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Ma non chiamatelo reddito minimo

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Con grandi squilli di tromba la Regione Basilicata approva un provvedimento chiamato “Reddito Minimo di Inserimento”.

Il provvedimento sembra inserirsi appieno nel dibattito nazionale sulla necessità di un sostegno al reddito, nell’anno 8 d.C. (Dopo Crisi) di cittadini fuori dal mercato del lavoro e senza molte possibilità di rientrarci a breve.

A livello micro e macro economico, i benefici di un reddito di inserimento sono molteplici: oltre a permettere una vita dignitosa senza fornire assistenzialismo (in cambio si svolgono infatti tot ore di lavoro presso enti pubblici e Comuni), funge anche da calmiere per il mercato del lavoro: nell’attuale sistema legislativo, che ormai equipara il lavoro ad un qualunque altro fattore produttivo, con un prezzo stabilito dall’incontro tra domanda e offerta, sono moltissimi i casi in cui lavoratori – soprattutto giovani – sono costretti a lavorare per stipendi da fame perchè “o questa minestra, o la finestra” data l’enorme mole di lavoratori disoccupati a disposizione sul mercato.

Ma se lo Stato, che ha potere e soldi, dicesse che piuttosto che lavorare per un aguzzino a 4/500 euro al mese, chiunque ha DIRITTO di svolgere per la stessa cifra una sorta di servizio civile part-time per la propria comunità, gli imprenditori-aguzzini dovranno necessariamente alzare l’offerta economica per assicurarsi manodopera, e quindi profitti. Il potere contrattuale dei lavoratori dunque salirebbe, aumenterebbe la loro capacità di spesa, con benefici per il sistema economico, per gli stessi avidi imprenditori (dal canto loro consapevoli che un singolo isolato sforzo non cambierebbe nulla nel mercato globale, e allora meglio adeguarsi al ribasso per competere e sopravvivere, piuttosto che fare gli eroi e morire) e, in ultimo, per le casse dello Stato, che recupererebbe gran parte della spesa prevista.

Sono dunque molto favorevole al reddito minimo di inserimento, o di cittadinanza, se rispetta questa ratio e va in questa direzione.

Non è però il caso del provvedimento approvato dalla giunta regionale lucana. Come si può leggere nel dispositivo, infatti, i benefici durano solo tre mesi.

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In questo modo non solo non viene assicurato alcun sostegno al reddito, ma non si realizza nemmeno l’effetto calmiere sul mercato del lavoro che un serio provvedimento chiamato “reddito minimo di inserimento” avrebbe. E a nulla vale nemmeno la generica promessa, consegnata alla labile memoria dell’opinione pubblica, di trovare presto altri fondi, perchè una promessa non è un diritto, e senza diritti certi, il Lavoro muore.

E’ piuttosto invece come dare una sola boccata di ossigeno, smettendo poi la rianimazione, e augurandosi che basti. Non serve un genio per capire che per fare ripartire il cuore del lavoro, una boccata sola non basta. Una boccata che costa comunque alla Regione ben 7,5 milioni di euro.

A cosa serve allora? A poco più di nulla, evidentemente, se non diventa una riforma strutturale (d’altra parte sembra difficile che simili impegni possano essere assunti dalle casse di una Regione). Ma c’è chi è costretto pure a gioire, che in questo momento e contesto, poco più di nulla è sempre meglio di nulla. Ma non chiamatelo reddito minimo d’inserimento. A meno che i funzionari regionali non pensino che il reddito minimo per un lavoratore equivalga a poco più di cento al mese.

Mi stacco dunque dal coro e dico: senza un preciso piano a lungo termine, non era invece preferibile risparmiare gli sforzi e impiegare meglio quei fondi? In vista di Matera 2019 non sarebbe stato preferibile impiegare le stesse risorse per collegare meglio la Capitale con il resto della Basilicata e sfruttarne la scia, o per assumere un po’ di personale in pianta stabile nei servizi di assistenza al turismo, per insegnare insomma ai lucani a pescare anzichè elemosinare loro qualche sardina?

Ce l’abbiamo un piano in mente per la Basilicata e il suo futuro? Ce l’ha Pittella? Ce l’ha il PD? Confesso che faccio fatica a intravederlo. Forse invece che parlare di organigrammi, dovremmo parlare di questo, utilizzando i circoli per regalare all’esterno idee e visioni, e non per regolare all’interno conti e potere. Anche perchè avverto che i lucani stanno diventando impazienti, non vedendo molte differenze tra la nuova politica promessa, e la vecchia.

C’è allora solo da augurarsi che le liste dei beneficiari di questo provvedimento non siano gestite anch’esse con i vecchi metodi del bussa alla porta giusta, e che quindi il “reddito minimo” non sia stato concepito unicamente per fare bella figura sui giornali, e per oliare un po’ le vecchie, pesanti e ultimamente un po’ arrugginite catene del clientelismo, vero freno di una Regione che potrebbe volare, ed è costretta invece a camminare a fatica, nonostante lo sforzo e la passione di tanti imprenditori onesti, amministratori capaci, lavoratori indefessi, elettori pazienti, impegnati a spingere la parte migliore della nostra terra verso il futuro.

Dalla Grecia una speranza per l’Europa, dalla Lucania uno Speranza per l’Italia?

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Come i nostri quattro assidui lettori sapranno, non siamo mai stati teneri con Roberto Speranza. Quando l’ardore del Cambiamento un paio di anni fa era alla massima temperatura, arrivammo a definirlo addirittura “l’amaro lucano“, per l’aurea di difensore dello status quo che sembrava essersi cucita addosso.

