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L’ipocrisia dei soldi negati alla Cultura

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“Battaglia vinta”. “Stop a chi inquina”. “Atto coerente” (ma de che?).

Il Consiglio Comunale di Matera ha approvato, assecondando un dibattito in corso da alcuni mesi, un provvedimento con il quale si escludono dalla possibilità di sponsorizzare le attività di Matera 2019 le aziende petrolifere. Sulla scia anche delle polemiche all’Expo di Milano per le sponsorizzazioni di multinazionali del junk-food come McDonald’s in un evento che si chiama “nutriamo il pianeta” (!).

Non potevano che essere i cinque stelle nostrani i protagonisti di questa azione, notoriamente fautori di una politica legata più alla comunicazione e al simbolismo astratto – praticamente una corrente politico/dadaista – piuttosto che volta al governo dei processi, alla guida verso una cultura nuova, aperta e trasparente.

E fa strano che molti nostri ambientalisti e sinistri plaudano a questa pagliacciata: il Comune, lo stesso che permette a queste imprese di esistere, concedendo autorizzazioni a chi inquina , vieta a chi inquina non di inquinare, ma di versare soldi per i suoi eventi culturali. Me cojoni, direbbe Bombolo. Ma andiamo con ordine.

Punto primo: rinunciare ai soldi delle odiate multinazionali provoca un immediato danno economico all’evento che si vorrebbe invece difendere, stimolare, rafforzare. Palliativi come quelli proposti, di una lista di imprese “verdi” che “potrebbero” essere interessate a sponsorizzare l’evento, si insinuano nel solco solito dell’ipocrisia di una politica che è solo comunicazione e zero sostanza. Di fatto, nulla vieterebbe che le sponsorizzazioni delle aziende “verdi” si possano sommare a quelle delle aziende “nere”. Ne verrebbe fuori un bel pendant multicolor, ma moltiplicherebbe possibilità ed opportunità. E invece no.

Punto secondo: le aziende petrolifere continuerebbero ad esistere. Nasconderle dal cartellone di Matera 2019 non le cancellerà dal paesaggio e non impedirà loro di lavorare se lavorano, di inquinare se inquinano. Nascondere la polvere sotto il tappeto è il tipico atteggiamento bacchettone dell’Italietta medio-borghese, per la quale la prostituzione non esiste perché tanto è vietata, i ragazzi non si drogano perché fortunatamente è proibito, e i coniugi non si tradiscono a vicenda perché tutte le sere cenano insieme con i figli. Contenti voi.

Punto terzo: le aziende petrolifere continueranno a far soldi; e i soldi verranno distribuiti nelle tasche già piene dei loro ricchi azionisti. Non sarebbe molto meglio se parte di quelli, invece che per l’acquisto di un nuovo costosissimo pezzo di arredamento nella lussuosa villa dell’azionista-petroliere, venissero invece utilizzati per operazioni culturali, o per dare linfa vitale a opportunità di svolta economica e sociale, che l’appuntamento di Matera nel 2019 potrebbe fornire? Permettendo di INVESTIRE (lo so, pare brutto, ma si investe con i soldi) su una via alternativa a quella nella quale siamo costretti e incatenati, che quel poco di lavoro che c’è oggi, ce lo garantiscono giusto loro? Ipocrisia, portami via. Peraltro, il tipico atteggiamento bacchettone dell’Italietta medio-borghese che si taglia le palle per far dispetto alla moglie ed è tutto contento, mentre la moglie gli fa spallucce.

Per concludere: capisco e condivido pienamente il messaggio. Cultura e Petrolio, Sviluppo continuo e rinnovabile partendo dalle ricchezze ambientali invece che dallo sfruttamento di risorse fossili una tantum, non sono alternative che stanno insieme.

