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Dalla Grecia una speranza per l’Europa, dalla Lucania uno Speranza per l’Italia?

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Come i nostri quattro assidui lettori sapranno, non siamo mai stati teneri con Roberto Speranza. Quando l’ardore del Cambiamento un paio di anni fa era alla massima temperatura, arrivammo a definirlo addirittura “l’amaro lucano“, per l’aurea di difensore dello status quo che sembrava essersi cucita addosso.

Sembrava, insieme a tutta la neo classe dirigente bersaniana, piuttosto preoccupato di tenere chiuso il coperchio di quella pentola a pressione che di lì a poco sarebbe esplosa, regalando a Renzi quasi il 70 per cento di consensi perché fosse il segretario del Partito Democratico (ne avrebbe poi fatto l’uso scellerato che conosciamo) e relegando la sua componente a meno del 20. Un’altra diversa declinazione di Cambiamento, forse la migliore proposta, era portata da Pippo Civati, poi uscito dal Partito dopo lunga tribolazione, che ha dimostrato però limiti intrinseci e di coerenza interna, da noi stessi più volte denunciati, che temiamo possa essersi portato fuori. Vedremo.

E’ però un fatto da registrare che dopo le dimissioni da Capogruppo alla Camera, Roberto Speranza si sia messo in testa di non seguire affatto la corrente, e da allora abbia dato sempre maggiore prova di resistenza al renzismo; un Renzi che, forte negli organigrammi di partito in seguito ai risultati del Congresso, e forte in Parlamento grazie alla provvidenziale conversione di tanti ex-Bersaniani, oggi appare invece debole, contraddittorio e relativamente isolato nell’opinione pubblica.

Da allora, in un vortice di autocritica ma anche di sempre maggiore presa di coscienza, Roberto Speranza si è imposto come punto di riferimento nazionale per quanti non si ritrovano nelle posizioni “estreme” di Matteo Renzi, e che non vogliono lasciargli campo aperto proprio adesso che la spinta (più che altro un’abile operazione pubblicitaria) con la quale si è presentato appare esaurirsi, che le strategie messe in campo appaiono tristemente di corto respiro, che sta aumentando la consapevolezza che se il Cambiamento del Partito e nel Partito appare ancora (anzi più di ieri) necessario, la direzione da imprimere è decisamente un’altra rispetto a quella confusamente indicata dal Segretario Nazionale.

Fino a quella dichiarazione di sabato, quell'”abbiamo sbagliato“, che determina un giro di boa ci auguriamo definitivo rispetto ad una convivenza forzata con posizioni che con il PD, la sua storia e i valori che ancora incarna per larga parte del suo elettorato, pare evidente non debbano avere nulla a che fare.

La poca distanza poi che Matteo Renzi ha messo tra sè e i vecchi dirigenti del PD, tra le vecchie pratiche di inquinamento e condizionamento delle scelte degli elettori e le proprie, la sempre evocata ma mai compiuta rottamazione, la spaventosa debolezza con la quale ha affrontato lo scandalo di Mafia Capitale (arrivando addirittura a chiedere la testa del Sindaco Marino, l’unico certamente incolpevole di quell’infamia), rappresentano la coda di una inutile perdita di tempo – e di terreno sulla strada della competitività e delle giuste Riforme – che magari servirà di lezione agli elettori sempre in cerca della scorciatoia e del mago che risolve problemi agitando una bacchetta. Non ci sono scorciatoie, non ci sono maghi. C’è solo la buona e la cattiva politica. Distinguerle non è facile, a volte, spesso sono anche intrecciate tra loro, ma sta a noi dar forza alla buona e ricacciare indietro la cattiva: informandoci correttamente, analizzando i problemi, partecipando attivamente alla politica, senza rilasciare più deleghe in bianco.

Una parentesi triste, se così sarà, per il Partito Democratico e per l’Italia.

Italia che dalla Grecia dovrebbe magari prendere esempio e ispirazione. Non tanto per importare formule politiche con la speranza di sbancare un’elezione. Ma per la forza e la tenacia con la quale si sta mettendo in imbarazzo l’Europa dei tecnocrati, dei monetaristi e della finanza, svelando le radici vere della nostra Unione: l’Europa dei popoli, l’Europa dei bisogni, l’Europa del lavoro e della dignità.

Un’altra Europa, appunto. Indipendentemente da come la vicenda si concluderà, si sta scrivendo una bella pagina di politica, e siamo certi che la pagina successiva seguirà necessariamente un altro canovaccio.

E, forse, come una periferia Europea sta combattendo una battaglia di civiltà e per indirizzare la storia nella giusta direzione, imprimendo realmente il cambiaverso che i cittadini chiedono di toccare con mano e non solo di leggere su manifesti e infografiche, da una periferia d’Italia, la Lucania, potrebbe partire la sfida ad una politica sempre più lontana dalle persone e dai suoi reali bisogni.

La Lucania del “ribelle gentile” Roberto Speranza, del deputato Vincenzo Folino che si autosospende per la violenza decretata alla sua terra dallo Sblocca Italia, La Lucania dell’unico segretario regionale a non firmare l’appello per le Riforme renziane, la Lucania della Capitale Europea della Cultura, che è disposta a sacrificare un’elezione pur di tenere dritta la barra di una coerente proposta politica senza cedere a pasticci, giochi di potere, ricatti amorali.

C’è sempre tanto lavoro da fare, anzi oggi più di prima, ma crediamo fermamente, oggi più di ieri, che sia questa la strada giusta. Apparendo del tutto evidente che, prima di provare a fare un’altra Italia, occorrerà provare ad costruire, su queste stesse basi, un’altra Basilicata.

