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I 5 stelle, l’onestà, il Jobs Act e il “chiagn e fott”

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Dopo aver fatto le barricate contro il Jobs Act i grillini vedono che conviene e ne approfittano: assumono 25 loro dipendenti con il contratto messo a punto dal governo renziano.

Sono loro stessi a dichiararlo nel bilancio del gruppo parlamentare presentato alla Camera:

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L’establishment governativo si butta naturalmente a pesce su questo scivolone politico, commentando che se l’hanno trovato conveniente loro, a maggior ragione l’avrebbero trovato conveniente gli imprenditori italiani. E dunque il loro atto dimostra oltre ogni ragionevole dubbio che il tanto bistrattato strumento funziona.

Ma quel che colpisce è la replica e tentata giustificazione addotta dai vertici grillini:

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Il Tesoriere Vincenzo Caso, arrampicandosi su uno specchio (a Caso) particolarmente scivoloso, ammette insomma che Grillo e i suoi hanno approfittato di un buco legislativo del Jobs Act che non disciplinando il caso dei gruppi parlamentari (per loro natura determinati) ha permesso al movimento di applicare il contratto a tempo indeterminato, ma a termine: verrà in ogni caso meno al termine della legislatura.

Un paradosso contrattuale, che però non risolve il problema: perchè lo hanno fatto? Forse per approfittare delle agevolazioni contributive concesse a chi trasforma contratti a tempo determinato nella forma contrattuale prevista dal Jobs Act? Ma se le cose stanno come ammette il tesoriere Caso, pur essendo concesso dalla norma letterale, il caso in specie va contro la ratio stessa della legge. Si tratterebbe in sostanza di elusione contributiva.

La stessa piaga che affligge il precariato italiano, applicato dalle migliaia di scorretti imprenditori che approfittando di imperfezioni o vuoti legislativi, di mancanze nei controlli praticati, di norme talvolta confuse e contraddittorie, tengono al laccio corto i loro dipendenti, e al palo le loro famiglie, i consumi, la possibilità di pianificare il futuro.

Che lo faccia un imprenditore che ha fine di lucro appare comunque lontanamente giustificabile.

Ma che sia la furbata di un Movimento che la rabbia dei precari vorrebbe rappresentare, e che si vanta di un codice etico e morale superiore alla media, fa parecchio riflettere, e anche un po’ ridere.

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La sinistra del bridge. Il mio contributo alla #Scuderia.

A sinistra, nell’anno di grazia 2015, c’è bisogno di rappresentanza. E’ un dato ormai incontestabile, e infatti i movimenti in questa direzione sono tanti.

Se in politica non ci sono spazi vuoti, la scarsa partecipazione alle ultime tornate elettorali, ha però quantomeno dimostrato che lo spazio vuoto non è stato colmato con sufficiente velocità e lucidità.

Domani a Bologna, finalmente, la fu Area Civati si rincontra per decidere cosa fare da grande. Forse un po’ in ritardo, dopo che i civatiani di tutta Italia hanno dovuto ingoiare tonnellate di rospi, in attesa che la loro leadership indicasse un cammino da seguire. E per la verità ne sono stati indicati diversi, di cammini #possibili, e ad oggi non è dato sapere cosa ne sarà del patrimonio di consenso accumulato un anno fa e, in parte – mi auguro non irrimediabilmente -, già disperso.

Domani forse ne sapremo di più, ma per capire quale sinistra ha in mente Civati oggi, bisogna andare necessariamente per esclusioni.

Ha già dichiarato che è troppo provinciale importare dall’estero modelli preconfezionati; non credo però che nel 1921 i provincialissimi comunisti di Livorno tentassero un isolato, inedito ed ardito esperimento, destinato al sicuro fallimento. E se il pensiero era rivolto a Tsipras, il problema a mio avviso in quel caso non risiede tanto nell’importazione, quanto nella coerenza della traduzione. Che è sembrata mancare del tutto, a priori e a posteriori.

Sembra pensare poi che di forza fuori dal Partito Democratico ce ne sia poca. Il che è indiscutibilmente vero, e soffiare sulla brace che cova sotto la cenere della disillusione, è esercizio troppo lungo, stancante, e dalle incerte probabilità di riuscita. Poi nel 2015 si vota – anche se a questo punto non so se sia più una previsione, o una speranza.

La sensazione quindi, procedendo per esclusione, è che la sinistra che Civati ha in mente, sarà più simile ad un circolo del bridge, all’interno del Country Club piddino, invece che all’anima movimentista e popolare che si prometteva all’inizio. Un già visto salottino mezzo radical chic, in cui disquisire dei problemi dell’Italia e degli italiani, snocciolando soluzioni e statistiche tra una mano e l’altra, alternandole a severe critiche e richiami al rigore morale. Il tutto con tenerezza, si intende, che se no non sta bene, e il direttore del Club ti sbatte fuori. E facendo finta di proporsi come alternativa di Governo, con la malcelata speranza di non doverci arrivare mai.

E’ quindi lecito chiedersi, a questo punto, se il pur sempre brillante Civati abbia effettivamente le capacità politiche per unire un così vasto e variegato universo; fatto di associazionismi, movimenti e comitatini, capetti e partitini.

E milioni di potenziali elettori delusi, confusi e incazzati.