Ma a dirla tutta, il messaggio non dovrebbe essere: le multinazionali del petrolio non dovrebbero influenzare la nostra offerta culturale e le nostre opportunità di sviluppo alternativo. Ma: le multinazionali non condizioneranno le nostre scelte. Punto. Nemmeno se versassero miliardi nelle casse di Matera 2019. Perché vigileremo, perché costruiremo percorsi trasparenti, perché selezioneremo persone indipendenti e responsabili. Perché i soldi possono comprare tutto, ma non la nostra dignità e il nostro futuro.

Continuando a nasconderci dietro il dito di sua signora l’ipocrisia, ammettiamo invece implicitamente che la realtà è questa. Che non ci piace. Ma che cambiarla non è, e non sarà, mai possibile.

Tutt’al più, possiamo nasconderla.

Adesso, sorridete.

 

 

Petrolio. La battaglia non è finita: una proposta concreta.

Non tutte le sconfitte vengono per nuocere.

Com’era prevedibile, il Consiglio Regionale della Basilicata ha adottato la soluzione di compromesso emersa nell’ultima Assemblea Regionale del Partito Democratico: impugnare sì, ma solo dopo aver cercato di modificare l’art. 38 (palesemente incostituzionale, a Costituzione vigente) per via parlamentare.

A metà strada tra il cervellotico e il lapalissiano, in ogni caso davvero ancora non si riesce a capire il motivo di tanto arroccamento. Sia per la difesa che per l’attacco, l’articolo 38 è diventato più che altro un totem per la piazza furiosa. E se per la piazza si possono addurre come scusanti limiti informativi ed evidenti tentativi di strumentalizzazioni politiche, per il Palazzo il rifiuto di assecondare la richiesta dei “4 comitatini” rimane inspiegabile. A meno che non si disegni la mappa delle logiche di potere che reggono il Paese e la Regione, oggi. Nulla insomma di più lontano dai malumori e dalle richieste di chiarezza  e rappresentanza che più volte hanno sfilato tra Matera e Potenza, fatto scorrere fiumi di inchiostro, mosso centinaia di volontari a raccogliere firme nelle piazze.

Peraltro, oltre il merito indiscutibile di aver portato la gente nelle piazze a lottare per difendere il proprio futuro, i limiti del movimento sono evidenti: eccessiva politicizzazione, obiettivi fumosi (ma se l’obiettivo è il no al petrolio, che c’entra l’art. 38?), divisioni interne (ieri a Potenza ad esempio in piazza c’erano contemporaneamente due palchi : uno del comitato facente capo a Di Bello, l’altro al Movimento 5 stelle).

A Scanzano, spesso e volentieri citato in questi giorni, la musica era ben diversa. La capacità degli organizzatori di unire fu determinante. E l’obiettivo pratico, di far ritirare un decreto al Governo, ben più complicato di una scontata (perché comunque già decisa da altre Regioni) impugnazione di un articolo di legge.

In ogni caso, arroccarsi per l’impugnativa dell’articolo 38 è un errore speculare a quello di chi pare difenderlo senza costrutto, e porta a mio avviso la lotta lontana dal bersaglio; che poi magari è quello che si vuole…

Nel senso: anche qualora si fosse deciso per l’impugnazione, o anche quando la Corte Costituzionale deciderà di cassarlo, questo scongiurerebbe il pericolo di maggiori e incontrollate attività estrattive?

Nient’affatto. Perché senza bisogno di ulteriori concessioni, le estrazioni possono già praticamente raddoppiare (e raddoppieranno) nei prossimi anni, passando da poco più di 80.000 barili/giorno a oltre 150.000.

E quindi va sempre bene dare addosso alla politica, al PD, ai consiglieri poltronari per non aver ascoltato la voce della piazza. Ma un po’ di autocritica da parte “nostra”, e di chi si è messo in capo a guidare la protesta, al grido di “prima i cittadini poi i politici” – come se chi si impegna civicamente in un qualunque partito, possa avere le stesse responsabilità degli eletti nelle Istituzioni – sarebbe forse il caso di farla. Più che altro per non vanificare lo sforzo di migliaia e migliaia di cittadini lucani, solo per tentare di conseguire una simbolica vittoria di Pirro, che non risolve in alcun modo le questioni emerse dall’agitazione e dai numerosi confronti di questi mesi. Rischiamo insomma di perdere un’occasione unica.