La fiducia sull’Italicum è illegittima, in palese violazione dei regolamenti parlamentari.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo intervento sulla questione della fiducia del governo posta sulla legge elettorale in discussione in Parlamento. Operazione che vanta solo due “illustri” precedenti: secondo Left la fiducia su una legge elettorale è stata messa solo due volte nella storia della Repubblica: nel 1923, per l’approvazione della legge Acerbo che consacrò l’ascesa al potere del partito nazionale fascista, e nel 1953 quando la Dc fece approvare la cd. “legge truffa”. Precedenti non proprio illustri…

Di Andrea Casarano
(Membro Assemblea Nazionale Partito Democratico)

Se ne parlava da giorni. Ci si chiedeva se il Governo avrebbe davvero fatto il passo più lungo della gamba ponendo sulla legge elettorale, in arrivo alla Camera, la questione di fiducia. E alla fine è cosi che è andata: sarà questione di fiducia e questa scelta non è affatto casuale.

Intanto, qualche nozione per intenderci. La questione di fiducia, nella dialettica parlamentare, è uno strumento posto nelle mani del Governo che consiste, come molti di voi sapranno, nel qualificare l’atto legislativo come fondamentale per l’azione politica del Governo facendo dipendere dalla sua approvazione la permanenza in carica. Nella pratica politica tale strumento viene usato dal Governo per compattare la maggioranza parlamentare che lo sostiene e per evitare l’ostruzionismo dell’opposizione in quanto il suo effetto più importante e più rilevante è quello di rendere caduchi tutti gli emendamenti dovendosi direttamente procedere alla votazione articolo per articolo del provvedimento cosi come è strutturato.
Un effetto non da poco specie se si considera la travagliata storia dell’Italicum, approvato frettolosamente al Senato col soccorso azzurro di Forza Italia, quello stesso Senato che è un campo minato dal punto di vista dei numeri per il Governo perché ad oggi, con la fine del Nazareno, i numeri della maggioranza sono ancora più risicati.

Ecco dunque spiegato il ricorso ad uno strumento quale la questione di fiducia, idoneo a mettere in sicurezza il provvedimento da un eventuale ritorno al Senato, grazie al blocco degli emendamenti, ed allo stesso tempo atto forte per mettere la minoranza interna e l’opposizione con le spalle al muro. Quasi come se convivessero in uno strano ossimoro politico la forza intrinseca alla questione di fiducia, in grado di piegare tutto e tutti e la debolezza insita nella paura latente di un ritorno al Senato.

Tuttavia, il Governo non può fare un uso indiscriminato di questo strumento che, in qualche modo snatura il normale andare della vita Parlamentare espropriando nel vero e proprio senso della parola il Parlamento della propria funzione legislativa.

La possibilità di apporre la questione di fiducia ad una proposta di legge è disciplinata non dalla Costituzione (nulla c’entra l’articolo 72, 4°comma Cost, pure sbandierato da qualcuno) bensì dai regolamenti della stessa Camera dei Deputati e del Senato.

Proviamo quindi a chiederci: è sempre possibile apporre la questione di fiducia? E se non è possibile, in quali casi è possibile fare uso di questo strumento? La risposta non possiamo che andarla a rintracciare nella lettera delle norme dei regolamenti, in particolare negli articoli 116 e 49 del regolamento della Camera.

Dall’articolo 116, 4° comma si legge “La questione di fiducia non può essere posta su […] tutti quegli argomenti per i quali il Regolamento prescrive il voto per alzata di mano o il voto segreto”.

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Conseguentemente dobbiamo chiederci dunque: quali sono gli argomenti sui quali si prescrive voto segreto? Infatti, se la legge elettorale fosse inquadrabile tra questi, si starebbe agendo in violazione dei regolamenti con una forzatura degli stessi che sarebbe da giudicarsi quantomeno innaturale. Le ipotesi di voto segreto sono previste dall’art. 49, 1° comma secondo il quale: “Sono effettuate a scrutinio segreto le votazioni riguardanti […] leggi ordinarie relative agli organi costituzionali dello Stato (Parlamento, Presidente della Repubblica, Governo, Corte costituzionale) e agli organi delle regioni, nonché sulle leggi elettorali”Ecco la parola magica: “Leggi elettorali”.

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Quel che ne emerge è dunque che il governo agisce in piena violazione dei regolamenti, e che le opposizioni, hanno perlomeno qualche motivazione giuridica per inveire contro il Governo. Certo, ad alcuni potrà sembrare un cavillo da tecnici del diritto e sostanzialmente di poco conto, anche perché se nessuno eccepisce il contrasto con i regolamenti, nulla cambia e tutto è perfettamente legittimo.

Tuttavia, è implicito in un gesto del genere, nell’insensibile calpestare deliberatamente i regolamenti e le normali dinamiche della democrazia, un messaggio politico che molto dice sul metodo prima ancora che sul merito scelto per l’Italicum. Un metodo machista e fortemente autoritario che il Governo ha da sempre propugnato in questi mesi e che probabilmente ad oggi rappresenta il tratto maggiormente caratterizzante del Governo Renzi e della sua azione politica.

La sinistra del bridge. Il mio contributo alla #Scuderia.

A sinistra, nell’anno di grazia 2015, c’è bisogno di rappresentanza. E’ un dato ormai incontestabile, e infatti i movimenti in questa direzione sono tanti.

Se in politica non ci sono spazi vuoti, la scarsa partecipazione alle ultime tornate elettorali, ha però quantomeno dimostrato che lo spazio vuoto non è stato colmato con sufficiente velocità e lucidità.

Domani a Bologna, finalmente, la fu Area Civati si rincontra per decidere cosa fare da grande. Forse un po’ in ritardo, dopo che i civatiani di tutta Italia hanno dovuto ingoiare tonnellate di rospi, in attesa che la loro leadership indicasse un cammino da seguire. E per la verità ne sono stati indicati diversi, di cammini #possibili, e ad oggi non è dato sapere cosa ne sarà del patrimonio di consenso accumulato un anno fa e, in parte – mi auguro non irrimediabilmente -, già disperso.