Perché rilevo giust’appunto il fatto che, in un anno, Civati, inizialmente accreditato di aver riunito intorno al suo programma e al suo carisma una ventina di parlamentari, sia ultimamente rimasto piuttosto isolato; e rilevo anche (non da ora, ma se lo fai notare sei un gufo e/o un rosicone – aspetta, dov’è che l’ho già sentita questa?) che il filtro utilizzato nella selezione di una nuova classe dirigente, funziona piuttosto male: in un anno, oltre ai pezzi alla base, si sono anche già staccati alcuni pezzi al vertice: cominciò Taddei; lo seguì Lanzetta; ma anche il mitico Tocci-gol sembrerebbe essersi allontanato; e in ultimo Elena Gentile, eletta all’Europarlamento in quota Civati, è finita per appoggiare la candidatura del renzianissimo Michele Emiliano, provocando quasi uno scisma nell’Area, che solo la sapiente conduzione dei riferimenti territoriali ha saputo – per il momento – evitare.

Ma anche in questo caso i colonnelli civatiani sono rimasti a guardare senza (poter o voler?) far nulla. Fossi in loro io mi sarei invece chiesto, ad esempio, perchè al Sud alle Europee non si sia potuto tentare, per dire, un esperimento alla Elly Schlein; e farne tesoro per il futuro. Ma si vede che l’analisi delle sconfitte e degli errori, vale solo per le sconfitte e gli errori degli altri.

Insomma, sono curioso e favorevole a tutti i cantieri aperti a sinistra. Seguo tutto con interesse, e a qualcuno magari provo a lavorare anch’io, nel caso il progetto civatiano di riportare il Partito Democratico a sinistra, non riesca.

E sottoscrivo già, convintamente, il bel manifesto che sarà proposto domani, pur cosciente che di buone intenzioni è lastricato il pavimento del Regno dell’Insignificanza.

In ogni caso, davvero, in bocca al lupo a Civati.

La speranza è che ci incontri ancora, prima o poi, in questo o in un altro cantiere. Perché è evidente come ognuno di essi abbia in seno pregi e difetti; e dalla loro unione si potrà, forse, mettere a valore i punti di forza, e limarne le debolezze.

Ad esempio: il mio limite, mi dicono, è di essere più civatiano di Civati; e il rilevare, pedissequamente, quanto Civati appaia qualche volta più renziano di Renzi. Come quando registri, per esempio, che anche il solo dissenso è, da queste parti, piuttosto mal tollerato.

Cappellacci e cappellini. Tutti in piazza, ma senza bandiere

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Articolo ripreso dal sito Sassiland e Sassilive.

La protesta spontanea contro il petrolio, nata sui social network e diffusasi poi nelle piazze, nelle scuole, nei consigli comunali di mezza Basilicata, è nata senza testa, e tale deve rimanere.

Il rischio, altrimenti, è che a qualcuno venga la tentazione di metterci il proprio cappello. Antico vizio della politica, invero non solo lucana, quella di cavalcare le piazze in agitazione per fini diversi, e discutibilmente collaterali.

Si assiste così, ad esempio, al tentativo da parte di diversi gruppi politici di affiancare alla sacrosanta protesta contro lo Sblocca Italia, la richiesta di far venir giù per questo l’intera giunta regionale. Legittimo: ma questa linea chi l’ha decisa?

E si assiste così, anche, alla vergognosa strumentalizzazione delle delibere di alcuni Comuni (tra i quali spicca Matera) che pur pronunciandosi criticamente contro la visione di un sviluppo basato solo sul petrolio, e in maniera acritica rispetto all’impatto ambientale e sulla salute dei cittadini fin qui registrato (e senza – figuriamoci – tenere in alcun conto i timori rispetto all’impatto che ulteriori maggiori estrazioni potrebbero far registrare), sono state ritenute non sufficientemente contro. E questo, chi lo ha deciso?

A parte il legittimo indiscutibile diritto di interpretare la realtà secondo il proprio soggettivo metro di giudizio, si deve denunciare con forza ogni tentativo di manipolazione della realtà, che ha il fine di arrivare a far dire alla pubblica opinione (operazione sempre agevole su temi così complessi, nei quali è comunicativamente più facile dividere i buoni dai cattivi, e additare un unico mostro) che il Comune di Matera è a favore del petrolio.

Ora, io capisco che tale operazione possa portare un qualche sollievo ai pruriti accumulati nel corso degli ultimi anni a chi ha fatto della lotta (questa sì senza se e senza ma) contro il Sindaco Adduce una ragione di vita, magari anche nella legittima aspettativa di sostituirlo.

Ma siamo sicuri che alla comune causa faccia bene il tentativo di non annoverare anche la Capitale della Cultura dalla parte del fronte del NO al Petrolio? Solo perché la delibera (ininfluente rispetto all’iter amministrativo dell’impugnativa, ma dal valore fortemente simbolico) sottintende la richiesta di impugnazione a possibili ed eventuali modifiche parlamentari dell’art. 38?

Che è poi la posizione del PD Regionale. E non si capisce davvero perché la posizione del PD Regionale (dove magari si è in maggioranza) debba andar bene la mattina, e la stessa debba invece andar male in Consiglio Comunale la sera (dove invece si è in minoranza). Peraltro a guardar meglio il merito delle questioni, la decisione del PD Basilicata è un tantinello più vincolante di quella del Consiglio Comunale, nella classifica della gerarchia delle fonti (politiche, non giuridiche). Contrariamente a quanto si vorrebbe far credere, montando casi sproporzionati sui giornali e sui social network, e danneggiando in definitiva l’intero Movimento, per un pugno di consensi.

Quindi, se si voleva raggiungere un qualche risultato concreto e non a chiacchiere, l’arena di scontro era un’altra; ma lì, forse, difettavano le telecamere.

Per dirla in metafora, risulterebbe ad esempio debole la posizione di chi, in nome di una sbandierata anima animalista, protestasse con veemenza nelle piazze contro i ristoranti che servono carne, e non riesca invece poi a convincere la propria moglie a togliere il pollo dal menù.