Sembrava, insieme a tutta la neo classe dirigente bersaniana, piuttosto preoccupato di tenere chiuso il coperchio di quella pentola a pressione che di lì a poco sarebbe esplosa, regalando a Renzi quasi il 70 per cento di consensi perché fosse il segretario del Partito Democratico (ne avrebbe poi fatto l’uso scellerato che conosciamo) e relegando la sua componente a meno del 20. Un’altra diversa declinazione di Cambiamento, forse la migliore proposta, era portata da Pippo Civati, poi uscito dal Partito dopo lunga tribolazione, che ha dimostrato però limiti intrinseci e di coerenza interna, da noi stessi più volte denunciati, che temiamo possa essersi portato fuori. Vedremo.

E’ però un fatto da registrare che dopo le dimissioni da Capogruppo alla Camera, Roberto Speranza si sia messo in testa di non seguire affatto la corrente, e da allora abbia dato sempre maggiore prova di resistenza al renzismo; un Renzi che, forte negli organigrammi di partito in seguito ai risultati del Congresso, e forte in Parlamento grazie alla provvidenziale conversione di tanti ex-Bersaniani, oggi appare invece debole, contraddittorio e relativamente isolato nell’opinione pubblica.

Da allora, in un vortice di autocritica ma anche di sempre maggiore presa di coscienza, Roberto Speranza si è imposto come punto di riferimento nazionale per quanti non si ritrovano nelle posizioni “estreme” di Matteo Renzi, e che non vogliono lasciargli campo aperto proprio adesso che la spinta (più che altro un’abile operazione pubblicitaria) con la quale si è presentato appare esaurirsi, che le strategie messe in campo appaiono tristemente di corto respiro, che sta aumentando la consapevolezza che se il Cambiamento del Partito e nel Partito appare ancora (anzi più di ieri) necessario, la direzione da imprimere è decisamente un’altra rispetto a quella confusamente indicata dal Segretario Nazionale.

Fino a quella dichiarazione di sabato, quell'”abbiamo sbagliato“, che determina un giro di boa ci auguriamo definitivo rispetto ad una convivenza forzata con posizioni che con il PD, la sua storia e i valori che ancora incarna per larga parte del suo elettorato, pare evidente non debbano avere nulla a che fare.

La poca distanza poi che Matteo Renzi ha messo tra sè e i vecchi dirigenti del PD, tra le vecchie pratiche di inquinamento e condizionamento delle scelte degli elettori e le proprie, la sempre evocata ma mai compiuta rottamazione, la spaventosa debolezza con la quale ha affrontato lo scandalo di Mafia Capitale (arrivando addirittura a chiedere la testa del Sindaco Marino, l’unico certamente incolpevole di quell’infamia), rappresentano la coda di una inutile perdita di tempo – e di terreno sulla strada della competitività e delle giuste Riforme – che magari servirà di lezione agli elettori sempre in cerca della scorciatoia e del mago che risolve problemi agitando una bacchetta. Non ci sono scorciatoie, non ci sono maghi. C’è solo la buona e la cattiva politica. Distinguerle non è facile, a volte, spesso sono anche intrecciate tra loro, ma sta a noi dar forza alla buona e ricacciare indietro la cattiva: informandoci correttamente, analizzando i problemi, partecipando attivamente alla politica, senza rilasciare più deleghe in bianco.

Una parentesi triste, se così sarà, per il Partito Democratico e per l’Italia.

Italia che dalla Grecia dovrebbe magari prendere esempio e ispirazione. Non tanto per importare formule politiche con la speranza di sbancare un’elezione. Ma per la forza e la tenacia con la quale si sta mettendo in imbarazzo l’Europa dei tecnocrati, dei monetaristi e della finanza, svelando le radici vere della nostra Unione: l’Europa dei popoli, l’Europa dei bisogni, l’Europa del lavoro e della dignità.

Un’altra Europa, appunto. Indipendentemente da come la vicenda si concluderà, si sta scrivendo una bella pagina di politica, e siamo certi che la pagina successiva seguirà necessariamente un altro canovaccio.

E, forse, come una periferia Europea sta combattendo una battaglia di civiltà e per indirizzare la storia nella giusta direzione, imprimendo realmente il cambiaverso che i cittadini chiedono di toccare con mano e non solo di leggere su manifesti e infografiche, da una periferia d’Italia, la Lucania, potrebbe partire la sfida ad una politica sempre più lontana dalle persone e dai suoi reali bisogni.

La Lucania del “ribelle gentile” Roberto Speranza, del deputato Vincenzo Folino che si autosospende per la violenza decretata alla sua terra dallo Sblocca Italia, La Lucania dell’unico segretario regionale a non firmare l’appello per le Riforme renziane, la Lucania della Capitale Europea della Cultura, che è disposta a sacrificare un’elezione pur di tenere dritta la barra di una coerente proposta politica senza cedere a pasticci, giochi di potere, ricatti amorali.

C’è sempre tanto lavoro da fare, anzi oggi più di prima, ma crediamo fermamente, oggi più di ieri, che sia questa la strada giusta. Apparendo del tutto evidente che, prima di provare a fare un’altra Italia, occorrerà provare ad costruire, su queste stesse basi, un’altra Basilicata.

La fiducia sull’Italicum è illegittima, in palese violazione dei regolamenti parlamentari.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo intervento sulla questione della fiducia del governo posta sulla legge elettorale in discussione in Parlamento. Operazione che vanta solo due “illustri” precedenti: secondo Left la fiducia su una legge elettorale è stata messa solo due volte nella storia della Repubblica: nel 1923, per l’approvazione della legge Acerbo che consacrò l’ascesa al potere del partito nazionale fascista, e nel 1953 quando la Dc fece approvare la cd. “legge truffa”. Precedenti non proprio illustri…

Di Andrea Casarano
(Membro Assemblea Nazionale Partito Democratico)

Se ne parlava da giorni. Ci si chiedeva se il Governo avrebbe davvero fatto il passo più lungo della gamba ponendo sulla legge elettorale, in arrivo alla Camera, la questione di fiducia. E alla fine è cosi che è andata: sarà questione di fiducia e questa scelta non è affatto casuale.