La mia proposta, quindi – tra le tante possibili e che un coordinamento generale, o un forum di discussione, dovrebbero prendersi la briga di indicare – oltre quella già inascoltata di lasciare a casa bandiere e cappellini per rendere la piazza unita ed inclusiva, è di puntare i piedi per  chiedere la costituzione di un osservatorio permanente sul petrolio: un organo riconosciuto dalla Regione, finanziato magari con parte dei fondi provenienti dalle royalties, composto anche e soprattutto da cittadini, con il compito di monitorare, ispezionare, proporre, e denunciare se necessario. Personalmente, mi sentirei piu tranquillo e garantito da questo che da un’impugnazione, un comunicato stampa, un dossier magari finanziato direttamente o indirettamente dalle stesse compagnie.

Perché forse non lo si è capito, o lo si è capito solo tardi. Ma ai lucani non interessa la contropartita economica del petrolio. E quindi gli 1-0 o 4-0 sbandierati settimane or sono, sono vittorie conseguite in un altro campionato, che non interessa (relativamente) a nessuno.

I lucani vogliono capire, invece, se finora il petrolio ha portato lavoro; se possono ancora bere acqua o portare i loro figli al mare; se dovranno ammalarsi o si stanno già ammalando di tumore a causa sua.

E non c’è cifra che possa mettere a tacere la paura.

Ma la buona politica sì.

Cerchiamo di praticarla.

Tutti.

Cappellacci e cappellini. Tutti in piazza, ma senza bandiere

Infografica

Articolo ripreso dal sito Sassiland e Sassilive.

La protesta spontanea contro il petrolio, nata sui social network e diffusasi poi nelle piazze, nelle scuole, nei consigli comunali di mezza Basilicata, è nata senza testa, e tale deve rimanere.

Il rischio, altrimenti, è che a qualcuno venga la tentazione di metterci il proprio cappello. Antico vizio della politica, invero non solo lucana, quella di cavalcare le piazze in agitazione per fini diversi, e discutibilmente collaterali.

Si assiste così, ad esempio, al tentativo da parte di diversi gruppi politici di affiancare alla sacrosanta protesta contro lo Sblocca Italia, la richiesta di far venir giù per questo l’intera giunta regionale. Legittimo: ma questa linea chi l’ha decisa?

E si assiste così, anche, alla vergognosa strumentalizzazione delle delibere di alcuni Comuni (tra i quali spicca Matera) che pur pronunciandosi criticamente contro la visione di un sviluppo basato solo sul petrolio, e in maniera acritica rispetto all’impatto ambientale e sulla salute dei cittadini fin qui registrato (e senza – figuriamoci – tenere in alcun conto i timori rispetto all’impatto che ulteriori maggiori estrazioni potrebbero far registrare), sono state ritenute non sufficientemente contro. E questo, chi lo ha deciso?

A parte il legittimo indiscutibile diritto di interpretare la realtà secondo il proprio soggettivo metro di giudizio, si deve denunciare con forza ogni tentativo di manipolazione della realtà, che ha il fine di arrivare a far dire alla pubblica opinione (operazione sempre agevole su temi così complessi, nei quali è comunicativamente più facile dividere i buoni dai cattivi, e additare un unico mostro) che il Comune di Matera è a favore del petrolio.

Ora, io capisco che tale operazione possa portare un qualche sollievo ai pruriti accumulati nel corso degli ultimi anni a chi ha fatto della lotta (questa sì senza se e senza ma) contro il Sindaco Adduce una ragione di vita, magari anche nella legittima aspettativa di sostituirlo.