E questa debolezza pervaderebbe l’intero Movimento.

E insomma, grazie dell’impegno, ma non siamo la somma di debolezze; abbiamo invece bisogno di una sola e unica forza per dire chiaro che non un solo barile di petrolio deve essere estratto in più, prima che non vengano affrontati i numerosi problemi che già il livello attuale di estrazioni ha prodotto: impatto limitato sullo sviluppo, numerosi episodi di inquinamento segnalati, timori diffusi sulle conseguenze negative delle attività estrattive sulla salute.

Quindi giù le mani (e i cappelli) dal Movimento: lasciamo fuori dalla porta, per favore, le vostre noiosissime lotte per il potere.

Tutti in piazza, invece, e possibilmente senza bandiere, per offrire alla Basilicata una visione dello sviluppo coerente con le proprie risorse e potenzialità. Che non sono solo Petrolio.

E la città di Matera, com’è evidente, sarà al nostro fianco.

 

 

La casa nella prateria.

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C’è un grande prato verde, dove nascono speranze: quello è il grande prato della sinistra italiana.

Con le ultime elezioni regionali emerge forte il tema della rappresentanza a sinistra. In particolare, quello dell’Emilia Romagna è un grido di aiuto, che non può restare inascoltato.

In politica – recita il vecchio manuale – non esistono spazi vuoti. Credo sia tempo per quel manuale di essere gettato nel cestino. Il vuoto della rappresentanza esiste eccome, anche se ovviamente non è facile, nè scontato, colmarlo.

Siamo infatti già al terzo grado di delusione:

  1. Delusi dalla vecchia guarda del centro-sinistra, per aver scoperto grazie alla goffa gestione bersaniana, che non si è mai voluto combattere sul serio Berlusconi e, soprattutto, il berlusconismo;
  2. Delusi dalla risposta movimentista, 5 stelle in primis, arroccati in posizioni di sostanziale ininfluenza e mera testimonianza, e incapace con i propri farraginosi metodi di selezionare una classe dirigente adeguata alla mission che si è data;
  3. Delusi da Renzi, che ha bruciato il promesso rinnovamento dopo averci venduto rottamazione, e ha bruciato la sinistra dopo esserne venuto a capo.

Ce ne sarebbe abbastanza perché il dovere civico del voto venga comunque espresso, anche soltanto per automatica reazione, verso una qualunque forza che si professi di sinistra.

Eppure, a sinistra, nè SEL nè l’ex TSIPRAS sfondano. Cos’è successo?

Ovviamente, il timore di soffrire una delusione di quarto grado rende gli elettori prudenti, scettici, disillusi. Il che si sposa con l’impossibilità di trovare, nell’offerta politica attuale, un’alternativa credibile e desiderabile: nella democrazia mediatica dei nostri tempi, si paga lo scotto di non avere una leadership chiara, un’identità e una linea politica ben definita. Soprattutto il primo si rivela essere un fattore critico di successo.

Le praterie quindi ci sono, a sinistra. E abbastanza ampie, da poterci costruire una grande casa.

Ma il problema è sempre lo stesso: come, costruirla.

Renzi si è preso il PD, e lo sta velocemente trasformando a propria immagine e somiglianza. E’ un processo sicuramente reversibile, ma non è al momento prevedibile quando. Civati rimane a mio avviso la migliore risorsa per provarci. Ma se i calcoli sono quelli di far valere le percentuali Congressuali alle prossime politiche, per tirar su una ciurma di parlamentari realmente “civatiani”, con i quali costruire eventualmente e alla peggio, un nuovo soggetto politico, significa che l’orizzonte perché il progetto veda la luce è di 6-8 anni. Un po’ troppo, anche per la più paziente delle gestanti, ma nei calcoli abbastanza per vedere come va a finire Renzi. Perchè sarebbe un peccato gettare via il PD e regalarlo a qualcun altro se Renzi si rivelasse in fin dei conti una meteora. Capisco quindi i tentennamenti, ma è l’ora di prendere decisioni, elaborare una strategia, percorrerla con decisione.

Perché un progetto di sinistra, a mio avviso, possa avere chanches di riuscire, deve avere:

a) una leadership chiara e indiscussa. Giochetti e lotte di potere renderebbero la casa troppo chiassosa e rissosa, e meno desiderabile il venirci ad abitare dentro. E’ il problema di Tsipras, e di SEL, il cui leader sembra essersi eclissato. E sarà il problema di qualunque tentativo “dal basso”.

b) una linea politica semplice e definita. La mozione Civati presentata al Congresso, che attinge al patrimonio valoriale della sinistra, è un’ottima base di partenza. Le parole di Civati degli ultimi tempi, con il continuo e corretto riferimento al proprio mandato elettorale piuttosto che alla presunta fedeltà al capo di turno, per spiegare la propria azione parlamentare e politica, un’ottima premessa. E’ questo il problema dei 5 stelle, che annaspano puntando il dito contro i problemi, senza quasi mai fornire soluzioni sistematiche, e una corrispondente e coerente visione complessiva.

c) una chiara volontà di rinnovamento. E’ importante l’esperienza e il contributo di tutti, ma è necessario che le prime linee siano selezionate accuratamente. E’ banale, ma le risposte a questo punto date da Renzi (e da Bersani prima) e da Grillo, hanno prodotto risultati opposti ma tutti poco credibili. Salvo eccezioni, che sono per l’appunto eccezioni alla regola, abbiamo di fronte una ciurmaglia di parlamentari – se non ministri – senza carisma e in alcuni casi addirittura impreparati. Senza un partito che faccia da filtro, quindi, è necessario che il ruolo di filtro qualcuno si prenda la briga di esercitarlo, anche a costo di dire dei costosi NO (costosi nell’immediato, ma un sicuro investimento per il futuro).