Intanto, qualche nozione per intenderci. La questione di fiducia, nella dialettica parlamentare, è uno strumento posto nelle mani del Governo che consiste, come molti di voi sapranno, nel qualificare l’atto legislativo come fondamentale per l’azione politica del Governo facendo dipendere dalla sua approvazione la permanenza in carica. Nella pratica politica tale strumento viene usato dal Governo per compattare la maggioranza parlamentare che lo sostiene e per evitare l’ostruzionismo dell’opposizione in quanto il suo effetto più importante e più rilevante è quello di rendere caduchi tutti gli emendamenti dovendosi direttamente procedere alla votazione articolo per articolo del provvedimento cosi come è strutturato.
Un effetto non da poco specie se si considera la travagliata storia dell’Italicum, approvato frettolosamente al Senato col soccorso azzurro di Forza Italia, quello stesso Senato che è un campo minato dal punto di vista dei numeri per il Governo perché ad oggi, con la fine del Nazareno, i numeri della maggioranza sono ancora più risicati.

Ecco dunque spiegato il ricorso ad uno strumento quale la questione di fiducia, idoneo a mettere in sicurezza il provvedimento da un eventuale ritorno al Senato, grazie al blocco degli emendamenti, ed allo stesso tempo atto forte per mettere la minoranza interna e l’opposizione con le spalle al muro. Quasi come se convivessero in uno strano ossimoro politico la forza intrinseca alla questione di fiducia, in grado di piegare tutto e tutti e la debolezza insita nella paura latente di un ritorno al Senato.

Tuttavia, il Governo non può fare un uso indiscriminato di questo strumento che, in qualche modo snatura il normale andare della vita Parlamentare espropriando nel vero e proprio senso della parola il Parlamento della propria funzione legislativa.

La possibilità di apporre la questione di fiducia ad una proposta di legge è disciplinata non dalla Costituzione (nulla c’entra l’articolo 72, 4°comma Cost, pure sbandierato da qualcuno) bensì dai regolamenti della stessa Camera dei Deputati e del Senato.

Proviamo quindi a chiederci: è sempre possibile apporre la questione di fiducia? E se non è possibile, in quali casi è possibile fare uso di questo strumento? La risposta non possiamo che andarla a rintracciare nella lettera delle norme dei regolamenti, in particolare negli articoli 116 e 49 del regolamento della Camera.

Dall’articolo 116, 4° comma si legge “La questione di fiducia non può essere posta su […] tutti quegli argomenti per i quali il Regolamento prescrive il voto per alzata di mano o il voto segreto”.

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Conseguentemente dobbiamo chiederci dunque: quali sono gli argomenti sui quali si prescrive voto segreto? Infatti, se la legge elettorale fosse inquadrabile tra questi, si starebbe agendo in violazione dei regolamenti con una forzatura degli stessi che sarebbe da giudicarsi quantomeno innaturale. Le ipotesi di voto segreto sono previste dall’art. 49, 1° comma secondo il quale: “Sono effettuate a scrutinio segreto le votazioni riguardanti […] leggi ordinarie relative agli organi costituzionali dello Stato (Parlamento, Presidente della Repubblica, Governo, Corte costituzionale) e agli organi delle regioni, nonché sulle leggi elettorali”Ecco la parola magica: “Leggi elettorali”.

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Quel che ne emerge è dunque che il governo agisce in piena violazione dei regolamenti, e che le opposizioni, hanno perlomeno qualche motivazione giuridica per inveire contro il Governo. Certo, ad alcuni potrà sembrare un cavillo da tecnici del diritto e sostanzialmente di poco conto, anche perché se nessuno eccepisce il contrasto con i regolamenti, nulla cambia e tutto è perfettamente legittimo.

Tuttavia, è implicito in un gesto del genere, nell’insensibile calpestare deliberatamente i regolamenti e le normali dinamiche della democrazia, un messaggio politico che molto dice sul metodo prima ancora che sul merito scelto per l’Italicum. Un metodo machista e fortemente autoritario che il Governo ha da sempre propugnato in questi mesi e che probabilmente ad oggi rappresenta il tratto maggiormente caratterizzante del Governo Renzi e della sua azione politica.

Il punto sulle elezioni comunali a Matera, ad una settimana dalla presentazione delle liste.

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Mi pare che il quadro si vada sufficientemente delineando, ed è quindi possibile poter cominciare a fare alcune considerazioni, se pur parziali, e ovviamente soggettive.

1) Nonostante le lacune, la timidezza, diciamolo pure: l’inadeguatezza del PD locale nel guidare efficacemente la politica, frutto di una classe dirigente diffusamente incapace di elevarsi e di rigenerarsi, salvo rare ma comunque presenti eccezioni (e comunque più numerose qui che in ogni altra area politica locale), lo schieramento a sostegno della riconferma di Salvatore Adduce alla guida del Comune di Matera, disegna un quadro sufficientemente chiaro ed identitario. Pur rinnovato grazie all’allontanamento dei molti negazionisti, che in questa consiliatura ormai al termine
hanno ostacolato più che agevolato il lavoro dell’amministrazione comunale, alcune volte con merito, molte altre per puro spirito di contraddizione e di piccolo interesse di bottega, affidare la guida del Comune alla stessa compagine che ha di fatto creato le condizioni per una clamorosa e definitiva svolta economica della nostra città, appare cosa saggia. Il rischio di riazzerare tutto, di assalire il carro del 2019 per trasformarlo in carrozzone, è molto maggiore dei possibili ed eventuali benefici. Anche perché, a conti fatti, questa amministrazione ha messo a segno molti punti, soprattutto nell’ultima fase, nella quale si è assistito ad una vera e propria accelerata, con molti progetti (viabilità, capitale europea della cultura, rilancio del trasporto pubblico, mercato) che sono andati finalmente e con successo in porto. Con altri (rifiuti, discarica, verde pubblico, strutture sportive, ztl, gestione dei grandi eventi, parcheggi) in parte avviati e in parte da completare. Alcuni nodi, pensiamo ai quartieri periferici, pensiamo ai Sassi e al loro ruolo e identità, necessitano invece di una spinta che vogliamo imprimere noi per primi.