Ma siamo sicuri che alla comune causa faccia bene il tentativo di non annoverare anche la Capitale della Cultura dalla parte del fronte del NO al Petrolio? Solo perché la delibera (ininfluente rispetto all’iter amministrativo dell’impugnativa, ma dal valore fortemente simbolico) sottintende la richiesta di impugnazione a possibili ed eventuali modifiche parlamentari dell’art. 38?

Che è poi la posizione del PD Regionale. E non si capisce davvero perché la posizione del PD Regionale (dove magari si è in maggioranza) debba andar bene la mattina, e la stessa debba invece andar male in Consiglio Comunale la sera (dove invece si è in minoranza). Peraltro a guardar meglio il merito delle questioni, la decisione del PD Basilicata è un tantinello più vincolante di quella del Consiglio Comunale, nella classifica della gerarchia delle fonti (politiche, non giuridiche). Contrariamente a quanto si vorrebbe far credere, montando casi sproporzionati sui giornali e sui social network, e danneggiando in definitiva l’intero Movimento, per un pugno di consensi.

Quindi, se si voleva raggiungere un qualche risultato concreto e non a chiacchiere, l’arena di scontro era un’altra; ma lì, forse, difettavano le telecamere.

Per dirla in metafora, risulterebbe ad esempio debole la posizione di chi, in nome di una sbandierata anima animalista, protestasse con veemenza nelle piazze contro i ristoranti che servono carne, e non riesca invece poi a convincere la propria moglie a togliere il pollo dal menù.

E questa debolezza pervaderebbe l’intero Movimento.

E insomma, grazie dell’impegno, ma non siamo la somma di debolezze; abbiamo invece bisogno di una sola e unica forza per dire chiaro che non un solo barile di petrolio deve essere estratto in più, prima che non vengano affrontati i numerosi problemi che già il livello attuale di estrazioni ha prodotto: impatto limitato sullo sviluppo, numerosi episodi di inquinamento segnalati, timori diffusi sulle conseguenze negative delle attività estrattive sulla salute.

Quindi giù le mani (e i cappelli) dal Movimento: lasciamo fuori dalla porta, per favore, le vostre noiosissime lotte per il potere.

Tutti in piazza, invece, e possibilmente senza bandiere, per offrire alla Basilicata una visione dello sviluppo coerente con le proprie risorse e potenzialità. Che non sono solo Petrolio.

E la città di Matera, com’è evidente, sarà al nostro fianco.

 

 

Il punto sul Petrolio.

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E insomma la montagna ha partorito il topolino. Dopo l’Assemblea PD di Potenza che doveva dettare la linea regionale sul tema, il Consiglio comunale della Capitale (della Cultura) era chiamato a deliberare sul tema.
Un atto meramente simbolico, di intende, non vincolante. Vincolante era la discussione nel Partito regionale, che dell’odg materano era anche la ovvia matrice.

Eppure, singolarmente, dall’opposizione, e dopo non essere riusciti ad imporre il tema da posizione di maggioranza nell’Assemblea, alcuni consiglieri PD, nell’evidente tentativo di cavalcare il malcontento, le manifestazioni di piazza, la paura diffusa a causa di una gestione lacunosa del tema, ma soprattutto di segnare il solco (ancora una volta) con il sindaco della città in vista dell’ormai prossima campagna elettorale, hanno proposto una mozione per impugnare l’art. 38, senza se e senza ma. A differenza dunque dell’indirizzo (questo sì vincolante) dell’Assemblea Regionale che subordina l’impugnazione alla non modifica dell’articolo stesso in sede di approvazione della legge di stabilità, e che è stata invece accettata e subìta anche dagli intransigenti di oggi.

Insomma l’impegno che è mancato nella finale di Champions, lo si è messo tutto in un’amichevole, sebbene di lusso.