Come ha rilevato Curzio Maltese, negli altri Paesi PIIGS la sinistra si è organizzata, e viaggia verso il governo, o verso percentuali sicuramente in grado di influenzare, di più e meglio delle solitarie battaglie civatiane, le scelte dei governi nazionali.

Naturalmente io non so cosa è meglio fare.

Ma sarebbe meglio ritornare a discutere, come fatto a Bologna, di quale futuro ci immaginiamo, di quanto ce la sentiamo di rischiare, di come sarebbe bello e appassionante costruire una casa nuova, in questa immensa prateria.

Apologia dell’astensionismo

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[Foto da Google]

Per la prima volta in Italia, per la prima volta almeno a sinistra, l’astensionismo diventa un’alternativa. Sempre tacciato di essere un comportamento disdicevole e censurabile, il rinunciare a compiere il proprio “dovere” civico; la pressione per farci alzare il culo dalla poltrona e andare a votare il meno peggio, pare non sortire più alcun effetto.

Preoccupante. Molto. Ma il messaggio arriva forte e chiaro.

Non mi illudo che venga colto. Chi vince, vince comunque. Pure se a votare un Presidente di Regione fosse l’equivalente di un solo condominio. Chi non sceglie, dice in sostanza che gli va bene chiunque. O nessuno, che è poi la stessa cosa.

L’analisi sul dato dell’astensionismo durerà infatti solo qualche ora: cordoglio, capo chino, e impegno a recuperare la fiducia degli elettori da parte di tutto il teatrino. Tra qualche giorno sarà tutto finito. Ne riparliamo tra cinque anni, per i diretti interessati. Per i responsabili dei partiti ci sarà invece una prossima elezione per vantare che uno zero virgola in più, è il segno evidente che il trend sta cambiando.

Che palle.

Sono stanco di questo andazzo, e chiedo ai leader più intelligenti ed aperti della “mia” sinistra, al popolo delle piazze reali e virtuali, di convocare al più presto gli Stati Generali. Urge prendere provvedimenti. Investire su una nuova classe dirigente. Lavorare sui territori. Riconquistare credibilità.

Domani è già tardi, bisogna farlo oggi. Non ci si può illudere che tra sei mesi si raccoglieranno risultati, ma occorre convincersi che prima si inizia, prima si riempie quel vuoto, sconfiggendo la disillusione e le ferite di violenti e ripetuti tradimenti.

E non bisogna farlo solo perchè la presunta solidità del premier comincia a vacillare; ma perché il grido silenzioso degli elettori non rimanga, da domani, improduttivo e inascoltato.

 

 

O io o Renzi.

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Il PD sta prendendo una piega che non mi piace. Questo è un fatto, altro che no. Peraltro la piega che sta prendendo è bagnata da risultati elettorali eccellenti. E’ un altro fatto, allora, che uno di noi è di troppo: o io o Renzi. Il popolo, senza dubbio, sceglierebbe Renzi. D’altronde, quando gli è stato chiesto consiglio, ha scelto Barabba.

Sono il primo ad aver più volte espresso l’idea che un partito non è una cosa data, non è un concetto fisso e fermo; è più simile ad un blob, assume la forma che le persone che in quel momento vi militano gli danno, con la forza delle proprie idee. Sta a noi lavorare per dare più forza alle nostre, e portare il partito ad assumere una forma più vicina al nostro sentire.

Bene, questo è chiaro.

Ma è altrettanto chiaro che si aderisce ad un partito anche (non solo) perché si sente di “appartenere” ad una storia, di percepire valori affini, principi comuni.

Per fare un esempio che mi pare calzante, se dovessi costruire una casa, preparerei un progetto, scegliendo i materiali in funzione delle mie idee. Per tirarla su mi affiderei certamente alla migliore impresa sul mercato, confrontandomi e accogliendo eventuali idee migliorative. Ma se ad un certo punto mi accorgo che l’impresario sta deviando sensibilmente dal progetto, potete star tranquilli che al terzo avviso lo licenzio in tronco. Al terzo, perchè sono una persona tendenzialmente paziente e collaborativa…

Con le dovute differenze, il segretario di questo partito sta deviando sensibilmente non solo dal progetto iniziale, ma anche da tutte le variazioni migliorative che lui stesso aveva proclamato necessarie per rendere il progetto più “contemporaneo”, ed in base alle quali si era aggiudicato l’appalto.

A cosa ci servirà avere un partito del 60%, se alla fine ci toccherà subire le stesse politiche neoliberiste che abbiamo per decenni combattuto perché a sposarle erano stati governi di centrodestra? A cosa sarà servito lottare se ci si renderà complici dell’idea che occorre sottomettere il destino di migliaia di persone ad interessi economici, espropriando la loro terra per renderla infertile e desertica?

No, perché sono davvero ad un bivio: capisco che ha una certa ragione chi mi dice che non si può stare in un gruppo se di quel gruppo non condividi ormai quasi più nulla, e ti rendi conto che la cosa è reciproca. E d’altra parte l’idea di non essere io nel partito sbagliato, ma di avere al comando un impresario folle che sta costruendo, mattone dopo mattone, una costruzione completamente diversa da quella che si intendeva mettere su, e che presto il risultato sarà evidente a tutti, anche ai più lontani e distratti, o i più fideisticamente fedeli, mi darebbe forza di rimanere e combattere.