Non secondariamente, e qui so di non essere in linea con il sentiment della Nazione, ma chi se ne frega: chi sta con Adduce prova a difendere un’idea di politica mediata, ragionata, identitaria con i valori di quel centrosinistra ormai scomparso dai radar della politica nazionale, stretta dall’abbraccio mortale di Renzi a Berlusconi. Scusate se è poco (piuttosto, qualcuno glielo dice a Civati e ai suoi colonnelli? Grazie).

2) dall’altra parte, e parlo del carrozzone Matera 2020, si assiste invece all’assalto all’arma bianca al sesto piano. Talmente disperato, da arruolare chiunque abbia nel mirino Adduce. Talmente imbarazzante, che pare saranno costretti a nascondere i simboli dei partiti di centrodestra dietro finte liste civiche per non turbare gli ex piddini (si parla di Viti, Santochirico e di alcuni – ex? – civatiani materani) che hanno trovato largo posto nel carrozzone. Peraltro, l’odio personale verso la persona del sindaco pare essere la sola cosa che li tiene insieme. Facile prevedere che, in caso di vittoria elettorale, imploderebbero nel giro di pochi mesi, mettendo a repentaglio tutto quanto finora faticosamente conquistato dalla città. Oppure si paralizzerebbero in un immobilismo ancora più pericoloso, proprio ora che tanti passi in avanti sono stati incontestabilmente fatti. Emblematica la vicenda del più grande teatro materano, il Duni. Appena chiuso dai suoi proprietari, che non riescono a trovare una linea comune per la sua gestione, in Matera 2020 sul problema si procede in ordine sparso, con alcuni che da tempo puntano al recupero delle strutture esistenti, mentre altri – compreso il candidato sindaco – che vorrebbero al contrario costruire teatri e strutture nuove… E se a loro il rischio paralisi sembra non interessare granché, a noi interessa eccome: non vogliamo ritornare indietro di cinque anni; vogliamo ripartire dal punto in cui siamo, oggi, e provare ad andare ancora più avanti.

3) Tortorelli ha messo su un comitato elettorale di tutto rispetto. A parte l’epic fail sul mercato, a parte i brutti manifesti con il pollice alzato (che sembra voler minacciosamente sostituire l’ombrello di Cipputi), a parte una identità “politica” di non primissimo pelo, la sua candidatura sembra rispondere a logiche personali o di “corrente” troppo evidenti per impensierire i due principali contendenti. Il classico terzo incomodo che punta a fare l’ago della bilancia. Vedremo se avrà modo e maniera di esercitare questo ruolo, e come, al ballottagio.

4) Stesso discorso vale per i velleitari ma pur sempre rispettabili tentativi di Materdomini e Vespe, a cui vanno i nostri auguri per una serena e proficua opposizione, alla quale sembrano rassegnatamente puntare ed inevitabilmente destinati.

Insomma, le truppe sono ormai quasi tutte schierate. Disegnano una situazione di sostanziale equilibrio. E forse allora per la prima volta la differenza la faranno le migliaia di elettori liberi. Quel voto di opinione finora sempre snobbato e sottovalutato. Vincerà, forse, chi saprà parlare non alla testa o alla pancia delle persone, ma al loro cuore. Sono loro – giustamente – sempre più lontani da una politica che li ha considerati nel migliore dei casi una rogna ed un ingombro di cui liberarsi, che saranno chiamati a sciogliere il nodo, e a decidere quale futuro meritano.

Un appunto infine su Matera2019.
Il discorso sul merito del risultato è davvero vuoto e provinciale: gli amici del sindaco esaltano il suo ruolo e merito nella vicenda; i suoi nemici lo assegnano invece tutto alla mobilitazione della città, alla sua bellezza, alla sua storia. La verità è evidentemente da qualche parte là in mezzo, tra i due estremi. E, comunque, non ci interessa granché.

Ci interessa invece notare e far notare il senso del percorso che Adduce ha voluto mettere in campo per conseguire questa vittoria, e che, cambiando cavallo, rischiamo definitivamente di perdere. La candidatura di Matera a Capitale Europea della Cultura ha coinvolto davvero tutta la città. Anzi la Regione, anzi tutto il Meridione. E ora l’intera Italia. Adduce è stato su questo realmente e intelligentemente aperto ed inclusivo. E non vi è dubbio alcuno che continuerebbe ad esserlo anche qualora venisse confermato.

Talmente inclusivo, che non ha avuto remore ad includere anche i suoi attuali avversari ed oppositori: De Ruggieri e Tortorelli sedevano infatti entrambi nel Consiglio di Amministrazione del Comitato di Matera 2019; Tosto (patron di Trm) ha strappato generosi contratti come media partner dell’evento.

Siamo sicuri che a parti invertite si garantirebbe altrettanta apertura e inclusione?

Scusate se, su questo, abbiamo i nostri seri, profondi e, dico anche, fondati dubbi.

Matera 2019 rischia di essere di nuovo un vantaggio per pochi, soliti noti.

E invece deve continuare ad essere di tutti.