Domani forse ne sapremo di più, ma per capire quale sinistra ha in mente Civati oggi, bisogna andare necessariamente per esclusioni.

Ha già dichiarato che è troppo provinciale importare dall’estero modelli preconfezionati; non credo però che nel 1921 i provincialissimi comunisti di Livorno tentassero un isolato, inedito ed ardito esperimento, destinato al sicuro fallimento. E se il pensiero era rivolto a Tsipras, il problema a mio avviso in quel caso non risiede tanto nell’importazione, quanto nella coerenza della traduzione. Che è sembrata mancare del tutto, a priori e a posteriori.

Sembra pensare poi che di forza fuori dal Partito Democratico ce ne sia poca. Il che è indiscutibilmente vero, e soffiare sulla brace che cova sotto la cenere della disillusione, è esercizio troppo lungo, stancante, e dalle incerte probabilità di riuscita. Poi nel 2015 si vota – anche se a questo punto non so se sia più una previsione, o una speranza.

La sensazione quindi, procedendo per esclusione, è che la sinistra che Civati ha in mente, sarà più simile ad un circolo del bridge, all’interno del Country Club piddino, invece che all’anima movimentista e popolare che si prometteva all’inizio. Un già visto salottino mezzo radical chic, in cui disquisire dei problemi dell’Italia e degli italiani, snocciolando soluzioni e statistiche tra una mano e l’altra, alternandole a severe critiche e richiami al rigore morale. Il tutto con tenerezza, si intende, che se no non sta bene, e il direttore del Club ti sbatte fuori. E facendo finta di proporsi come alternativa di Governo, con la malcelata speranza di non doverci arrivare mai.

E’ quindi lecito chiedersi, a questo punto, se il pur sempre brillante Civati abbia effettivamente le capacità politiche per unire un così vasto e variegato universo; fatto di associazionismi, movimenti e comitatini, capetti e partitini.

E milioni di potenziali elettori delusi, confusi e incazzati.

Perché rilevo giust’appunto il fatto che, in un anno, Civati, inizialmente accreditato di aver riunito intorno al suo programma e al suo carisma una ventina di parlamentari, sia ultimamente rimasto piuttosto isolato; e rilevo anche (non da ora, ma se lo fai notare sei un gufo e/o un rosicone – aspetta, dov’è che l’ho già sentita questa?) che il filtro utilizzato nella selezione di una nuova classe dirigente, funziona piuttosto male: in un anno, oltre ai pezzi alla base, si sono anche già staccati alcuni pezzi al vertice: cominciò Taddei; lo seguì Lanzetta; ma anche il mitico Tocci-gol sembrerebbe essersi allontanato; e in ultimo Elena Gentile, eletta all’Europarlamento in quota Civati, è finita per appoggiare la candidatura del renzianissimo Michele Emiliano, provocando quasi uno scisma nell’Area, che solo la sapiente conduzione dei riferimenti territoriali ha saputo – per il momento – evitare.

Ma anche in questo caso i colonnelli civatiani sono rimasti a guardare senza (poter o voler?) far nulla. Fossi in loro io mi sarei invece chiesto, ad esempio, perchè al Sud alle Europee non si sia potuto tentare, per dire, un esperimento alla Elly Schlein; e farne tesoro per il futuro. Ma si vede che l’analisi delle sconfitte e degli errori, vale solo per le sconfitte e gli errori degli altri.

Insomma, sono curioso e favorevole a tutti i cantieri aperti a sinistra. Seguo tutto con interesse, e a qualcuno magari provo a lavorare anch’io, nel caso il progetto civatiano di riportare il Partito Democratico a sinistra, non riesca.

E sottoscrivo già, convintamente, il bel manifesto che sarà proposto domani, pur cosciente che di buone intenzioni è lastricato il pavimento del Regno dell’Insignificanza.

In ogni caso, davvero, in bocca al lupo a Civati.

La speranza è che ci incontri ancora, prima o poi, in questo o in un altro cantiere. Perché è evidente come ognuno di essi abbia in seno pregi e difetti; e dalla loro unione si potrà, forse, mettere a valore i punti di forza, e limarne le debolezze.

Ad esempio: il mio limite, mi dicono, è di essere più civatiano di Civati; e il rilevare, pedissequamente, quanto Civati appaia qualche volta più renziano di Renzi. Come quando registri, per esempio, che anche il solo dissenso è, da queste parti, piuttosto mal tollerato.

Lettera aperta a Pippo @Civati

*di Giorgia Villa, Alessandro Galatioto

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Con il permesso degli autori, pubblico questa lettera su questo blog, condividendone ampiamente i contenuti.

Caro Pippo Civati,

siamo di quelli che in tuo nome hanno raccolto firme, volantinato, fatto banchetti, organizzato iniziative, convinto a votare e fatto eleggere esponenti della mozione. Siamo di quelli che hanno creduto di poter cambiare le cose occupando il PD dall’interno, che hanno abbracciato l’idea che un diverso modo di interpretare la politica fosse possibile, che si sono raccolti attorno ad un programma di cambiamento e di sinistra.

Al congresso abbiamo perso la nostra battaglia e l’abbiamo persa male. L’abbiamo persa perché non solo siamo arrivati terzi al congresso, ma ci siamo anche messi da soli nell’angolo. L’abbiamo persa male perché nonostante si sia riusciti ad eleggere esponenti della nostra mozione al Parlamento Europeo, ci siamo condannati all’ irrilevanza, ci siamo fatti relegare nel ruolo di “nemici del cambiamento”, “gufi” . Abbiamo gestito molto male importanti passaggi comunicativi uscendone a pezzi, ridicolizzati, penalizzati da iniziative ed esternazioni scoordinate.