Il problema è che quel giorno potrebbe essere troppo tardi, e ci ritroveremo con tra i piedi un ecomostro politico ancora più difficile da abbattere.

Ma per andare dove dobbiamo andare, da dove dobbiamo andare?

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Ma non è, che tante volte, ci fossimo persi? Questo ho pensato guardando l’intervento di Paolo Cosseddu (braccio destro di Civati) ieri in Direzione del Partito Democratico.

Il buon Paolo ha sostanzialmente affermato che i civatiani non condividono la linea del partito, tuttavia sono disponibili a collaborare perché hanno un botto di idee buone ed originali, anche per recuperare il senso ed il valore della militanza, al minimo storico proprio quando il partito raggiunge il massimo valore in termini di consenso.

Ho apprezzato come sempre il contenuto dell’intervento, tuttavia, dopo la cavalleria rusticana dell’elezione di Renzi a segretario prima e a premier dopo, in cui sembrava che l’unica opposizione intelligente e costruttiva al PD fosse proprio dentro il PD, questa nuova fase del civatismo faccio fatica a capirla.

Ammetto di aver da un po’ staccato i ponti, credo quindi che il mio pensiero sia maggiormente rappresentativo di una parte dell’elettorato civatiano o ex civatiano. In ogni caso è il mio, e così fedelmente lo riporto.

L’area Civati si è spesso interrogata in passato su che tipo di rapporto dovesse avere con il PD di Renzi. Decisione non facile: il segretario è stato eletto in forza di un risultato eccezionale alle primarie del partito, e ha confermato la sua forza alle elezioni europee; difficile quindi contestare, senza minare i fondamenti stessi della democrazia, il diritto/dovere di seguire una certa linea, ambiguamente delineata nel corso delle varie campagne elettorali. E’ fuor di dubbio che il consenso a Renzi è legato alla fiducia alla persona (sulla deriva leaderistica e personalistica del Paese si potrebbe aprire un blog a parte) piuttosto che non a un programma o a idee concrete particolari.

Il momento più alto del dibattito interno all’Area si è avuto alle Scuderie di Bologna, quando in virtù di una (facile) lettura su che piega il Pd renziano avrebbe presto preso, e sul modo in cui aveva abbracciato il potere calpestando clamorosamente le sue stesse parole, ci si chiedeva se fosse il caso di votargli la fiducia.

La maggioranza della base, se pur profondamente spaccata, disse che sì, la fiducia al proprio segretario non la si poteva proprio negare, solo sulla base di congetture pur plausibili e con un certo fondamento. La mia posizione era invece piuttosto possibilista, ma ferma sull’obiettivo di lottare contro la deriva centrodestrista che il partito stava prendendo. Da dentro, o da fuori, mi interessava poco, e questa decisione tattica e strategica l’avrei delegata allo stesso Civati, con la fiducia che si deve ad un fratello maggiore con più acume ed esperienza.

Dalle Scuderie, non si sono tenuti altri momenti di partecipazione, o di revisione critica della decisione di allora. Eppure nel frattempo, il Premier ha messo a cuocere parecchia carne: l’inguardabile riforma del Senato, l’abbozzata ma già contestabile elegge elettorale, una mancia fiscale nulla negli effetti ma pesante sui conti pubblici, un Paese in continua e decisa recessione, una serie di promesse mancate e di appuntamenti in agenda saltati che hanno portato lo stesso Renzi a cambiare marcia e diluire la cura (palliativa) in tre anni invece che nei tre mesi improbabilmente prospettati all’inizio. E poi un fiume di parole, parole, parole. E slides.

La mia domanda è: possibile che sulla base di un pregiudizio, per quanto anche condivisibile, ci si sia interrogati se votare la fiducia a Renzi oppure addirittura uscire dal PD, e invece sulla base di una serie di atti di governo contestabili e detestabili, tutto fili liscio e ci si debba dichiarare pronti a collaborare se solo la maggioranza renziana si dimostrasse disponibile all’ascolto delle nostre ottime idee?

Mi sembra che l’Area Civatiana abbia sotterrato l’ascia di guerra, magari pronta a ritirarla fuori alla prossima occasione. Pare si sia inteso che il baraccone Renzi presto franerà sotto il peso delle sue stesse promesse, e che conviene aspettare e non sprecare energie, pronti magari ad un po’ di guerriglia quando ne venisse fuori l’occasione o la necessità.

E’ però lo stesso errore di valutazione che fu fatto dalla sinistra italiana nei confronti di Berlusconi. E quando il mostro era ormai troppo cresciuto per combatterlo efficacemente, ci si è infine rassegnati ed abbassati a considerarlo un avversario leale prima, e un alleato indispensabile adesso. E quindi ammetto che ho un po’ paura.

Io non mi rassegno. Il prezzo della smania renziana non può essere pagato dal Paese, perchè l’unica vera opposizione intelligente e costruttiva a Renzi si è appisolata e si sta cullando all’idea di farsi trasportare dal traghettatore verso non si sa dove.

In Basilicata, per dire il clima, monta la protesta contro l’ennesimo affronto: il decreto sblocca-Italia lancia un ultimatum per aprire nuovi pozzi di petrolio nei territori interessati; se non risponderanno in tempo, la materia sarà avocata al Governo. Come dire: o vi sparate da soli, o vi spariamo noi. Che peraltro oltre ad essere politicamente discutibile, suona anche un tantino incostituzionale, almeno fino a quando la Costituzione reggerà nella forma attuale.

E quindi mi chiedo: per andare dove dobbiamo andare, per dove dobbiamo andare?

Ma soprattutto: sappiamo ancora dove andare?

La Basilicata esiste (anche se io non l’ho ancora vista).