[Continua…]

Apologia dell’astensionismo

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[Foto da Google]

Per la prima volta in Italia, per la prima volta almeno a sinistra, l’astensionismo diventa un’alternativa. Sempre tacciato di essere un comportamento disdicevole e censurabile, il rinunciare a compiere il proprio “dovere” civico; la pressione per farci alzare il culo dalla poltrona e andare a votare il meno peggio, pare non sortire più alcun effetto.

Preoccupante. Molto. Ma il messaggio arriva forte e chiaro.

Non mi illudo che venga colto. Chi vince, vince comunque. Pure se a votare un Presidente di Regione fosse l’equivalente di un solo condominio. Chi non sceglie, dice in sostanza che gli va bene chiunque. O nessuno, che è poi la stessa cosa.

L’analisi sul dato dell’astensionismo durerà infatti solo qualche ora: cordoglio, capo chino, e impegno a recuperare la fiducia degli elettori da parte di tutto il teatrino. Tra qualche giorno sarà tutto finito. Ne riparliamo tra cinque anni, per i diretti interessati. Per i responsabili dei partiti ci sarà invece una prossima elezione per vantare che uno zero virgola in più, è il segno evidente che il trend sta cambiando.

Che palle.

Sono stanco di questo andazzo, e chiedo ai leader più intelligenti ed aperti della “mia” sinistra, al popolo delle piazze reali e virtuali, di convocare al più presto gli Stati Generali. Urge prendere provvedimenti. Investire su una nuova classe dirigente. Lavorare sui territori. Riconquistare credibilità.

Domani è già tardi, bisogna farlo oggi. Non ci si può illudere che tra sei mesi si raccoglieranno risultati, ma occorre convincersi che prima si inizia, prima si riempie quel vuoto, sconfiggendo la disillusione e le ferite di violenti e ripetuti tradimenti.

E non bisogna farlo solo perchè la presunta solidità del premier comincia a vacillare; ma perché il grido silenzioso degli elettori non rimanga, da domani, improduttivo e inascoltato.

 

 

Lettera aperta a Pippo @Civati

*di Giorgia Villa, Alessandro Galatioto

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Con il permesso degli autori, pubblico questa lettera su questo blog, condividendone ampiamente i contenuti.

Caro Pippo Civati,

siamo di quelli che in tuo nome hanno raccolto firme, volantinato, fatto banchetti, organizzato iniziative, convinto a votare e fatto eleggere esponenti della mozione. Siamo di quelli che hanno creduto di poter cambiare le cose occupando il PD dall’interno, che hanno abbracciato l’idea che un diverso modo di interpretare la politica fosse possibile, che si sono raccolti attorno ad un programma di cambiamento e di sinistra.

Al congresso abbiamo perso la nostra battaglia e l’abbiamo persa male. L’abbiamo persa perché non solo siamo arrivati terzi al congresso, ma ci siamo anche messi da soli nell’angolo. L’abbiamo persa male perché nonostante si sia riusciti ad eleggere esponenti della nostra mozione al Parlamento Europeo, ci siamo condannati all’ irrilevanza, ci siamo fatti relegare nel ruolo di “nemici del cambiamento”, “gufi” . Abbiamo gestito molto male importanti passaggi comunicativi uscendone a pezzi, ridicolizzati, penalizzati da iniziative ed esternazioni scoordinate.

A Luglio ci siamo ritrovati a Livorno dove abbiamo ascoltato delle belle, bellissime relazioni ed abbiamo appreso di esser divenuti una associazione. Però, francamente, ci aspettavamo qualcosa di più e di diverso, per esempio una discussione su cosa ci stiamo a fare in un partito che ha scelto di governare con l’NCD e far patti con il redivivo Berlusconi. Se, come sembra, in autunno avremo una manovra economica lacrime e sangue, chi ce lo fa fare di esserne complici? Se, il cielo lo volesse, si andasse a votare ed il PD vincesse che ruolo potremmo avere noi? Se invece, come temiamo, il PD perdesse le elezioni che vantaggio avremmo ad esser accomunati ai perdenti? La possibilità di guidare le macerie del PD? Di un partito ormai ridotto a comitato elettorale e il cui “brand” è ormai logoro? Politicamente, perché sopravviva almeno una rappresentanza politica della sinistra, sarebbe molto più saggio essere distanti anni luce dal PD quando verrà punito dagli elettori.

Ora, siccome questo percorso è iniziato con la tua candidatura a segretario del Partito Democratico, caro Pippo, abbiamo bisogno di sapere quale direzione pensi di prendere: non possiamo più rispondere ai problemi sempre più gravi del nostro paese consultando i nostri bloggers preferiti oppure citando libri vecchi e nuovi, spendendo la faccia per un obiettivo vago e indistinto ma dobbiamo invece essere capaci di fare delle proposte concrete e avere o guadagnarci la forza di imporle alla pubblica discussione.

Troviamoci e scriviamo un programma serio e sintetico delle misure concrete da prendere per far ripartire veramente l’Italia: lavoro, concorrenza, conflitto di interessi, legalità, stimolo alla imprenditorialità e all’innovazione, redistribuzione del reddito e del carico fiscale, diritti della persona, ponendoci seriamente come alternativa di sinistra al PD e accettando che chi ci sta è nostro fratello.

Il PD che vorrei, era in un seggio del #CongressoPDbas

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Sabato ci sono state le primarie per la scelta del Segretario del PD Basilicata.

Trovo questo tipo di competizione un po’ surreale, e anche un po’ ipocrita, almeno per la scelta del segretario di un partito politico, manco nazionale ma regionale. Personalmente in questo caso farei votare solo gli iscritti, addirittura lo affiderei agli iscritti che abbiano rinnovato la tessera per almeno tre anni consecutivi, desumibili da un apposito registro di elettori aventi diritto. In ogni caso, per quante regole possiamo imporre ed immaginare, se si vorranno piegare per edulcorare o peggio pilotare i risultati democratici, c’è poco da fare. Il male è dentro di noi, non fuori, e bisognerebbe piuttosto evitare quantomeno di premiare chi si comporta al limite delle regole, anche etiche.