A Luglio ci siamo ritrovati a Livorno dove abbiamo ascoltato delle belle, bellissime relazioni ed abbiamo appreso di esser divenuti una associazione. Però, francamente, ci aspettavamo qualcosa di più e di diverso, per esempio una discussione su cosa ci stiamo a fare in un partito che ha scelto di governare con l’NCD e far patti con il redivivo Berlusconi. Se, come sembra, in autunno avremo una manovra economica lacrime e sangue, chi ce lo fa fare di esserne complici? Se, il cielo lo volesse, si andasse a votare ed il PD vincesse che ruolo potremmo avere noi? Se invece, come temiamo, il PD perdesse le elezioni che vantaggio avremmo ad esser accomunati ai perdenti? La possibilità di guidare le macerie del PD? Di un partito ormai ridotto a comitato elettorale e il cui “brand” è ormai logoro? Politicamente, perché sopravviva almeno una rappresentanza politica della sinistra, sarebbe molto più saggio essere distanti anni luce dal PD quando verrà punito dagli elettori.

Ora, siccome questo percorso è iniziato con la tua candidatura a segretario del Partito Democratico, caro Pippo, abbiamo bisogno di sapere quale direzione pensi di prendere: non possiamo più rispondere ai problemi sempre più gravi del nostro paese consultando i nostri bloggers preferiti oppure citando libri vecchi e nuovi, spendendo la faccia per un obiettivo vago e indistinto ma dobbiamo invece essere capaci di fare delle proposte concrete e avere o guadagnarci la forza di imporle alla pubblica discussione.

Troviamoci e scriviamo un programma serio e sintetico delle misure concrete da prendere per far ripartire veramente l’Italia: lavoro, concorrenza, conflitto di interessi, legalità, stimolo alla imprenditorialità e all’innovazione, redistribuzione del reddito e del carico fiscale, diritti della persona, ponendoci seriamente come alternativa di sinistra al PD e accettando che chi ci sta è nostro fratello.

Considerazioni (non) finali sul #CongressoPDBas.

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E alla fine la montagna ha partorito. Che sia un topolino o un elefante lo dirà il tempo. E’ prematuro fare previsioni sulla base di un solo nome; che pure ha la sua storia, la sua indole, e può certamente già dire tanto su come potrebbe essere il Partito Democratico di Basilicata dopo l’elezione di Luongo a segretario regionale.

Di questo #CongressoPDbas, che ieri ha celebrato finalmente l’inizio della fine (sono ancora evidentemente da nominare segreteria e organigrammi interni, nonché da “sistemare” i due provinciali), rimarranno sul tappeto note positive e note stonate. Indico le due principali, ma l’elenco potrebbe essere più lungo, da entrambe le posizioni del foglio.

Veniamo prima a quelle stonate, così le archiviamo, e non ci si pensa più, che credo bisogna cominciare a pensare positivo, e non a cantarci sempre la messa addosso.

  1. Il partito resta (per ora) irrimediabilmente diviso in due grossi tronconi; rimane ancora forte la componente di provenienza DS, ma la fronda Antezza-Pittella-Margiotta fa segnare il punto che, se vuole, qualche sgambetto è tutt’altro che impossibile, come dimostrano gli inciampi del “correntone” nelle primarie per la corsa a Governatore, e nelle elezioni comunali potentine; spero se ne farà tesoro per le prossime comunali materane, quando si dovrà esprimere un candidato sindaco e promuovere un’azione amministrativa che unisca piuttosto che spaccare; questo difficile compito dovrà essere portato a termine in particolare dall’attuale segreteria cittadina; dall’altra parte, parimenti, si dovrebbe smettere di tenere un atteggiamento fatto di veti e sospetti, e di un improduttivo “muoia Sansone” se non si fa come dico io… Prima di parlare di primarie del centrosinistra, abbiamo diversi mesi davanti a noi per provare ad imparare a dialogare e camminare, se non mano nella mano, perlomeno tutti nella stessa direzione. E la prossima Festa dell’Unità, che torna ad essere organizzata in piazza dopo anni, potrebbe e dovrebbe essere il primo segnale di un’unità che dev’essere di intenti e di sforzi congiunti per il partito. Se no, non ha nessun senso. Almeno per noi, salvo che per voi.
  2. Le primarie si rivelano ancora una volta strumento rozzo ed inutile: rozzo perchè non esprimono il vero peso della rappresentatività di chi in questo partito ci milita seriamente, eppure conta uno, come chiunque altro, magari distratto, magari addirittura di un altro partito. Inutile, perché piuttosto che produrre forza, le primarie sono solo misuratrici di debolezze. Hanno senso solo quando si ritiene necessario avallare con un bagno popolare decisioni prese dal vertice; ma se devono dirimere controversie, indirizzare scelte, sciogliere nodi in un senso o nell’altro, occorrono regole più chiare e, soprattutto, più stringenti. Vedi l’albo degli elettori, o il riservare le primarie solo per importanti cariche istituzionali, e tornare al voto nei circoli, risolvendo la questione delle truppe cammellate che aggiungono inutile zavorra.

E veniamo invece ai segnali positivi. Bisogna scavare, ma se ne possono trovare:

  1. Il gruppo dirigente regionale è stato abbondantemente rinnovato, ben oltre il fisiologico ricambio; certo, solo il tempo e la misura dell’indipendenza e dell’affrancamento di ciascuno dalle direttive imposte dall’alto sarà vero rivelatore del portato del Cambiamento. Molto più di quanto le tanto sbandierate statistiche su età e nuovismo possano ruffianamente suggerire.
  2. Il Congresso pare aver sancito una netta divisione (certamente non voluta) tra ruoli di partito e ruoli di governo, perlomeno regionale. Credo sia una cosa positiva, Barca per primo ne sarebbe felice: il partito potrà servire da stimolo al Governo, il Governo potrà operare libero da lacci e lacciuoli che spessissimo si tende a frapporre all’azione amministrativa. Perlomeno, nessuno avrà più scuse.