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Recentemente il titolo di un articolo del Quotidiano della Basilicata sembra suggerire una crisi esistenziale in corso, provocata dalla mancata visita del Premier, che ha fatto selfare tutto il sud, scalzando di netto questa regione, con buona pace dei selfier nostrani, rimasti con l’autoscatto in mano.

Lo riprende anche un post di Hyperbros, che ha peraltro il merito di sollevare una di quelle questioni che maggiormente ho a cuore: la questione identitaria, che sia per la sinistra (inteso come luogo politico) sia per la Basilicata (inteso come luogo fisico e sociale) è un attributo che ritengo cruciale, e nodo centrale da sbrogliare prima di affrontare qualunque altra discussione di merito.

Ma se la questione identitaria della sinistra italiana è argomento che è difficile risolvere, forse la stessa missione può più agevolmente essere affrontata per quanto riguarda la nostra piccola regione.

Certo. L’idea che la Basilicata sia più la sommatoria artificiale, decisa su un qualche tavolino, di territori sottratti alla Calabria, alla Puglia e alla Campania per farne cosa a sè, è legittima e serpeggia anche nell’animo di tanti lucani. E anche il doppio nome Lucania/Basilicata si presta facilmente all’ironia e a creare ancora più confusione. Ma non può essere un nome, nè un segno tracciato su una mappa, a risolvere, in un senso o in un altro, la questione identitaria.

Siamo pochi, e contiamo ancora meno. Su questo assunto si basa il post di Hyperbros. E quindi non esistiamo. Beh, certo, è comprensibile. Nelle moderne società “hyper”capitalistiche esisti se conti. Una logica alla Marchese del Grillo, per la quale io sono io (perchè conto), tu invece non sei (perche non conti nulla). In altre parole: non esisti.

Io parto da un assunto diverso, per dimostrare la nostra esistenza, pur avendo presente che il senso del post citato è altro: vorrebbero che non esistessimo, per poter disporre del nostro territorio liberamente. Ma se forse non esistiamo come popolo, avendo poco in comune che ci lega più di quanto questo non ci differenzi dai popoli confinanti, pur tuttavia quel poco in comune rappresenta quasi tutto: abbiamo un territorio, ed una storia.

Un territorio che abbiamo il dovere noi per primi di scoprire e rivalutare, decidendo alla fine quale sorte vogliamo assegnargli, quale manipolazione riterremo corretta, secondo l’inclinazione, i desideri e gli aspettative che il popolo che lo abita, non altri, decidono di avere.

E una storia che, segnata da eventi naturali (terremoti, siccità, erosione costiera…) e umani (dominazioni, saccheggi, pianificazione urbanistica scellerata…) ha eroso buona parte della nostra memoria abbattendo i simboli evidenti della storia stessa, e che oggi risulta in effetti difficile ritrovare. E l’identità si basa sulla propria storia, ed è più forte quanto questa risulta facilmente riconoscibile.

Voglio dire: per i toscani risulta facile respirare e tastare la tangibilità della loro storia medievale, etrusca, o della incredibile stagione dei Comuni, farsene fieramente discendenti, avere il bisogno di custodirne la memoria, e sentirsene parte semplicemente gironzolando per i vicoli di qualunque amena località del territorio. Per noi invece, la stessa operazione risulta difficile, quando non proprio del tutto impossibile.

Ad esempio si rimane sorpresi nel leggere del passato romano o medievale di Potenza, rimanendo impresso in chi la visita solo lo svettare dei suoi palazzoni grigi.

A lungo ci siamo addirittura vergognati del nostro passato: la congiura dei Baroni è stata di fatto una pagina di resistenza al nuovo che (allora) avanzava; i Sassi di Matera sono stati addirittura bollati come “vergogna nazionale”; il brigantaggio come atto di terrorismo verso la modernità del nascente Stato nazionale; il nostro territorio come terra nella quale confinare, per punire. Tutto vero, tutto innegabile. E ne emerge quindi il ritratto di un popolo che resiste al nuovo, che guarda indietro, che cerca rassicurazione nella continuità, che è talmente fuori dalla storia e dalla civiltà che risiedervi è una pena da scontare per qualche peccato commesso. Ci credo che raccontata così, viene voglia di scappare. E ci credo che, raccontata così, viene voglia di trivellarsi per sfruttare quel che ha certamente valore in una terra che valore invece pare non averne.

Ma della propria storia, e della nostra identità, non ci si deve vergognare. Anche perché una siffatta lettura sarebbe solo parziale.

Le colonie della Magna Grecia hanno rivestito un ruolo di primaria importanza: quando a Roma pascolavano le pecore, da queste parti bazzicava Pitagora, ho letto da qualche parte su un social network. Immagine suggestiva e forte, quanto vera. Cos’è rimasto di quella storia, che è storia anche nostra? I pochi, ma comunque significativi, resti archeologici della costa ionica possono solo lontanamente farci immaginare cosa poteva significare essere lucani duemila e cinquecento anni fa. All’insensibile cattiveria della natura possiamo però rimediare, continuando a scavare nella nostra memoria e nel nostro territorio, non per cercare petrolio, quanto i segni della nostra identità: cercando di raccontare e di trasmettere, anche con i mezzi moderni, una storia che ci ha visto protagonisti e attori attivi della storia del Mondo, e con ruoli di primo piano. E incidentalmente, et voilà, farlo significa lavoro, e lavoro significa sviluppo.

