Ma sul carro non c’è una persona. Non c’è un’auriga che verga chi tenta di strappare un comodo passaggio, con frustate che però non fanno male. Sul carro abbiamo un’idea, l’idea dell’Italia che abbiamo in mente, e se non lo trasciniamo noi, nessuno ce lo parcheggerà sotto casa.

Quando poi ci ritroveremo a dire o a pensare che siamo ormai ridotti all’osso, che non ci è rimasto più niente, pensiamo che una cosa ci è rimasta: il diritto di scegliere. Non è tanto, ma nemmeno troppo poco.

propostahard