Direi allora che tutto sommato il bilancio è in pareggio. Non ci sono particolari motivi per essere entusiasti, almeno finora, ma nemmeno per cantare un prematuro De Profundis: saranno le scelte successiva a questa a determinare gli eventi, e far capire meglio il senso ed il portato dell’elezione di Antonio Luongo a segretario regionale, al quale, ovviamente, porgiamo a nome di tutti i lettori di questo blog, un sincero augurio di buon lavoro.

P.S.: per concludere, una nota nazionale. Nel nostro piccolo, noi lucani siamo laboratorio politico affatto indipendente dagli scenari romani, ai quali siamo a doppio filo legati. Da parte mia rilevo, tristemente, che il giubilo di qualche colonnello civatiano nazionale circa l’elezione di Antonio Luongo (che come ho detto sopra, può rivelarsi positiva se le scelte future saranno coerenti con le istanze emerse durante il Congresso) rivela ahimè che l’area sta seguendo una strategia del tutto appiattita sull’antirenzismo; che, se può avere anche un senso a livello nazionale (e già non dovrebbe), declinato sui territori non assume alcun valore; anzi, si fa a quegli stessi territori un’inutile e gratuita violenza, finendo per privilegiare etichette e casacche distribuite in modo quasi del tutto casuale, e certamente non tatuate sulla pelle ma indossate in modo transitorio; favorendo quindi (involontariamente?) la restaurazione, il gattopardismo e il trasformismo. Cose che, ne sono certo, Pippo Civati abiurerebbe con decisione, ma che qui al Sud sono un cazzo di problema. E quindi, fate attenzione a come e dove intervenite, e il nostro sacrificio non sarà stato vano.

La mia idea di fondo, lo scrissi su questo stesso blog ben prima di abbracciare l’Area, è di lavorare per tirar fuori da ogni parte di questo partito, e dalle sue mancine vicinanze, tutto il buono che c’è, e che può essere utile a stappare il tappo, per lasciare emergere le energie del Sud e dell’Italia; spesso sepolte sotto una spessa coltre di sciocco “tifosismo” a priori, che proprio quest’area dovrebbe per prima rigettare.

Continuo a considerare la cosa una somma di errori individuali, e di limite di visione complessiva; spero vivamente, invece, non ci sia stato nel frattempo un netto cambio di strategia dopo la schiacciante affermazione di Renzi, che non deve avere l’effetto di spostare, nell’Area, l’ago della bilancia dalla qualità alla pura e semplice quantità. Anche perchè qui in Basilicata, diciamocelo, di renzismo se n’è visto punto; o meglio, che poi è la stessa cosa, di renzismo e metodi “renziani” nel senso più spregiativo del termine che noi “civatiani” possiamo dare, è permeata ogni corrente di questo partito. E magari si scopre, con sorpresa, che la più chiusa e autoreferenziale di tutte, è proprio quella più vicina a noi.

Sposarne una a caso, valutandone a naso solo “il peso” (e nel nostro caso ciccando clamorosamente), non serve alla Basilicata, non serve al Mezzogiorno, non serve, a ben vedere, nemmeno a Civati.

Dalle ceneri dell’Unità, nasca la New Left italiana.

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Dispiace per la perdita dell’Unità, ovviamente. Ma c’è da dire che negli ultimi anni il giornale non era più quello di venti anni fa. Certo sconta la crisi della carta stampata, certo sconta un atteggiamento troppo morbido rispetto alla classe dirigente attuale. E forse chi ha avuto la responsabilità di guidarlo fin qui, qualche domanda se la deve fare, e darsi una risposta, prima di scrivere coccodrilli su sé tesso.

E, forse, paga anche il conto della crisi identitaria della sinistra italiana. Una sinistra silente, senza più quasi rappresentanza, che fatica ad emergere ma della quali tutti parlano e tutti sembrano più o meno seriamente impegnati a voler ricostruire.

Ecco, partendo proprio da questo, magari si potrebbe ridare un senso all’Unità (che presto o tardi risorgerà dalle proprie ceneri, quando un imprenditore illuminato troverà un progetto editoriale valido e vorrà apporgli il marchio storico della testata) facendolo decisamente diventare voce e spazio ragionato di quella New Left che faticosamente si sta raccogliendo intorno a Civati, e che ha sfilato insieme a Livorno appena qualche settimana fa.

Il bagaglio di seguito di Civati, dell’Area ex-Cuperlo, vendoliana, possono essere sufficienti ad assicurare al giornale massa critica, e offrire nel contempo al Paese la voce che manca, e della quale si sente enorme il bisogno. E certo i temi di confronto sui quali poter proporre una visione diversa da quella mainstream non mancano: le tensioni e gli accordi sottobanco sulle riforme, un governo che non convince chi pensa che la sinistra sia altra cosa da questo, la crisi economica che presto diventerà sociale; i conflitti irrisolti dietro la porta di casa nostra; e questo solo per rimanere sulla stretta attualità.

C’è un’area del Paese che faticosamente seleziona blog, tweet e stati facebook per avere un’informazione la più possibile completa su questi e numerosi altri temi, scavando le notizie tra culi di veline, ombrelloni spiaggiati (sempre meno), bizze climatiche (delle quali nessun media affronta e analizza le cause).