Ma tant’è. Sabato ho prestato la mia opera come volontario per tenere aperto uno dei seggi nella mia città. Nulla di eclatante, in sé, ma la breve storia che racconterò può servire da ispirazione, soprattutto al PD, soprattutto al PD di Basilicata.

I seggi, come tradizione vuole – e convenienza impone – sono stati equamente divisi per aree: c’erano un renziano, un cuperliano e un civatiano. Sembra un barzelletta, e invece non lo è. Per la cronaca il civatiano ero io, e credo di esserlo fino in fondo; forse anche troppo. Sono e resto civatiano, anche se per ora, ho smesso di essere civatista. Ma questa è un’altra storia.

La storia che invece vorrei oggi raccontare è questa. Nella lunga giornata (18 ore consecutive!) di militanza attiva il clima, lo potete immaginare, era piuttosto teso. Passava un Cuperliano (per semplicità adotterò etichette nazionali riconoscibili piuttosto che le numerose e misconosciute etichette correntizie locali che vi fanno provvisoriamente riferimento) e mi pregava di stare attento all’urna, che i renziani imbrogliano. Passava un renziano e mi consigliava di non allontanarmi un attimo, che i cuperliani barano.

Ora, a parte che fa piacere che tutto il partito si fidi della nostra area, segno che tutto sommato si è lavorato bene, e lanciato il messaggio che un’altra politica è possibile. Ma i tentativi di brogli non ce ne sono stati, da nessuna parte. Né tentati, e forse neppure immaginati. E non certo per merito mio, quanto piuttosto perché i ragazzi sono stati onestissimi e collaborativi, e l’idea di imbrogliare non è passata per l’anticamera del cervello di nessuno.

Ma c’è di più: modestamente, il nostro seggio è stato tra i più efficienti: la collaborazione intercorrentizia, leale e spontanea, ha reso la giornata più divertente e piacevole, e ci ha anche permesso di ottenere un buon risultato pratico: nella foto sopra, come si vede, attendiamo che la fila ai seggi accanto venga assorbita prima di iniziare lo scrutinio, anche quello terminato tra i primi…

MA credo che anche gli altri seggi siano stati collaborativi e funzionali. Insomma le divisioni erano più nella testa di chi guida, che in quella di chi partecipa. E questo dato l’ho riscontrato spesso, in questo ultimo anno, fino a far diventare banalità e luogo comune la considerazione che la base è più unita e coesa del suo vertice. Ma è una banalità che dà senso al restare in questo partito e continuare a lottare.

E’ chiaramente una piccola storia, insignificante forse per chi ha di fronte a sé la necessità di comporre lo scacchiere congressuale battendo sul tavolo risultati, proposte e programmi, più o meno convintamente.

A mio avviso è invece significativa, e mi offre l’occasione per cominciare a dire che il PD che vogliamo, quello che ogni elettore serio e onesto ci chiede, è già qui.

Basta vederlo, basta volerlo.

Questo sì, ne sono certo, #èpossibile.

 *Photo Credit: Maria Anna Flumero, giornalista e interprete LIS.

 

Ma la città?

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Trovo piuttosto fastidiosa tutta questa attenzione mediatica sul rimpasto di giunta proposto dal sindaco Adduce. Credo che un atto del genere sia del tutto fisiologico secondo le dinamiche presenti e gli obiettivi che il sindaco si pone. E sono questi ultimi, a mio avviso, che meriterebbero maggiore attenzione, non tanto la presenza o assenza di donne, se le facce siano più o meno nuove, e a quale partito o corrente appartengano. Queste sono osservazioni giornalistiche che possono interessare nei confini del mero gossip, ma altro è fare un minimo di analisi politica.

E quindi, al di là della positiva sorpresa di qualche amico in giunta, che qualcuno potrebbe felicemente rivendicare e applaudire, le domande che mi pongo sono: qual è l’obiettivo di questa amministrazione, a meno di un anno dalle elezioni? Quali sono le strategie sottese, quali le prospettive verso le quali ci incamminiamo? E il Partito Democratico cosa sta facendo per prepararle?

La risposta che mi dò, mi fa venire i brividi: non si sa.

Se la classe dirigente cittadina è figlia di quella regionale, temo che si possa avere in mente una sola cosa: tenere botta il più a lungo possibile, qualcosa succederà.

E, aprendo una necessaria parentesi, come non si capisce cosa diavolo dovrebbe accadere continuando a rimandare sine die in maniera ridicola e imbarazzante il Congresso Regionale, addirittura rimettendo in discussione i termini regolamentari entro i quali il Congresso stesso si sarebbe dovuto svolgere – come se fino adesso avessimo scherzato, rendendo oltremodo evidente che le decisioni che riguardano la Lucania non vengono prese in Basilicata – allo stesso modo andiamo verso le elezioni comunali del prossimo anno senza uno straccio di strategia politica. Rendendo già evidente che tra correnti e spifferi sarà scontro all’ultimo sangue per stabilire l’egemonia. Quindi meglio rimandare lo scontro il più possibile, in Regione come in città.

E invece tanto si potrebbe fare, prima che a ottobre/novembre la campagna elettorale – già cominciata – entri nella fase più acuta e ci si debba necessariamente limitare a urlare più forte, a spararla più grossa, a tirare le fila di quello che c’è, e incrociare le dita. Magari confidando nella debolezza degli avversari piuttosto che concentrarsi e sviluppare i nostri punti di forza.

