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Ma io sognavo un’italianità diversa.

Le braghe sui nudi al Museo fanno discutere.

Chi le attacca lo fa ritenendo politicamente scorretto il doversi sottomettere ad una potenza straniera, adeguando i propri costumi e la propria cultura a chi non può o non vuole intenderla, svelando con l’eccessiva reverenza, il limite della sottomissione; immeritata e ingiustificabile, peraltro, visto lo spessore morale alquanto dubbio di chi si ha di fronte, e che nel suo Paese non rende di certo il favore di cotanta ospitalità.

Chi difende lo zelo dello Stato, invece, taglia corto, giustificandolo pragmaticamente con i tanti miliardi sul piatto.

Le novelle braghe sulle statue dei Musei Capitolini, una volta simbolo della peggiore Italia bacchettona e puritana, sono stavolta la massima espressione dell’italianità contemporanea: quella che si cura di compiacere l’ospite, per farci meglio affari.

Come se la controparte, a sua volta, non ne ricavasse già i suoi vantaggi. Perché un contratto è a prestazioni corrispettive: ti do questo che ti interessa, se tu mi dai quello, che interessa a me. Se un accordo viene raggiunto, è perché è reciprocamente vantaggioso per tutte le parti. E nel resto del mondo basta questo.

Qui no. Chi fa affari con un italiano non lo fa perché si aspetta di trovare beni di eccellenza e servizi efficienti. Ma perché qua se beve e se magna; perché con gli italiani si è trovato a suo agio, come a casa sua, dove non ci sono nudi esposti alle pareti; o perché magari ha trovato un paio di donnine discutibili, ma molto disponibili, in camera sua. Fino al limite della immancabile, pingue bustarella.

Tutto è giustificabile, se sul piatto ci sono soldi.

Dubito fortemente, però, che se un imprenditore italiano andasse in Germania per comprare semilavorati per la sua impresa, farebbe saltare il tavolo perché a pranzo gli hanno servito wurstel e crauti, invece che pasta asciutta.

Speravo quindi che, almeno su questo, potessimo realizzare il primo vero e più importante #cambiaverso. Che è culturale, quindi la madre (o il padre, su questo la parità di genere costa nulla) di tutti i cambiaversi.

Ma niente. Gli italiani fanno (ancora) affari così, perché, in fondo, più o meno inconsciamente, temiamo di non essere all’altezza. All’altezza del mercato, all’altezza della competizione globale, all’altezza delle aspettative dell’ospite.

Ahivoglia a fare proclami di grandeur e di ritrovato orgoglio nazional-patriottico-sciovinista a reti unificate, di efficacia e di efficienza del sistema Italia, di riconoscimenti internazionali raggiunti o in corso di ottenimento.

Manco Checco Zalone poteva rendere meglio la nostra reale impreparazione e insicurezza, rivelatrici sul piano culturale di un banale provincialismo, e sul piano contrattuale di una endemica debolezza che le controparti non tarderanno ad intercettare.

Foto di copertina: credits.