Ora, io non so come si faccia un giornale; ma sarebbe bello pensare che il Nuovo Centro Sinistra possa unire le sue tante e diverse anime e stringersi intorno all’Unità, non per piangerne la morte, ma per celebrarne la rinascita.

Qualcuno, anni fa, ha già trovato il titolo perfetto per questo sogno: l’Unità, appunto.

Perchè al momento #nonèpossibile. Il mio contributo al Politicamp di Livorno.

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Dopo un anno di militanza particolarmente attiva nell’area Civati, credo ci sia il bisogno di fare il punto della situazione, capire dove siamo, studiare punti di forza e debolezza e darsi qualche obiettivo e una strada per raggiungerlo.

Civati ha scosso e risvegliato, in me come in tanti, la voglia di mettersi in gioco e di lottare per realizzare direttamente il proprio futuro, senza attendere che qualche venditore di parole lo faccia per noi. Dal punto di vista mediatico ci è arrivato forse prima Grillo, ma Pippo è partito prima, ed è certo rimasto più coerente. Comunque, poco importa.

La prossima settimana a Livorno l’area si interrogherà se #èpossibile.

In realtà più che un interrogativo sembra un’affermazione, un incoraggiamento, la promessa di un obiettivo a portata di mano. Mi dispiace quindi andare controvento, e affermare che alla luce della mia esperienza, certo parziale e circoscritta, “non è possibile” così facilmente come viene raccontato.

Ecco i problemi che Civati dovrebbe meglio mettere a fuoco, perché davvero sia possibile:

1) Chiarire l’obiettivo. Dopo le primarie di dicembre non ho ben capito quale fosse l’obiettivo di quest’area. Per Renzi è stato diverso: si è sempre posto come un superman che arrivato al potere, avrebbe risolto tutti i problemi. Nessun renziano, della prima o dell’ultima ora, l’ha mai messo in dubbio. Ma qual è l’obiettivo di Civati? Non credo rimanere a galla: avrebbe accettato le numerose mediazioni proposte, e facilmente ottenuto un posto al sole. Credo mi risponderebbe che l’obiettivo è costruire la sinistra. Beh, nobile, e non facile. Ma rischia di rimanere un obiettivo piuttosto sfocato e indeterminato. Una sorta di macchia di Rorschach, quei disegni con l’inchiostro usati dagli psicologi, nei quali ciascuno ci vede un po’ quello che vuole. E l’obiettivo, da collettivo diventa personale; la somma di milioni di obiettivi individuali. Non credo funzioni. Il problema identitario, lo sento ancora forte e irrisolto.

2) Chiarire il metodo. Ora, dato l’obiettivo, ci sono centinaia di percorsi teoricamente possibili per conseguirlo. Tutte le strade sono aperte, e il difficile è imbroccare quella giusta. Qual è il metodo Civati? Renzi è stato chiaro: decido io, se vi piace applaudite, se non vi piace fischiate, ma tanto a me poco me ne cale. Nessun renziano, della prima o dell’ultima ora, l’ha mai messo in dubbio e lo contesta. Ma di nuovo: quel è il metodo di Civati? Anche qui non si capisce: si dice meritocrazia, si dice condivisione, si dice attivismo, si dice apertura alle contaminazioni e via dicendo. Ma spiace ammettere che dal mio angolo di mondo ho percepito che non sempre la via seguita per lo sviluppo dell’area aderisce perfettamente a questi dettami. Senza polemica. Capisco sia più facile qui e là appoggiarsi ad un pezzo di partito esistente, che creare, formare e mantenere in ogni benedetto e lontano territorio una nuova classe dirigente. Servono risorse, economiche ed umane. E quindi è il caos, l’anarchia. Dove Pippo ha ben seminato, ben si raccoglie. Dove la semina è stata delegata, o rimandata, i campi rimangono incolti. Ma il contadino si arricchisce comunque, alle spalle dello stesso Civati, rivendendo erbaccia al mercato all’ingrasso della politica italiana. Occorre darsi una scossa. Il Paese è piccolo, e la gente mormora. Non può durare a lungo.

3) Scegliere gli uomini le persone. Se una cosa un anno di militanza nel partito me l’ha insegnata, è che si può essere i migliori teorici del mondo in politica, ma poi occorrono gli uomini. Quelli che ti votano, certo, che ti seguono e ti applaudono. Ma anche quelli che a certi livelli ti permettono anche solo di comunicare, di organizzare, di lavorare. Quelli sono fondamentali. Scegli gli uomini sbagliati, e sei fottuto. La storia è piena di casi clamorosi, in questo senso. Forse l’errore di Pippo, e badate che è il segreto di Pulcinella, che tutti lo bisbigliano, ma nessuno ha il coraggio di dirlo ad alta voce, è che affida compiti organizzativi senza verificare l’efficacia dell’azione delegata. Forse si fida, punto. Ma non è con una manciata di amici storici e intoccabili che si costruisce la sinistra. Si mantiene il controllo, forse. Ma a mio avviso, più correttamente, si mantiene la sensazione del controllo, non un controllo vero e proprio. Una verifica se le azioni dei nostri amici vanno davvero nella direzione voluta, è necessaria, di tanto in tanto. E bisogna anche avere il coraggio di correggerli, se necessario. Dirò di più: bisogna avere il coraggio di mettere in squadra chi non la pensa come te. La differenza di idee arricchisce, non impoverisce; e, cosa non secondaria, ci si controlla a vicenda. Che poi l’importante è avere tutti lo stesso obiettivo, non dirsi sempre sì. A volte ho avuto la percezione che non tutte le seconde linee civatiane remassero nella stessa direzione di Civati. Ma magari è una mia impressione: quel che è certo, è che a non affrontare e risolvere questo punto, il bel messaggio civatiano perde gradualmente di efficacia, e arriva spento e scolorito.