E ancora: la storia medievale, dal sistema feudale (che ci somiglia ancora – parlo dell’Italia intera – più di quanto ci piace credere) al Regno di Napoli. Una storia certamente di dominazione, della quale tendiamo quasi a vergognarci; perché essere i fautori di una rivoluzione rende più fighi, sfruttare gli schiavi per costruire acquedotti e anfiteatri rende forse più interessanti. Ma anche gli schiavi e i sottomessi hanno una storia, umana e collettiva, che può essere scoperta e raccontata: emozioni, pensieri, moti di ribellione magari soffocati in culla o repressi nel sangue. La tensione ideale degli sconfitti spesso raggiunge vette più alte della retorica conquistatoria dei vincitori.

Infine, ma potrei continuare, i Sassi di Matera sono un monumento alla genialità dell’uomo, che andrebbe più approfonditamente capito e ammirato anche in questa dimensione. E non di un uomo solo, ma di migliaia di uomini spalmati su migliaia di anni, che pazientemente si sono passati l’un l’altro il testimone della conoscenza, della cultura, e come dicono oggi, della resilienza. I Sassi di Matera sono da un certo punto di vista un enorme e complicato sistema di raccolta e conservazione dell’acqua, bene primario senza il controllo del quale qualunque popolo è destinato alla distruzione, e qualunque storia a non essere mai raccontata. Non possiamo insomma vantare il nostro Leonardo da Vinci: esporre le sue opere e le sue idee restando ammirati di quanto fosse “avanti” rispetto ai suoi contemporanei; possiamo però ammirare e contemplare il frutto di migliaia e migliaia di uomini, altrettanto inconsapevoli geni che insieme hanno costruito, in un rapporto di sostenibilità territoriale quasi unico al mondo, il loro ecosistema.

Un’intelligenza collettiva, insomma, contrapposta a quella singola, che è la nostra forza. Può diventare anche adesso la nostra forza, e la via di uscita dalla palude della coscienza nella quale siamo colpevolmente immersi.

E quindi, a cercarla bene, la nostra identità esiste, ed è un’identità bellissima da vivere e da raccontare. E allora, di rimando, esiste anche la Basilicata; da vivere e da raccontare anche lei, con dedizione ed orgoglio. Facendo, come si dice adesso, “sistema” tra i territori, tra i piccoli comuni, tra le cento interpretazioni, tradizioni e sfaccettature della stessa ammaccata e impolverata, ma preziosa medaglia.

In questo mondo di ladri.

ladri

Avrei tutto l’interesse a screditare la classe dirigente PD. A dire che sono tutti dei ladri e che devono andare a casa. E’ facile dirlo, si prendono tanti applausi, e nessuno può dirti che stai sbagliando. Anzi, se lo dice, è certamente complice dei ladri, forse ladro pure lui.

Ma non ce la faccio. Si vede che mi piace stare dalla parte del torto: si sta seduti scomodi, ma il panorama da qui è impagabile.

Voglio dire: ha ragione Renzi a dire che il problema sono i ladri. Ma ha torto a meravigliarsi che ci siano. Ha torto a scaricare il problema sui furbi, su chi calpesta le regole, e ignorare invece che è proprio il nostro sistema Paese, e il combinato di regole-sanzioni (quelle realmente e concretamente applicate, non quelle astrattamente previste), che li favorisce. Qualche volta ci saremo trovati a pensare anche noi che forse la multa è meglio non pagarla: il verbale si potrebbe smarrire, il processo di riscossione si potrebbe bloccare, un condono potrebbe arrivare, e poi a pagare e a morire si fa sempre in tempo.

Certamente il PD ha tanti problemi, specie al Sud, dove il consenso è spesso veicolato e condizionato; ha tante colpe, specie al Nord, dove amministra città e regioni non sempre al meglio, e talvolta con le mani troppo dentro la marmellata. Ma è un partito, e mai come in questo momento storico sta sviluppando al suo interno anticorpi che mirano a distruggere, isolare e scacciare gli intrusi. In un partito del genere può addirittura capitare che i dissidenti rispetto alla linea di comando non vengano espulsi o cacciati, ma siano addirittura candidati e diventino Europarlamentari, dando forza e senso alle loro idee e battaglie. Non è cosa da poco: una roba così non si ritrova da nessun’altra parte in questo Paese, e dovremmo difenderla con tutte le forze, almeno fino a quando non diventi (o non ritorni ad essere) abitudine democraticamente diffusa.

Ma da qualche giorno la rivincita grillina al recente ceffone europeo è: “#vinciamopoi, ma #rubatevoi”; beh, cari grillini, c’è una cosa che non avete capito: non troverete mai nessuno qui che difenda i “ladri” o il sistema che li favorisce; ho invece qualche dubbio che a parti invertite il clima di tifoseria che domina nel Movimento porterebbe a minimizzare, a sviare, a controbattere, a paragonare, ai distinguo, alle pecore nere sono dappertutto ecc. ecc.

Non è così che farete, faremo, progressi. Non è contando chi ha meno mele marce tra le proprie fila che si risolvono i problemi; ma nemmeno spacciando una presunta e inevitabile verginità per comprovata superiorità morale: gli esempi che l’occasione fa l’uomo ladro, o quantomeno furbetto, cominciano a materializzarsi. E le reazioni alle – per ora – piccole furbizie, sono infatti quelle che temevo sopra.

E’ in ogni caso doveroso che un partito come il nostro, che è spesso e volentieri chiamato ad assumere ruoli di potere, debba prestare dieci volte l’attenzione richiesta nella selezione della propria classe dirigente. Questo spesso, colposamente o dolosamente, non viene fatto. Sarebbe ora di cominciare. Ed è inutile qui dire chi è stato l’unico che ha prontamente suggerito di farlo, e di farlo subito, andando presto alle elezioni  per fare pulizia e chiarendo i rapporti di ciascuno eletto o candidato con finanza, affari, fondazioni proprie o di altri e più o meno occulte.