Come ho più volte avuto modo di dire: ho un’altra idea di partito. Personalmente e come gruppo che si richiama ed ambisce a costruire un partito più aperto e vicino alla gente, più attento ad ascoltare che ad urlare, più trasparente e unito, teso verso un cambiamento profondo e necessario, e non solo di facciata, ci siamo dichiarati più volte disponibili a collaborare e lavorare, insieme. Con tutti: siamo nel Partito Democratico per rafforzarlo e aiutarlo a comunicare meglio e più efficacemente il tanto di buono che c’è e che si fa.

Non ci si illuda infatti di cullarsi sulla schiacciante vittoria europea del PD di Matteo Renzi, immaginando di avere già in tasca un futuro assicurato: intanto perché le elezioni amministrative seguono dinamiche completamente diverse da quelle propriamente più “politiche” e di opinione; poi perché la vittoria di Renzi (plebiscitaria alle primarie, schiacciante alle europee) ci insegna due cose: che il PD vince a mani basse se 1) si presenta unito 2) sa incarnare le richieste latenti di una fase nuova – ma rassicurante e concreta, non necessariamente rivoluzionaria e fumosa – che sono ampiamente diffuse nell’elettorato, anche in quello più moderato.

Cannare una delle due metterebbe a rischio il futuro stesso della città, rischiando, complice il meccanismo elettorale a doppio turno, di consegnarla in mano a gruppetti populisti e malpancisti, magari dotati di grandi idealità ma disorganizzati e impreparati. I cui limiti pagheremmo tutti collettivamente.

Mi auguro nessuno voglia assumersi la responsabilità di uno scenario simile.

Invito pertanto, e lo farò instancabilmente nei prossimi giorni, ad avviare costruttivamente già da ora una fase costituente per tracciare la strada che dovrà portare questo partito e questa città ad affrontare una sfida elettorale che si preannuncia difficile; ma proprio quando le cose si fanno difficili, dobbiamo avere la capacità e l’orgoglio di prendere in mano la situazione per il bavero, e fare l’unica cosa che un partito è immancabilmente e responsabilmente chiamato a fare: decidere.

Se ancora ne siamo capaci.

Grazie Pippo.

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Avete mai fatto un viaggio di gruppo? Si va tutti in montagna. Ma per decidere l’itinerario, c’è chi spinge per prendere l’autostrada, chi non rinuncerebbe ai tornanti e scavallerebbe poggi e valli. Come si fa?

Mi riallaccio a questo articolo sul blog di Civati, sollecitato anche dai commenti sottostanti, che peraltro si ritrovano spesso qua e là.

Credo che Civati stia dando a tanti lezioni di come si sta in un partito. Altro che storie, ironie e sfottò.

Perché si vede che, dopo vent’anni di Berlusconismo, abbiamo perso dimestichezza con gli strumenti di democrazia indiretta; e questo si rivela nel pensiero di chi concepisce solo due possibilità di militanza: o obbedisci al pensiero dominante e rimani, o dissenti e te ne vai.

Che tristezza.

Non trovo nulla di scandaloso nel rivendicare da questi pixel, e con fierezza, il ruolo positivo che le correnti interne ad un grande partito hanno esercitato, prima che la parola “corrente” venisse per sempre condannata alla damnatio memoriae dall’opinione pubblica, in quanto sinonimo di clan organizzato per estorcere ruoli pubblici e quindi denaro e potere. Colpa dei 101, senza dubbio, che hanno scritto l’ultima fatale pagina di una storia che comincia da lontano.

Ma non è lo strumento a rendere positiva o negativa l’azione che ne consegue: è l’uso che ne viene fatto. Così come un fucile può servire per offendere o per difendersi, per uccidere un avversario o per procurarsi del cibo. Non è né buono né cattivo, il fucile: lo è la mano che lo arma, l’occhio che prende la mira, il dito che preme il grilletto, e lo è in funzione del pensiero che determina le azioni per conseguire l’obiettivo prefissato.

Io mi sento parte di una corrente. Lo dico, così sgomberiamo i dubbi. Si chiama “civatiana”, o chiamiamola come ci pare, cheil nome di una persona nel titolo può essere fastidioso, ma tant’è; e certamente è nata indipendentemente e forse malgrado il fondatore di cui porta il nome. E’ minoritaria? Certo. Ma non per questo deve arrendersi ai numeri e rinunciare ad esercitare il proprio ruolo di condizionamento della politica del Partito, e di governo delle Istituzioni.

Ambendo anche a sostituirsi all’attuale guida, ovviamente, e non vi è nulla di male in questo. Il limite che impedisce alla nostra corrente di lavorare avendo come unico obiettivo il potere, non è nelle regole. E’ un limite morale. Lo stesso che ci impedirebbe di accoltellare Letta perché il fine giustifica i mezzi, e bisogna vincere le europee. A parte che, a ben vedere, se fossimo andati a votare, oggi avremmo una maggioranza diversa in Parlamento e potremmo scrivere un’altra storia nei prossimi mesi e anni. Comunque.

Ritornando all’esempio in apertura, il tragitto da compiere per arrivare a destinazione verrà deciso dal confronto delle diverse posizioni, portatrici di diversi pensieri. Le chiamiamo correnti? Chiamiamole. Chi vuole andare in autostrada, preferirà arrivare subito e correre veloce.  Chi opterebbe per le mulattiere, vorrebbe godersi il viaggio e il panorama. Non è in discussione l’obiettivo finale. Ci si confronta, e se ci si convince a vicenda bene, se no si vota e chi è in minoranza si accoda. Magari sbuffando. Magari dicendo “l’avevo detto io che era meglio l’altra strada” se durante il tragitto ci si trova in coda per un cantiere colpevolmente ignorato. Ma tanto alla fine l’obiettivo è andare a sciare, e ci si arriverà.