Un mezzo pasticcio, quindi, al solito fatto a beneficio di telecamere e titoli di giornale, per mettere in scena il consueto teatrino inconcludente, e per regolare i conti in sospeso nel partito di maggioranza. In ogni caso la città incassa il generico impegno a tutelare la salute dei cittadini e l’ecosistema, prima di qualunque discorso sulle risorse. Dalla Capitale della Cultura, il minimo che ci si possa aspettare.

La mia posizione è nota. Non sono contro l’articolo 38. Credo sia corretto che alcune funzioni siano in capo del governo centrale e non delle periferie. Varrebbe anche per molti centri di spesa, a cominciare dalla sanità; ma questo è un altro discorso.

Allora perchè sono sceso in piazza contro l’articolo 38? Perchè ho firmato per la sua impugnativa? Semplice: perchè il governo ha già deciso che in Basilicata verranno scavati nuovi pozzi. Non ci sono discussioni che tengano, Renzi l’ha già dichiarato: sa che qui c’è l’oro nero, e viene a prenderselo; punto.

E questo è inaccettabile. Dice: perchè,  sei contro il petrolio? No. Quale folle potrebbe essere aprioristicamente contro lo sfruttamento di una risorsa economica della propria terra? Io no di certo.

E allora qual è il problema? Il problema è che in Basilicata il petrolio viene già estratto da venti anni. Occorre affrontare i problemi che questo ha comportato, prima di aggiungerne di nuovi. Sono segnalati episodi di inquinamento diffuso; ci sono timori di un effetto diretto sulla salute dei cittadini in prossimità dei pozzi; le ricadute economiche prospettate, sono rimaste in gran parte nel libro dei sogni.

E dunque: il mio NO al petrolio è da intendersi come no a discussioni su nuove estrazioni, prima che non si sia fatto il punto su quello che lo sfruttamento di questa risorsa ha significato per la nostra regione finora; prima che non si sia cercato di stabilire una verità scientifica sull’inquinamento provocato dalle attività di estrazione; prima che non si sia individuato nel mondo una best practice da importare e imporre alle compagnie come modello da seguire per limitare e governare l’impatto delle loro attività sul nostro territorio; prima che non si sia data la priorità ad altri settori economici, nei quali abbiamo molto da dire: agricoltura, turismo, cultura, energia verde, manifattura.

E sopratto, prima di aver stabilito come principio scolpito nel marmo che la tutela di salute e ambiente vengono prima di qualunque discorso possibile sulle tanto agognate e sbandierate contropartite economiche.

Ma per andare dove dobbiamo andare, da dove dobbiamo andare?

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Ma non è, che tante volte, ci fossimo persi? Questo ho pensato guardando l’intervento di Paolo Cosseddu (braccio destro di Civati) ieri in Direzione del Partito Democratico.

Il buon Paolo ha sostanzialmente affermato che i civatiani non condividono la linea del partito, tuttavia sono disponibili a collaborare perché hanno un botto di idee buone ed originali, anche per recuperare il senso ed il valore della militanza, al minimo storico proprio quando il partito raggiunge il massimo valore in termini di consenso.

Ho apprezzato come sempre il contenuto dell’intervento, tuttavia, dopo la cavalleria rusticana dell’elezione di Renzi a segretario prima e a premier dopo, in cui sembrava che l’unica opposizione intelligente e costruttiva al PD fosse proprio dentro il PD, questa nuova fase del civatismo faccio fatica a capirla.

Ammetto di aver da un po’ staccato i ponti, credo quindi che il mio pensiero sia maggiormente rappresentativo di una parte dell’elettorato civatiano o ex civatiano. In ogni caso è il mio, e così fedelmente lo riporto.

L’area Civati si è spesso interrogata in passato su che tipo di rapporto dovesse avere con il PD di Renzi. Decisione non facile: il segretario è stato eletto in forza di un risultato eccezionale alle primarie del partito, e ha confermato la sua forza alle elezioni europee; difficile quindi contestare, senza minare i fondamenti stessi della democrazia, il diritto/dovere di seguire una certa linea, ambiguamente delineata nel corso delle varie campagne elettorali. E’ fuor di dubbio che il consenso a Renzi è legato alla fiducia alla persona (sulla deriva leaderistica e personalistica del Paese si potrebbe aprire un blog a parte) piuttosto che non a un programma o a idee concrete particolari.