4) Darsi un’organizzazione. Ci si decida. O si fa una corrente strutturata, o un’area libera di opinione che segue soltanto il suo leader. Io sono per la prima: Civati passerà, ma le sue idee dovranno rimanere, e ci vorrà una solida anche se snella organizzazione che aiuti a realizzarle, se davvero vogliamo fare qualcosa di utile al Paese. Rimanere nel limbo del non siamo una corrente ma pensiamo e agiamo come tale, non giova nè a Pippo, nè a noi, nè alla sinistra. Ci si perde a guardarsi l’ombelico per decidere se lo si vuole concavo o col nodino, e non si va avanti mai. Si perde tempo a difendersi dagli inevitabili attacchi degli avversari, che colgono le nostre incongruenze, e non si produce.

E quindi no, al momento non #èpossibile. Non così. Non senza prima risolvere i nodi che ho sopra esposto, salvo se altri.

Intanto io, per cautela, un punto interrogativo in quell’hashtag, ce lo metterei.

#èpossibile?

In questo mondo di ladri.

ladri

Avrei tutto l’interesse a screditare la classe dirigente PD. A dire che sono tutti dei ladri e che devono andare a casa. E’ facile dirlo, si prendono tanti applausi, e nessuno può dirti che stai sbagliando. Anzi, se lo dice, è certamente complice dei ladri, forse ladro pure lui.

Ma non ce la faccio. Si vede che mi piace stare dalla parte del torto: si sta seduti scomodi, ma il panorama da qui è impagabile.

Voglio dire: ha ragione Renzi a dire che il problema sono i ladri. Ma ha torto a meravigliarsi che ci siano. Ha torto a scaricare il problema sui furbi, su chi calpesta le regole, e ignorare invece che è proprio il nostro sistema Paese, e il combinato di regole-sanzioni (quelle realmente e concretamente applicate, non quelle astrattamente previste), che li favorisce. Qualche volta ci saremo trovati a pensare anche noi che forse la multa è meglio non pagarla: il verbale si potrebbe smarrire, il processo di riscossione si potrebbe bloccare, un condono potrebbe arrivare, e poi a pagare e a morire si fa sempre in tempo.

Certamente il PD ha tanti problemi, specie al Sud, dove il consenso è spesso veicolato e condizionato; ha tante colpe, specie al Nord, dove amministra città e regioni non sempre al meglio, e talvolta con le mani troppo dentro la marmellata. Ma è un partito, e mai come in questo momento storico sta sviluppando al suo interno anticorpi che mirano a distruggere, isolare e scacciare gli intrusi. In un partito del genere può addirittura capitare che i dissidenti rispetto alla linea di comando non vengano espulsi o cacciati, ma siano addirittura candidati e diventino Europarlamentari, dando forza e senso alle loro idee e battaglie. Non è cosa da poco: una roba così non si ritrova da nessun’altra parte in questo Paese, e dovremmo difenderla con tutte le forze, almeno fino a quando non diventi (o non ritorni ad essere) abitudine democraticamente diffusa.

Ma da qualche giorno la rivincita grillina al recente ceffone europeo è: “#vinciamopoi, ma #rubatevoi”; beh, cari grillini, c’è una cosa che non avete capito: non troverete mai nessuno qui che difenda i “ladri” o il sistema che li favorisce; ho invece qualche dubbio che a parti invertite il clima di tifoseria che domina nel Movimento porterebbe a minimizzare, a sviare, a controbattere, a paragonare, ai distinguo, alle pecore nere sono dappertutto ecc. ecc.

Non è così che farete, faremo, progressi. Non è contando chi ha meno mele marce tra le proprie fila che si risolvono i problemi; ma nemmeno spacciando una presunta e inevitabile verginità per comprovata superiorità morale: gli esempi che l’occasione fa l’uomo ladro, o quantomeno furbetto, cominciano a materializzarsi. E le reazioni alle – per ora – piccole furbizie, sono infatti quelle che temevo sopra.

E’ in ogni caso doveroso che un partito come il nostro, che è spesso e volentieri chiamato ad assumere ruoli di potere, debba prestare dieci volte l’attenzione richiesta nella selezione della propria classe dirigente. Questo spesso, colposamente o dolosamente, non viene fatto. Sarebbe ora di cominciare. Ed è inutile qui dire chi è stato l’unico che ha prontamente suggerito di farlo, e di farlo subito, andando presto alle elezioni  per fare pulizia e chiarendo i rapporti di ciascuno eletto o candidato con finanza, affari, fondazioni proprie o di altri e più o meno occulte.

Uno dei migliori sistemi per spaccare il sistema sul quale si poggia è applicare finalmente il limite di mandato:  non offrire alle imprese “deviate” punti di riferimento in politica, stronca alla nascita la possibilità di corruttela continuata e duratura. Perlomeno ne ridurrebbe la portata e l’applicabilità pratica.

Difatti nel PD il limite di mandato esiste; ma sopravvivono numerose e spesso ingiustificate deroghe.

Quindi è vero, le regole ci sono, in questo ha ragione Renzi.

Allora perché non si applicano, e perché non comincia ad applicarle lui, per primo, nel nostro partito?

Sarebbe un bel segnale. Attendiamo fiduciosi.

Grazie Pippo.

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Avete mai fatto un viaggio di gruppo? Si va tutti in montagna. Ma per decidere l’itinerario, c’è chi spinge per prendere l’autostrada, chi non rinuncerebbe ai tornanti e scavallerebbe poggi e valli. Come si fa?

Mi riallaccio a questo articolo sul blog di Civati, sollecitato anche dai commenti sottostanti, che peraltro si ritrovano spesso qua e là.

Credo che Civati stia dando a tanti lezioni di come si sta in un partito. Altro che storie, ironie e sfottò.