Parimenti, non chiediamo che si faccia come pensiamo noi. Chiediamo perlomeno che se ne discuta. In un partito che discute, il nostro impegno può avere un senso. Diversamente, dovremmo inevitabilmente portarlo altrove.

Civati rimanga quindi in questo partito. Organizzi la propria area (un’area di pensiero, un’area culturale chiara, definita e riconoscibile) e si parta da questa per tentare di estenderne l’egemonia di pensiero a tutto il partito nel prossimo futuro; magari anche ribaltando i rapporti di forza, se la bontà delle nostre idee avrà la forza di coinvolgere la maggioranza degli elettori.

Senza imbarazzi, senza titubanze: solo un anno e mezzo fa Renzi perdeva le primarie con Bersani e pareva condannato.

Si fa solo del bene al Partito, e al Paese, ad essere chiari, a rimanere insieme mantenendo le proprie idee, la propria coerenza e la propria dignità.

Una lezione che molti, anche qua dentro, dovrebbero saper leggere e imparare.

Grazie Renzi.

renzi

Avevo preparato diversi articoli da pubblicare il giorno dopo le elezioni europee, e invece mi tocca scriverne uno di sana pianta. No scherzo, ma l’immagine rende l’idea di quanto io sia sorpreso dai risultati. Come tutti, credo, mi aspettavo l’avanzare della protesta, di veder ridotto l’appeal dei partiti filo-governativi. E infatti è andata così, praticamente in tutti i Paesi Europei, tranne che in Italia. Qualcosa deve pur voler dire.

A caldo, credo voglia dire queste cose qui (in ordine sparso, che stanotte ho fatto le ore piccole):

  1. Grazie Renzi. La spericolata e poco etica manovra che l’ha portato al Governo, i provvedimenti buoni più per i titoli dei giornali che per cambiare la vita della gente, il basso tasso di utilizzo di un partito che dovrebbe e potrebbe essere produttore di contenuti invece che cassa di risonanza delle meraviglie del Premier, se non altro ha avuto il merito di arginare la corsa di euroscettici, malpancisti e fanculisti. Quello che poteva accadere in Italia, dopo la resa di Bersani e il sonno eterno di Letta, è facilmente immaginabile guardando oltre le Alpi. E parliamo di uno scenario di soli 6 mesi fa. Forse il fine ha giustificato i mezzi, almeno a posteriori. Renzi ha vinto, e ha di fatto legittimato la sua permanenza a Palazzo Chigi come e più della schiacciante affermazione alle primarie del PD. Fate voi i vostri archibugi sociologici, se siamo un popolo di sognatori o di coglioni. Non lo so, a me interessa il dato politico: Renzi, l’Italia crede in te, hai insieme un’enorme responsabilità e un’immensa opportunità. Sfruttala, e cambia davvero questo Paese. Ora basta cincischiare, basta titoli di giornale, bisogna fare sul serio. E se stai pensando di andare presto al voto, non è affatto un’idea peregrina.
  2. Ciao Beppe. Il Movimento si riduce in termini percentuali (peraltro l’affluenza al voto non è bassissima come ci si aspettava) ma quel che più sconvolge è che si riduce in termini assoluti: oltre due milioni di persone che un anno fa avevano barrato il simbolo del Movimento, non hanno confermato la scelta. Effetto Renzi? Senza dubbio. Segno che una bella fetta di chi protesta – non avevo dubbi – vuole anche che la protesta porti a qualcosa di concreto. Grillo non è stato in grado in questo anno di dare peso specifico alla propria forza elettorale; Renzi ha perlomeno aperto la speranza al Cambiamento. Il primo perde, il secondo vince. Semplice, lineare, banale. Anche se, per essere in Italia, non del tutto scontato.
  3. Ciao Silvio. Stanotte l’ho immaginato così: a letto in mezzo a tre quattro veline, con il megaschermo da 90 pollici sintonizzato sulla diretta di Vespa, lanciare distrattamente qualche occhiata alle notizie che arrivavano dallo studio per poi ributtarsi a capofitto nel “burlesque”, magari boffonchiando una bestemmia verso qualche guitto… SIlvio è ormai il passato di questo Paese (caspita, un altro segnale di risveglio! Mi viene quasi da essere ottimista!) sebbene occorra sempre fare attenzione, perchè il serpente rimane velenoso anche dopo che gli hai schiacciato la testa. Non un addio quindi, ma un ciao-ciao con la manina te lo posso fare. Ciao-Ciao!
  4. Che colore ha il futuro? Perdonatemi. Ma stamane mi sono svegliato con il sorriso sulle labbra. Pensando al lavoro che c’è ancora da fare, che non è poco, ma convinto che le scelte che ci hanno portato fin qui siano state tutte giuste. Non parlo di Renzi, ma di chi ha ostinatamente indicato la via interna per riformare partito e Paese: per vincere la partita, occorre giocarla, la partita. La bufala grillina di poter giocare, giudicare, guidare, fischiare o applaudire standosene comodamente seduti sugli spalti, non ha retto. Per fortuna.

Quindi: ci aspettano settimane e mesi complicati e difficili. Tanto c’è ancora da fare, ma qualcosa si è cominciato a fare. Partiamo da qui. Partiamo da questo partito che è un grande progetto ancora da completare, con la consapevolezza che stavolta è a noi che la gente guarda per veder realizzato il sogno di un Paese Europeo non solo nei conti, non soltanto nei doveri, ma anche e soprattutto nei diritti e nelle opportunità.

Il PD oggi ha fatto il Real Madrid: quando ormai tutti lo davano per spacciato, pareggia a tempo scaduto e poi dilaga nei supplementari, segnando un punteggio forse anche oltre il suoi meriti oggettivi.

Lo strascontato paragone calcistico potrebbe in effetti reggere.

Ma com’è bello vincere.