Il momento più alto del dibattito interno all’Area si è avuto alle Scuderie di Bologna, quando in virtù di una (facile) lettura su che piega il Pd renziano avrebbe presto preso, e sul modo in cui aveva abbracciato il potere calpestando clamorosamente le sue stesse parole, ci si chiedeva se fosse il caso di votargli la fiducia.

La maggioranza della base, se pur profondamente spaccata, disse che sì, la fiducia al proprio segretario non la si poteva proprio negare, solo sulla base di congetture pur plausibili e con un certo fondamento. La mia posizione era invece piuttosto possibilista, ma ferma sull’obiettivo di lottare contro la deriva centrodestrista che il partito stava prendendo. Da dentro, o da fuori, mi interessava poco, e questa decisione tattica e strategica l’avrei delegata allo stesso Civati, con la fiducia che si deve ad un fratello maggiore con più acume ed esperienza.

Dalle Scuderie, non si sono tenuti altri momenti di partecipazione, o di revisione critica della decisione di allora. Eppure nel frattempo, il Premier ha messo a cuocere parecchia carne: l’inguardabile riforma del Senato, l’abbozzata ma già contestabile elegge elettorale, una mancia fiscale nulla negli effetti ma pesante sui conti pubblici, un Paese in continua e decisa recessione, una serie di promesse mancate e di appuntamenti in agenda saltati che hanno portato lo stesso Renzi a cambiare marcia e diluire la cura (palliativa) in tre anni invece che nei tre mesi improbabilmente prospettati all’inizio. E poi un fiume di parole, parole, parole. E slides.

La mia domanda è: possibile che sulla base di un pregiudizio, per quanto anche condivisibile, ci si sia interrogati se votare la fiducia a Renzi oppure addirittura uscire dal PD, e invece sulla base di una serie di atti di governo contestabili e detestabili, tutto fili liscio e ci si debba dichiarare pronti a collaborare se solo la maggioranza renziana si dimostrasse disponibile all’ascolto delle nostre ottime idee?

Mi sembra che l’Area Civatiana abbia sotterrato l’ascia di guerra, magari pronta a ritirarla fuori alla prossima occasione. Pare si sia inteso che il baraccone Renzi presto franerà sotto il peso delle sue stesse promesse, e che conviene aspettare e non sprecare energie, pronti magari ad un po’ di guerriglia quando ne venisse fuori l’occasione o la necessità.

E’ però lo stesso errore di valutazione che fu fatto dalla sinistra italiana nei confronti di Berlusconi. E quando il mostro era ormai troppo cresciuto per combatterlo efficacemente, ci si è infine rassegnati ed abbassati a considerarlo un avversario leale prima, e un alleato indispensabile adesso. E quindi ammetto che ho un po’ paura.

Io non mi rassegno. Il prezzo della smania renziana non può essere pagato dal Paese, perchè l’unica vera opposizione intelligente e costruttiva a Renzi si è appisolata e si sta cullando all’idea di farsi trasportare dal traghettatore verso non si sa dove.

In Basilicata, per dire il clima, monta la protesta contro l’ennesimo affronto: il decreto sblocca-Italia lancia un ultimatum per aprire nuovi pozzi di petrolio nei territori interessati; se non risponderanno in tempo, la materia sarà avocata al Governo. Come dire: o vi sparate da soli, o vi spariamo noi. Che peraltro oltre ad essere politicamente discutibile, suona anche un tantino incostituzionale, almeno fino a quando la Costituzione reggerà nella forma attuale.

E quindi mi chiedo: per andare dove dobbiamo andare, per dove dobbiamo andare?

Ma soprattutto: sappiamo ancora dove andare?