Uno dei migliori sistemi per spaccare il sistema sul quale si poggia è applicare finalmente il limite di mandato:  non offrire alle imprese “deviate” punti di riferimento in politica, stronca alla nascita la possibilità di corruttela continuata e duratura. Perlomeno ne ridurrebbe la portata e l’applicabilità pratica.

Difatti nel PD il limite di mandato esiste; ma sopravvivono numerose e spesso ingiustificate deroghe.

Quindi è vero, le regole ci sono, in questo ha ragione Renzi.

Allora perché non si applicano, e perché non comincia ad applicarle lui, per primo, nel nostro partito?

Sarebbe un bel segnale. Attendiamo fiduciosi.

Grazie Renzi.

renzi

Avevo preparato diversi articoli da pubblicare il giorno dopo le elezioni europee, e invece mi tocca scriverne uno di sana pianta. No scherzo, ma l’immagine rende l’idea di quanto io sia sorpreso dai risultati. Come tutti, credo, mi aspettavo l’avanzare della protesta, di veder ridotto l’appeal dei partiti filo-governativi. E infatti è andata così, praticamente in tutti i Paesi Europei, tranne che in Italia. Qualcosa deve pur voler dire.

A caldo, credo voglia dire queste cose qui (in ordine sparso, che stanotte ho fatto le ore piccole):

  1. Grazie Renzi. La spericolata e poco etica manovra che l’ha portato al Governo, i provvedimenti buoni più per i titoli dei giornali che per cambiare la vita della gente, il basso tasso di utilizzo di un partito che dovrebbe e potrebbe essere produttore di contenuti invece che cassa di risonanza delle meraviglie del Premier, se non altro ha avuto il merito di arginare la corsa di euroscettici, malpancisti e fanculisti. Quello che poteva accadere in Italia, dopo la resa di Bersani e il sonno eterno di Letta, è facilmente immaginabile guardando oltre le Alpi. E parliamo di uno scenario di soli 6 mesi fa. Forse il fine ha giustificato i mezzi, almeno a posteriori. Renzi ha vinto, e ha di fatto legittimato la sua permanenza a Palazzo Chigi come e più della schiacciante affermazione alle primarie del PD. Fate voi i vostri archibugi sociologici, se siamo un popolo di sognatori o di coglioni. Non lo so, a me interessa il dato politico: Renzi, l’Italia crede in te, hai insieme un’enorme responsabilità e un’immensa opportunità. Sfruttala, e cambia davvero questo Paese. Ora basta cincischiare, basta titoli di giornale, bisogna fare sul serio. E se stai pensando di andare presto al voto, non è affatto un’idea peregrina.
  2. Ciao Beppe. Il Movimento si riduce in termini percentuali (peraltro l’affluenza al voto non è bassissima come ci si aspettava) ma quel che più sconvolge è che si riduce in termini assoluti: oltre due milioni di persone che un anno fa avevano barrato il simbolo del Movimento, non hanno confermato la scelta. Effetto Renzi? Senza dubbio. Segno che una bella fetta di chi protesta – non avevo dubbi – vuole anche che la protesta porti a qualcosa di concreto. Grillo non è stato in grado in questo anno di dare peso specifico alla propria forza elettorale; Renzi ha perlomeno aperto la speranza al Cambiamento. Il primo perde, il secondo vince. Semplice, lineare, banale. Anche se, per essere in Italia, non del tutto scontato.
  3. Ciao Silvio. Stanotte l’ho immaginato così: a letto in mezzo a tre quattro veline, con il megaschermo da 90 pollici sintonizzato sulla diretta di Vespa, lanciare distrattamente qualche occhiata alle notizie che arrivavano dallo studio per poi ributtarsi a capofitto nel “burlesque”, magari boffonchiando una bestemmia verso qualche guitto… SIlvio è ormai il passato di questo Paese (caspita, un altro segnale di risveglio! Mi viene quasi da essere ottimista!) sebbene occorra sempre fare attenzione, perchè il serpente rimane velenoso anche dopo che gli hai schiacciato la testa. Non un addio quindi, ma un ciao-ciao con la manina te lo posso fare. Ciao-Ciao!
  4. Che colore ha il futuro? Perdonatemi. Ma stamane mi sono svegliato con il sorriso sulle labbra. Pensando al lavoro che c’è ancora da fare, che non è poco, ma convinto che le scelte che ci hanno portato fin qui siano state tutte giuste. Non parlo di Renzi, ma di chi ha ostinatamente indicato la via interna per riformare partito e Paese: per vincere la partita, occorre giocarla, la partita. La bufala grillina di poter giocare, giudicare, guidare, fischiare o applaudire standosene comodamente seduti sugli spalti, non ha retto. Per fortuna.

Quindi: ci aspettano settimane e mesi complicati e difficili. Tanto c’è ancora da fare, ma qualcosa si è cominciato a fare. Partiamo da qui. Partiamo da questo partito che è un grande progetto ancora da completare, con la consapevolezza che stavolta è a noi che la gente guarda per veder realizzato il sogno di un Paese Europeo non solo nei conti, non soltanto nei doveri, ma anche e soprattutto nei diritti e nelle opportunità.

Il PD oggi ha fatto il Real Madrid: quando ormai tutti lo davano per spacciato, pareggia a tempo scaduto e poi dilaga nei supplementari, segnando un punteggio forse anche oltre il suoi meriti oggettivi.

Lo strascontato paragone calcistico potrebbe in effetti reggere.

Ma com’è bello vincere.