Perché si vede che, dopo vent’anni di Berlusconismo, abbiamo perso dimestichezza con gli strumenti di democrazia indiretta; e questo si rivela nel pensiero di chi concepisce solo due possibilità di militanza: o obbedisci al pensiero dominante e rimani, o dissenti e te ne vai.

Che tristezza.

Non trovo nulla di scandaloso nel rivendicare da questi pixel, e con fierezza, il ruolo positivo che le correnti interne ad un grande partito hanno esercitato, prima che la parola “corrente” venisse per sempre condannata alla damnatio memoriae dall’opinione pubblica, in quanto sinonimo di clan organizzato per estorcere ruoli pubblici e quindi denaro e potere. Colpa dei 101, senza dubbio, che hanno scritto l’ultima fatale pagina di una storia che comincia da lontano.

Ma non è lo strumento a rendere positiva o negativa l’azione che ne consegue: è l’uso che ne viene fatto. Così come un fucile può servire per offendere o per difendersi, per uccidere un avversario o per procurarsi del cibo. Non è né buono né cattivo, il fucile: lo è la mano che lo arma, l’occhio che prende la mira, il dito che preme il grilletto, e lo è in funzione del pensiero che determina le azioni per conseguire l’obiettivo prefissato.

Io mi sento parte di una corrente. Lo dico, così sgomberiamo i dubbi. Si chiama “civatiana”, o chiamiamola come ci pare, cheil nome di una persona nel titolo può essere fastidioso, ma tant’è; e certamente è nata indipendentemente e forse malgrado il fondatore di cui porta il nome. E’ minoritaria? Certo. Ma non per questo deve arrendersi ai numeri e rinunciare ad esercitare il proprio ruolo di condizionamento della politica del Partito, e di governo delle Istituzioni.

Ambendo anche a sostituirsi all’attuale guida, ovviamente, e non vi è nulla di male in questo. Il limite che impedisce alla nostra corrente di lavorare avendo come unico obiettivo il potere, non è nelle regole. E’ un limite morale. Lo stesso che ci impedirebbe di accoltellare Letta perché il fine giustifica i mezzi, e bisogna vincere le europee. A parte che, a ben vedere, se fossimo andati a votare, oggi avremmo una maggioranza diversa in Parlamento e potremmo scrivere un’altra storia nei prossimi mesi e anni. Comunque.

Ritornando all’esempio in apertura, il tragitto da compiere per arrivare a destinazione verrà deciso dal confronto delle diverse posizioni, portatrici di diversi pensieri. Le chiamiamo correnti? Chiamiamole. Chi vuole andare in autostrada, preferirà arrivare subito e correre veloce.  Chi opterebbe per le mulattiere, vorrebbe godersi il viaggio e il panorama. Non è in discussione l’obiettivo finale. Ci si confronta, e se ci si convince a vicenda bene, se no si vota e chi è in minoranza si accoda. Magari sbuffando. Magari dicendo “l’avevo detto io che era meglio l’altra strada” se durante il tragitto ci si trova in coda per un cantiere colpevolmente ignorato. Ma tanto alla fine l’obiettivo è andare a sciare, e ci si arriverà.

Parimenti, non chiediamo che si faccia come pensiamo noi. Chiediamo perlomeno che se ne discuta. In un partito che discute, il nostro impegno può avere un senso. Diversamente, dovremmo inevitabilmente portarlo altrove.

Civati rimanga quindi in questo partito. Organizzi la propria area (un’area di pensiero, un’area culturale chiara, definita e riconoscibile) e si parta da questa per tentare di estenderne l’egemonia di pensiero a tutto il partito nel prossimo futuro; magari anche ribaltando i rapporti di forza, se la bontà delle nostre idee avrà la forza di coinvolgere la maggioranza degli elettori.

Senza imbarazzi, senza titubanze: solo un anno e mezzo fa Renzi perdeva le primarie con Bersani e pareva condannato.

Si fa solo del bene al Partito, e al Paese, ad essere chiari, a rimanere insieme mantenendo le proprie idee, la propria coerenza e la propria dignità.

Una lezione che molti, anche qua dentro, dovrebbero saper leggere e imparare.

Se Civati a Renzi votasse sì, chi se ne frega…

Il malessere di Civati dentro questo PD, che mente, complotta, scala il potere, fa accordi col diavolo, è reale. Non è tattico, non è orgoglio ferito. Ed è il nostro.

Ora però, occorre essere pragmatici: votare contro il segretario significa arrendersi alla sua forza, abbandonare il campo, e lasciare che ex comunisti ed ex democristiani portino a compimento il loro progetto: rifare la DC, e umiliare quegli scampoli di VERA sinistra ancora presenti, spacciando e vendendo per sinistra una insipida minestra riscaldata.

Ok, se così fosse, ci sarebbero praterie da cavalcare. Ma non è questo il tempo, non è ancora il momento; restare e dimostrare che un partito con la P e la D maiuscola è possibile, comunque si chiami, è un dovere. Lo hanno capito in tanti, ma non ancora tutti, cosa sarebbe un PD civatiano.

Quindi andrò (andremo) a Bologna a chiedere a Pippo di restare nel PD. Di non disperdere le energie che abbiamo messo in campo finora, e il progetto al quale abbiamo creduto. Portarlo fuori è sempre possibile, e Renzi non mancherà di darcene occasione.

E se questo significa votare sì al suo governo, chi se ne frega. Lo hanno voluto quasi due milioni di italiani, dopotutto.

Certo, sarebbe una liberazione, una soddisfazione. Ma noi siamo più importanti.

Non lasciamo il PD a questa gente qua: ce la possiamo ancora fare.

Crederci e soffrire. Siamo di sinistra, dopotutto.